4 novembre 2012 – la ricerca di Dio, uscita all’eremo

 

Corre veloce il pensiero all’anno, questo, dedicato alla Fede e il paragone con il granello di senapa abbinato a quello della reazione immediata dei primi apostoli che lasciano le reti alla chiamata di Gesù, mostrano che nell’impotenza e nell’abbandono fiducioso a Dio, ha sede il fermentare della fede. Alla radice dell’esperienza profonda di questa virtù, sta il suo intreccio con la misericordia, imparata dal Signore, vissuta su di sé e quindi trasmessa come perla preziosa.

Siamo portatori di immaturità, quando si parla di rapporto col divino, e non ne è una deficienza ma una condizione legata al nostro essere creature bisognose di riempirci della maturità di Dio che, da buon Creatore, si prodiga con generosità per colmare i vuoti di cui sentiamo una responsabilità quasi ingiusta.

Come aggiungere fede alla fede, come superare il buio che talvolta la oscura?  C’è bisogno di testimonianza e di fiducia nella vita. Un bambino cresce con in sé l’attesa del futuro che dovrà vivere, carico di promesse e di esperienze da attraversare; si cresce perché nell’uomo è racchiuso un sogno spalancato nel futuro che si raggiunge e realizza nell’evoluzione continua della coscienza chiamata a dilatarsi per incontrare il dilatarsi del cuore di Dio. Le fede richiede prontezza e coraggio nell’affrontare nuovi inizi dopo le morti che necessariamente attraversa chi si mette in ricerca, chi non si aggrappa alle sue certezze ma è disposto a giocarsele sotto la spinta del dubbio che della fede ne è sposo.

Il dubbio come disinfettante buono contro l’idolatria verso le proprie convinzioni e la mancanza di domande edificanti; il dubbio benefico che mi colloca nella giusta dimensione di chi la fede non la contiene ma ne è contenuto, per dono forse… E per godere di questo dono è necessario piegare le ginocchia e diventare preghiera silente e disponibile a percepire  una sensazione, un fremito, un sussurrio leggero che non ti lascia solo. Per quanto possa sembrare mistica o astrazione dal reale, la fede passa attraverso i nostri sensi, attraverso l’ascolto e nella percezione tattile di cui la spiritualità si serve per comunicarsi perché ha bisogno di un corpo, così come è stato per il Divino. Possiamo definirla sensibilità spirituale che va coltivata nella sensibilità relazionale e quindi nella condivisione della nostra vulnerabile umanità.

È nell’apertura del cuore che racconta il nostro cammino, il luogo dove il silenzio di Dio viene superato o sopportato nell’attesa umile e paziente di una nuova rinascita nella fede ed è nella  reale possibilità di non trovare ascolto la vera minaccia per chi vuole vivere un’esperienza spirituale pregnante ed autentica. Ancora una volta, la via migliore di tutte da seguire per non perdersi e per essere sostegno reciproco è la misericordia, sentimento per il quale la miseria altrui tocca il nostro cuore e il nostro ascolto diventa, forse, un veicolo di speranza.

Un pensiero su “4 novembre 2012 – la ricerca di Dio, uscita all’eremo

  1. Ho sentito pareri contrastanti sull’incontro all’eremo, anche qualcuno di totale dissenso su alcune posizioni dell’eremita. Personalmente, anche se non travolgente, l’incontro mi è sembrato interessante. Mi ha colpito la questione del dubbio come elemento indispensabile ad una vita di fede autentica. Credo che il dubbio sia connaturato ad atteggiamenti di umiltà, di apertura e disponibilità. Ho sempre pensato che un uomo dal cuore aperto e disponibile a rimettersi in discussione insegna molto di più di coloro che propongono certezze monolitiche. Penso alla gerarchia e ad alcuni movimenti ecclesiali e alla loro lotta senza frontiere al relativismo…

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