A New York, i vescovi dichiarano guerra alla legge sul matrimonio gay

da Adista del 9 luglio 2011

NEW YORK-ADISTA. Bocciatura inappellabile da parte della gerarchia ecclesiastica Usa nei confronti della legge sul matrimonio gay, votata dallo Stato di New York il 23 giugno scorso, al punto da ventilare l’ipotesi di bandire da qualsiasi attività ecclesiale e parrocchiale quei politici che l’hanno appoggiata. Dopo il successo dei 33 “sì” (contro 29 “no”) che hanno legalizzato le unioni omosessuali, infatti, i vescovi hanno scatenato la loro furia; mons Nicholas Di Marzio, della popolosa diocesi di Brooklyn (i cattolici sono 1 milione 700mila), ha chiesto alle scuole cattoliche di rifiutare qualsiasi riconoscimento conferito ad esse dal governatore Andrew Cuomo, e ai parroci di «non invitare alcun legislatore a parlare o a presenziare ad eventi parrocchiali o feste scolastiche». «Si tratta di un’ulteriore erosione del vero concetto di matrimonio», ha detto Di Marzio in un’infuocata intervista al Daily News (26/6); «lo Stato non deve occuparsi della regolarizzazione dei sentimenti». L’approvazione del matrimonio omosessuale, ha affermato, è l’ennesimo «affondo» al matrimonio inteso come vocazione «a partecipare alla grande impresa di formare la generazione successiva». Stessa posizione quella espressa dall’arcivescovo di New York card. Timothy Dolan, che si è detto «molto sconcertato, rattristato e preoccupato» per i recenti sviluppi.

L’approvazione della legge «altera radicalmente e per sempre il concetto storico dell’umanità del matrimonio», arriva a dire una dichiarazione firmata dai vescovi dello Stato di New York (oltre a Dolan e a Di Marzio, il vescovo di Albany mons. Howard J. Hubbard, quello di Buffalo mons. Edward U. Kmiec, mons. Terry R. LaValley di Ogdensburg, mons. Matthew H. Clark di Rochester, mons. William F. Murphy di Rockville Centre e mons. Robert J. Cunningham di Syracuse). Dichiarazione che riafferma con forza il matrimonio come «unione di un uomo e una donna», indissolubile e aperto ai figli, «ordinato al bene di quei figli e dei coniugi stessi» e parla di «tragica presunzione del governo» che, nell’approvare questa legge, cerca di «ridefinire le pietre angolari della civiltà».

Alla condanna dei vescovi locali si è unita quella della Conferenza episcopale Usa. Mons. Salvatore J. Cordileone, presidente della sottocommissione per la promozione e la difesa del matrimonio, parla di «legge profondamente ingiusta» e addirittura di «abbandono del bene comune da parte della legislatura». «Eliminare l’autentica essenza del matrimonio – l’unione di marito e moglie – dalla sua definizione legale», ha detto il vescovo, «significa ignorare non solo l’antropologia e la biologia fondamentale ma anche, in generale, l’obiettivo del diritto. Che è quello di difendere il bene comune, non di minarlo».

Segno (positivo) dei tempi

Tutto ciò, ovviamente non stupisce. La posizione della Chiesa sul matrimonio omosessuale è ben nota», riconosce un commento non firmato del settimanale dei gesuiti America (4/7). Quello che è meno noto, prosegue, è l’insegnamento della Chiesa cattolica su gay e lesbiche, che devono essere accolti «con “rispetto, compassione e sensibilità”. Gesù Cristo ci ha chiesto di amare tutti, non solo coloro con cui andiamo d’accordo, non solo quelli che frequentano le nostre Chiese e non solo quelli che “seguono le regole”». Questo comandamento spesso è oscurato, scrive America, dalla strenua opposizione della Chiesa ai matrimoni dei gay, un gruppo con cui, più di ogni altro, la «Chiesa parla quasi esclusivamente il linguaggio della proibizione più che dell’accoglienza». Di qui la necessità di apprezzare chi, invece, parla di amore e di accettazione: come il vescovo emerito di Brooklyn, mons. Joseph M. Sullivan, che, sul quotidiano Buffalo News, il 2 giugno scorso, scriveva: «Per la maggioranza dei cattolici, non c’è affermazione che meglio sintetizzi un atteggiamento di accoglienza dei nostri fratelli e sorelle lgbt di quella di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”». E non c’è nulla di sbagliato, conclude America, nel dire alle persone che sono amate e amabili. E che tutte sono, davvero, accolte».

A fare eco alle affermazioni dei vescovi è il giornalista conservatore George Weigel che, dalla rivista politica National Review (27/6), lancia strali contro lo Stato di New York (il matrimonio gay sarebbe «una vasta espansione del potere statale», afferma), colpevole di essersi arrogato la competenza di ridefinire «un’istituzione umana fondamentale per soddisfare le richieste di un gruppo di interesse che cerca l’accettazione sociale che si ritiene derivi dal riconoscimento legale». Competenza che in realtà non ha. Altrimenti perché, chiede, fermarsi al matrimonio tra due uomini o due donne e non lanciarsi nel riconoscimento della poligamia? «Perché allora – chiede causticamente – una qualsiasi combinazione di uomini e donne che condividano ricorse economiche e parti del corpo non si dichiara unita in matrimonio e non chiede poi allo Stato un risarcimento della sua sofferenza e il riconoscimento legale di sé come famiglia?». In base a quale principio lo Stato potrebbe rifiutare queste richieste, una volta detto “sì” alle coppie omosessuali?

Sul disorientamento vissuto oggi dalla Chiesa Usa mette l’accento invece il settimanale progressista National Cathoic Reporter (29/6). Un disorientamento déja vu all’epoca di Cuomo padre, Mario, che incorse, nel 1984, nella furia dell’allora arcivescovo card. John O’Connor per aver appoggiato (pur rifiutandolo a livello personale) il diritto delle donne di scegliere l’aborto. Ora, scrive Ken Briggs nell’articolo sul Ncr (29/6), tocca al figlio Andrew, in un’epoca in cui l’arcivescovo Dolan «gioca ancora secondo le vecchie regole che insistono sulla suprema saggezza dei pronunciamenti morali della gerarchia e tenta ancora di rafforzare i suoi diktat con il tentativo di punire i politici dissenzienti su temi come aborto e sesso omosessuale. Negli ultimi anni, la gerarchia si è scontrata con le autorità pubbliche cattoliche che si sono opposte ad alcuni insegnamenti della Chiesa spesso riecheggiando il principio di Mario Cuomo secondo cui è possibile concordare a livello personale con la dottrina ecclesiale senza richiedere l’adesione pubblica alle posizioni cattoliche». Per la gerarchia, invece resta valido il criterio «tutto o niente» che, negli anni, ha allontanato tanti cattolici. Lo stallo è dovuto, conclude Briggs, al fatto di aver ridotto la religione alla morale, per cui le Chiese «cadono nella rigidità e nella tendenza a giudicare: e così, nonostante il messaggio liberatore del Concilio Vaticano II, ora «il messaggio di salvezza crolla sotto il peso della conformità morale».

Che il voto dello Stato di New York, molto significativo a livello nazionale, segni un «passaggio definitivo» su questo tema, è sottolineato dalla teologa Maureen Fiedler sulle pagine dello stesso Ncr (29/6). Ed è tanto più significativo quando si pensa che è uno Stato controllato dai Repubblicani: Repubblicani che «avrebbero potuto evitare il voto, ma non l’hanno fatto». Che cos’è che sta cambiando? «La cultura sta cambiando rapidamente – scrive la Fiedler – con un forte passaggio generazionale. La maggior parte dei giovani che conosco ha vent’anni ed è cattolica; hanno addirittura difficoltà a capire perché l’uguaglianza nei matrimoni sia un tema, per lo Stato o la Chiesa». E la gerarchia cattolica farebbe bene a dialogare, con questi giovani». (ludovica eugenio)

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