21 ottobre 2012 – l’oscurità della fede e la crescita nello Spirito

“Se io fossi un contemporaneo di Gesù, se fossi uno degli undici ai quali Gesù, nel giorno dell’ascensione, ha detto “lo Spirito Santo verrà su di voi e riceverete da lui la forza per essermi miei testimoni in Gerusalemme e in tutta la Giudea, la Samaria e fino all’estremità della terra” (At 1,8), dopo essere andato a salutare la madre, Maria, nell’atto di congedarmi dai fratelli, sapete cosa avrei preso con me? Innanzitutto il bastone del pellegrino e poi la bisaccia del cercatore e nella bisaccia metterei queste cinque cose: un ciottolo del lago; un ciuffo d’erba del monte; un frusto di pane, magari di quello avanzato nelle dodici sporte nel giorno del miracolo; una scheggia della croce; un calcinaccio del sepolcro vuoto. E me ne andrei così per le strade del mondo, col carico di questi simboli intesi, non tanto come souvenir della mia esperienza con Cristo, quanto come segnalatori di un rapporto nuovo da instaurare con tutti gli abitanti, non solo della Giudea e della Samaria, non solo dell’Europa, ma di tutto il mondo: fino agli estremi confini della terra.” Don Tonino Bello

Ascoltando le parole di Don Tonino, riprendendo il cammino del gruppo, ci siamo chiesti quali siano gli oggetti, i segni, le immagini a cui ognuno di noi associa il proprio percorso di fede. Ci siamo fatti guidare da alcuni passi delle Scritture per ri-entrare con maggior intensità nel mistero di questo percorso: Salmo 27,8 e Mc 4,35-41.

Dalla voce di chi li ha portati, ecco gli oggetti dentro la nostra bisaccia:
L’olio di nardo. Il profumo del nardo mi rimanda non solo ai viaggi fatti in Terrasanta, ma anche ad altre esperienze piene di significato. Mi torna in mente il profumo delle brioche che da piccolo la mamma mi preparava prima della messa. Sento forte il rimando dei profumi ad ogni tipo di relazione, con il mio compagno, con l’altro e con Dio.
Una statuetta dell’abbraccio. Questa statuetta che ricorda anche un cuore, rappresenta un abbraccio fra due persone. È un dono della persona che amo, ha per me il significato della compagnia. Mi ricorda la relazione con Dio: mi fa pensare di essere sempre in compagnia con Lui.
Un libro di Taizé. È un libro di tanti anni fa, di quando avevo 16 -18 anni ed ho partecipato ad alcuni incontri internazionali della comunità di Taizé. Ho potuto toccare con mano quell’esperienza di chiesa che, anche se meno forte, avevo vissuto fino ad quel momento solo in parrocchia. È stato un forte momento di fede, un ricordo ancora oggi molto vivo.
Gli esercizi di Sant’Ignazio di Loyola. Questo libro risale a quando stavo facendo la tesi di laurea. Ignazio mi ha colpito per le sue “macerazioni”, quando nelle grotte scriveva di continuo le sue meditazioni. La sua era una costante ricerca di Dio. Mi ha colpito il sapere che annotava le volte in cui piangeva durante la preghiera. Da allora questo suo desiderio di Dio mi ha accompagnato sempre.
La foto di un cane. C’era un cane ad aspettarmi quando tornavo dalla messa in parrocchia. La sua era una presenza costante. Fino a quando non lo hanno ucciso. Ho realizzato allora che nel mondo c’è anche la cattiveria.
Un orologio. È un regalo del mio padrino per la cresima. L’ha portato anche mio papà quando ho smesso di portarlo io. È legato alla mia famiglia. A distanza di molti anni credo che Dio abbia operato tanto in me: mai avrei pensato di ritrovarmi più volte nei momenti difficili ad accorgermi che c’era lui con me e con le persone della mia famiglia.
Una fede nuziale. L’ho ricevuta da mamma e papà prima della mia professione solenne. Era un segno di accettazione. L’ho tolto quando ho incontrato il mio compagno. Questa fede nuziale è un segno di continuità fra i miei due cammini: è simbolo di fede, di ciò che mi ha portato alla vita con Dio e di ciò che poi mi ha guidato nella vita di coppia. È segno anche di sponsalità, di questo legame informale e profondo con Dio che ho sperimentato ancora e in modo diverso anche nella vita di coppia. Comincio forse ora a comprendere la congiunzione fra i due percorsi, quello del mistero di Dio e quello della consapevolezza di sé.
Un cammello senza una zampa. Passando da Betlemme, mi sono fermato a comprare alcune statuette in legno d’ulivo per un presepe. Fra le tante, uno dei cammelli era senza una zampa. Me lo sono portato a casa, forse per sistemarlo, con l’intenzione di riportarlo con me a Betlemme. Mi sono identificato con lui, in lui ho visto le mie manchevolezze. Il cammello mi ha insegnato ad accettarmi: è fiero nonostante la sua zampa mancante. Ora si trova sul mio comodino, in contemplazione del mistero della natività: è un monito, contempla Dio che si è fatto uomo.
Un sasso. Una decina di anni fa mi son recato a pregare in un luogo vicino a dove abitavo, in mezzo alla campagna. Sentivo il bisogno di pregare con Dio, il bisogno di far chiarezza anche sulla mia esperienza di omosessualità. Avevo tante cose da chiedere, tante domande. In quel particolare momento ho detto “Sia fatta la Tua volontà”. Come ricordo di quella sera da cui mi aspettavo un cambiamento, ho raccolto un sasso. In seguito ho fatto passi importanti, fra gli altri quello di entrare nel gruppo Emmanuele. Il sasso mi da l’idea di un Dio che ascolta, che è presente, che può avere un progetto su di me.
La freccia del Cammino di Santiago. Quando ho fatto un tratto del Cammino, quella freccia gialla posta sulle case, sugli alberi, lungo il sentiero, mi guidava verso la meta. La porto sempre con me, come portachiavi. Quel cammino ha segnato una svolta nel mio percorso di fede: ho avuto il coraggio di raccontare la mia omosessualità agli amici; in seguito a quel viaggio ho incontrato un compagno che ha segnato in modo irreversibile la mia vita. Ancora oggi nei momenti in cui la mia fede è meno salda, mi piacerebbe che  una freccia gialla mi indicasse il percorso da fare, proprio come allora.
Immagine di Sant’Antonio. Rappresenta il periodo in cui sono arrivato a Padova. Nonostante le grandi difficoltà sentivo che volevo restare in Italia. Ogni mattina in bicicletta facevo un percorso tra gli alberi, spesso al freddo e recitavo quella preghiera imparata a memoria, trovata sull’immaginetta di san’Antonio. In quei particolari momenti la preghiera mi rincuorava, proprio quando mi sentivo solo. E mi dicevo “voglio credere, voglio credere che sarà così”.
Immagine di un’amica. Luigina muore in un incidente nel 1982, poco prima di un appuntamento che aveva con me. Con lei avevo un rapporto di fede molto forte. Mi sono confidato con lei, ho condiviso molto. Dovevamo tinteggiare quel giorno. Ho chiesto a Dio di farla risorgere. “Credo nella resurrezione dopo la morte…” aveva scritto lei stessa nel suo diario…
L’immagine di un cielo. Un cielo terso, stellato, i tramonti invernali, l’immagine della natura potente quando durante un temporale si accendono i fulmini. Alcune di queste immagini rinviano a momenti di confusione, a situazioni molto problematiche. Il fatto di confrontarmi col cielo relativizza moltissimo ciò che vivo. Il cielo mi guida verso un’idea di ordine, di senso, di obiettivo che io non sempre riconosco nelle decisioni che prendo, come quella che in passato mi ha portato ad impegnarmi nel gruppo “La parola” e nel sociale.

Ci siamo ascoltati reciprocamente in questa condivisione, abbiamo provato a guardare al di là degli oggetti e di spaziare al di là di qualunque orizzonte. Quando le cose cominciano a parlare e l’uomo a sentire la loro voce, allora tutto quanto è reale si svela come un segno, un segno di una nuova realtà: “Realtà fondamento di tutte le cose, di Dio” (Leonardo Boff).

Sono molti i segni, gli oggetti, le immagini a cui l’uomo lega la propria fede. Ce ne siamo concessi altri tre. Il primo è un quadro che rappresenta la fede come il filo sottile che unisce le mani di due bambini a un aquilone scosso dal vento, alto in un cielo nuvoloso. Il secondo è una canzone di Jovanotti “Mi fido di te”, che ci ha riportati ad una dimensione di fede legata a forti emozioni: la paura di cadere e la voglia di volare, di vivere di un fiato.
E infine ci siamo salutati con le parole di Alda Merini, in un’intervista fatta da Roberto Carnero per Jesus nel gennaio del 2007:

Signora Merini, qual è il suo rapporto con la fede?
«Non ho un rapporto con la fede, ho un rapporto con la vita. Con una vita “larga”, che tutto comprende e da cui nulla è escluso, gioia e dolore, nascita e morte, alba e lutto».
Dio non l’ha mai incontrato?
«Sì, l’ho incontrato in manicomio, un posto in sé terribile, ma in cui non ho mai perso la speranza. Forse non sono mai stata felice come in quegli anni di ricovero. Dovrei stare attenta a dirlo, perché se dico che mi trovavo bene al manicomio, va a finire che qualcuno potrebbe pensare di rinchiudermi di nuovo. Infatti potrebbe essere interpretata come un palese segnale di pazzia l’affermazione che al manicomio stavo bene…».
Ma come l’ha conosciuto Dio?
«Attraverso alcuni uomini. Ci sono persone che sono il rifugio dell’amore di Dio, un amore che sono capaci di trasmettere agli altri. Del cristianesimo amo la dimensione dell’incarnazione, che impedisce il rifugio evasivo nell’astrattezza e nell’astrazione. I veri credenti mi hanno aiutato a conoscere Dio».

Documenti
Don Tonino Bello – La bisaccia del cercatore (video Youtube)
Salmo 27,8
Mc 4,35-41
Mi fido di te, Jovanotti
Intervista ad Alda Merini, Jesus Gennaio 2007
Gaudium et spes, 11
Gaudium et spes, 21

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