AIDS, il ritorno della malattia che non se n’è mai andata

da «Il Bo» del 30 novembre 2012

di Mattia Sopelsa

Il primo dicembre è la giornata mondiale contro l’Aids e i dati forniti dall’Istituto superiore di sanità non sono assolutamente confortanti: il problema è lontano dall’essere risolto.

Con una stima di 4.000 nuove infezioni l’anno e con 5,8 nuovi casi annui di positività ogni 100.000 abitanti (con picchi di 8 casi in alcune regioni), l’Italia si conferma un paese a incidenza medio-alta. Non è il solo, visto che anche gli Stati Uniti assistono a una preoccupante recrudescenza delle infezioni con “la percentuale più alta di nuovi infetti tra i paesi sviluppati”, sottolinea il professor Carlos del Rio, co-direttore dell’Emory center per la ricerca sull’Aids (università di Atlanta), mentre il test per l’Hiv viene consigliato a partire dall’età minima di 15 anni.

In Italia a preoccupare sono in particolare due situazioni.  In primo luogo, l’aumento della percentuale dei cosiddetti late presenters, coloro che arrivano alla diagnosi di positività dell’Hiv in uno stato fisico già compromesso perché inconsapevoli di aver contratto il virus da tempo. Se nel 2010 erano il 54%, nel 2011 sono diventati il 56,4%. E, in secondo luogo, la percentuale delle trasmissioni verticali, quelle cioè da madre a figlio. “L’attenzione rispetto a questa malattia è diminuita – spiega il professor Carlo Giaquinto del dipartimento di pediatria dell’ospedale di Padova – da una parte la cultura sessuale dell’italiano, influenzata dalla Chiesa, non permette ancora di parlare adeguatamente di determinati argomenti, come l’uso del preservativo; d’altra parte è scesa anche l’informazione su una patologia che invece non è diventata meno pericolosa”. Ormai il veicolo di trasmissione principale è quello sessuale, e non più la tossicodipendenza come un tempo: “Quasi l’80% delle nuove infezioni avviene attraverso rapporti sessuali sia etero che omosessuali – conferma Giaquinto – e il rischio aumenta anche per il flusso migratorio che si dirige verso l’Italia da zone come l’Africa in cui la malattia è molto presente”. Il problema del flusso migratorio interessa anche la trasmissione del virus da madre a figlio. La Lila (Lega italiana per la lotta all’Aids) riporta che nel 2011 sono stati 19 i casi di sieropositività riscontrati nei bambini, nonostante la possibilità di accedere a terapie in gravidanza che permettono di abbattere il rischio di trasmissione del virus dalla madre al feto. “La possibilità di nascere sieropositivi è molto bassa – argomenta Giaquinto – il problema riguarda soprattutto l’accesso al sistema sanitario nazionale da parte delle popolazioni straniere che non è tra i più ottimali. In Italia sono circa 800-900 i casi di gravidanze con madre infetta e i neonati conclamati sono pochi”. Tra questi, ci sono le situazioni in cui la madre non ha effettuato la terapia richiesta o quelle in cui il virus nella madre viene identificato in ritardo. “Lo screening in gravidanza, anche se non obbligatorio, viene fatto, capita però che non tutti ritirino i risultati, con quello che ne può conseguire”, spiega ancora Giaquinto.

È chiaro come il reale problema alla base sia sempre quello della mancanza di comunicazione e di strategie di prevenzione mirate. Lo si capisce anche dall’abbassamento dell’età a rischio per contrarre il virus: “Nei giovani l’Aids non è più vista come una malattia mortale e le nuove generazioni, che rispetto alle precedenti non si sentono gravate dal peso della malattia, hanno una percezione del rischio radicalmente minore”.

La terapia farmacologica ha fatto e continua a fare passi importanti: “La malattia ora è cronica – conferma Giaquinto – e non più mortale e i casi di passaggio dallo stato di sieropositività all’Aids vero e proprio sono davvero pochi, ovviamente se l’assunzione dei farmaci rimane costante”.

La questione dei vaccini preventivi contro il virus è più complessa. Incoraggianti sono le notizie che giungono dagli Stati Uniti, dove sono stati resi noti i risultati della sperimentazione condotta in Thailandia dal programma di ricerca dell’esercito americano su oltre 16.000 volontari, tra donne e uomini. Il vaccino (risultato della combinazione di due diversi vaccini contro l’Hiv) ha dimostrato la sua efficacia nel 31% dei casi. In Italia non prosegue invece come previsto il percorso del vaccino sperimentale della ricercatrice Barbara Ensoli, basato sullo studio di una particolare proteina (la Tat) nell’interazione  con il sistema immunitario e nella trasmissione del virus dell’Aids. Lo studio è al centro di polemiche e di pubblicazioni che smentiscono l’efficacia del trattamento a fronte di importanti quote di finanziamento finora destinate a questa ricerca: “Le aspettative sul vaccino della dottoressa Ensoli sono effettivamente scemate – conclude il professor Giaquinto – E magari parte dei finanziamenti si sarebbe potuta adoperare per altri tipi di ricerca sull’Aids, ma le conclusioni a cui è giunto il gruppo permetteranno comunque a tutti di acquisire nuove conoscenze riguardo ai meccanismi patogenetici che sottostanno alla trasmissione dell’Hiv”.

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