A spasso per Franklin, la contea del Mississippi dove non ci sono gay

da Corriere della Sera del 24 maggio 2013

di Andrea Marinelli

Meadville, Mississippi – “Le cose stanno cambiando, troppo in fretta”, mi dice rassegnata Betty, la bibliotecaria di Meadville, cittadina di 500 abitanti nel profondo sud del Mississippi e capoluogo della contea di Franklin dove, secondo il censimento del 2010, non esisterebbero coppie omosessuali. Franklin è una dry county, una contea asciutta, dove non si vende alcol ma tutti bevono lo stesso, ed è divenuta celebre dopo un articolo di Cnn, che l’ha definita una delle contee più omofobe dell’intero paese. “Quell’articolo ha amareggiato molti qua, è meglio non nominarlo”, sostiene Betty, che ha corti capelli grigi e un sorriso molto dolce. “Sai, crediamo che l’omosessualità sia un peccato, come dice la bibbia, ma tutti conosciamo persone gay e non abbiamo niente di personale contro di loro”. Betty, che ha oltre sessant’anni, è nata e cresciuta nella contea. Ha tre figli e un buon numero di nipoti. “Se fossero gay gli vorrei bene lo stesso, sono i miei ragazzi”, mi dice. “Di certo però non appoggerei il loro stile di vita”.

Meadville è formata da un pugno di case di legno bianco, con i portici e nani da giardino in divisa da football. In aria aleggia un delicato profumo di gardenie, come ovunque qua in Mississippi, e i raggi di sole sono affilati già a fine maggio. Rivenditori di prodotti agricoli, due parrucchiere e qualche negozietto a gestione familiare si assiepano lungo la strada principale, l’unica che attraversa il paese. In giro non c’è nessuno, se non qualche pickup che passa lentamente e poi scompare. E’ una cittadina silenziosa, la cui pace è interrotta di tanto in tanto dal rumore di trattori che alzano polvere lungo la strada. Nel 1964 in questa contea Barry Goldwater, il candidato presidenziale più conservatore nella storia degli Stati Uniti, prese il 96,05% dei voti. Era un uomo così profondamente repubblicano da essere soprannominato Mr. Conservative.

Entro nel negozietto dell’usato del paese, un ammasso di mattoni e lamiere che sembra emettere l’unico segno di vita. Vende ogni tipo di cianfrusaglia, dai bicchieri alle scarpe, tranne le bibbie: quelle sono gratuite. A quanto pare qua vanno ancora molto di moda le bandiere confederate, uno dei simboli preferiti dai suprematisti bianchi. Sharon, la proprietaria, è affabile e disponibile. Ha una cinquantina d’anni e i capelli cotonati e pettinati all’indietro. “Certo che conosco omosessuali”, mi dice. “Non mi piace il loro stile di vita, ma non ho niente contro di loro”. Dietro di lei Martha, la sua assistente settantenne, mi sorride e fa l’occhiolino. “Io lavoravo in un cinema giù a Natchez, avevo un sacco di amici gay”, dice ammiccando prima di tornare a spolverare il bancone. Passa un camion, sentiamo un doppio colpo di clacson. Sharon gira la testa e fa un timido cenno con la mano. “E’ mio marito, mi saluta così tutti i giorni”, mi spiega arrossendo. “Se i miei figli fossero gay mi metterei in ginocchio e pregherei il signore”, mi dice subito dopo. “Internet e la tv stanno cambiando tutto, per queste nuove generazioni l’omosessualità è quasi una cosa normale, ma la bibbia dice che è peccato. I tempi stanno cambiando, questi stili di vita ci stanno trascinando sempre più verso l’apocalisse e il giudizio universale”.

Il caldo a Meadville è già infernale. Vado a prendere un gelato al camioncino fermo in un piazzale poco distante. Mentre aspetto incontro Carlie e Allie, due ragazzine di sedici anni che mangiano enormi granite colorate. “Abbiamo parecchi amici gay”, mi dicono con indifferenza e un grande sorriso all american. “A scuola nessuno li prende in giro o li bulla, vengono trattati normalmente”. Mi sembrano le tipiche ragazzine americane, potrebbero essere del Connecticut come del Mississippi. “Non capisco perché dovrei avercela con i gay, non mi hanno fatto nulla di male”, mi dice Carlie dopo averci riflettuto un secondo. Chiedo se gli posso scattare una foto. Loro acconsentono, poi salgono in macchina. Poco dopo tornano indietro, si avvicinano e mi guardano imbarazzate. “Ci possiamo fare una foto insieme?”, mi domandano a loro volta.

Qualche metro più in giù vedo un uomo che si disseta seduto nel suo pickup. Ha le mani e un orecchio sporchi di vernice bianca e il collo arrossato dal sole. Si chiama Karl, ha 47 anni e ha l’accento più marcato che abbia mai sentito in vita mia. “Non mi importa”, mi risponde quando gli chiedo cosa ne pensa dell’omosessualità. “La vita è troppo breve per preoccuparsi di queste cose. Non mi piace, ma non è che li picchierei o niente del genere”. Si ferma un attimo. “Sai, il mio fratellino aveva avuto ragazze e tutto il resto, poi ha avuto una fase gay. Due anni fa lo hanno trovato impiccato a un albero. Dicono che sia stato un suicidio, ma non ci ho mai creduto”. Sgrano gli occhi. “Mi dispiace”, gli rispondo. “Che ci vuoi fare”, continua Karl. “Non posso avercela con i gay”, ribadisce. “Ah, ma le ragazze bianche con un nero… Quello amico proprio non riesco a digerirlo”. Non è il primo a dirmi una cosa del genere, da quando sono arrivato. In molti mi hanno specificato che le coppie di due razze diverse non sono viste di buon occhio da queste parti. “Se a scuola vedessero un ragazzo nero tenere la mano a una ragazza bianca di certo troverebbero il modo di espellerli entrambi”, mi conferma Sheri, la psichiatra del paese.

Da in fondo alla strada proviene un penetrante rumore di sega elettrica. Sul tetto di Huff Farm Supply ci sono tre uomini avvolti da folate di polvere. Ai piedi della scala a pioli c’è un ragazzo sulla trentina, con la barba, gli occhiali da sole e un cappellino da baseball. Si chiama Pat ed è piuttosto restio a rivolgermi la parola. “Non abbiamo niente contro i gay”, bofonchia a denti stretti. “Ma quello è mio padre”, dice indicando il genitore che è sul tetto impegnato a segare assi di legno con la motosega. “E’ un pastore battista, e la bibbia dice che l’omosessualità è un peccato”. Pat non è affatto amichevole, non incrocia mai il mio sguardo. “Certo che conosco persone omosessuali, non ho niente contro di loro”, aggiunge. “La vedi quella casa laggiù?”, mi dice indicando una casetta di legno proprio dietro il loro negozio. “Quella è la casa dove è cresciuta mia nonna”, spiega con voce leggermente infastidita. “Ora ci abita una coppia di lesbiche”.

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