Al di sopra di tutto l’amore

Adista Documenti n. 94 – 17 dicembre 2011
di Alessandro Santoro

(…) Le nostre Chiese non potranno mai legittimare veramente le forme molteplici dell’amore, fino a quando non riporteranno Gesù e il Vangelo all’interno della loro esperienza. Perché Gesù e il Vangelo, nell’esperienza delle nostre Chiese, soprattutto della Chiesa cattolica, tante volte, troppe volte, non c’è. Credo allora che dovremmo essere capaci di liberarci da tutti quei sensi di colpa che spesso le forme istituzionali, chiamate a conservare un potere sulle coscienze, costruiscono dentro di noi.

Il grande pedagogo brasiliano Paulo Freire diceva che ognuno di noi rischia di introiettare profondamente le forme di dominio che ha di fronte a sé. E credo che anche noi siamo figli di questo dominio e di questa conservazione.

(…) Sono stato rimosso dalla mia comunità per sei mesi in seguito al matrimonio che ho celebrato fra Sandra (nata uomo) e Fortunato, i quali, sposati da ventisei anni civilmente, chiedevano soltanto di sentirsi parte, anche attraverso il sacramento del matrimonio, della nostra comunità, della comunità dei credenti. E così sono stato sospeso da tutti i miei incarichi pastorali nella comunità delle Piagge.

In quella situazione, molti mi hanno chiesto: come fai ancora a rimanere dentro la Chiesa? E io ho cercato, in quei mesi, di riflettere su questa domanda, e non ho trovato altra risposta che tentare di superare questo meccanismo del “dentro” e del “fuori”. Perché credo che il “dentro” e il “fuori” siano un meccanismo figlio di quella introiezione che ci portiamo dentro. Credo che il Vangelo ci chieda ben altro; credo che ognuno di noi, quando vive l’amore, quando lo vive profondamente e lo vive in verità, qualunque sia la persona amata, qualunque sia la situazione in cui vive quell’amore, sia “dentro” quel fiume largo, straordinario, che è il Vangelo, che è la storia e l’esperienza di Gesù di Nazareth. E questo non ce lo può togliere nessuno.

Nel momento in cui ci sentiamo dentro, fino in fondo, a questa esperienza, noi siamo Chiesa e come Chiesa siamo legittimati, perché cominciamo insieme a camminare e a costruire questa dimensione di amore, nella consapevolezza che ognuno ha bisogno della verità e dell’amore dell’altro per compiersi. In quel momento noi diventiamo immagine e somiglianza di quel Dio vivo raccontato dai testi biblici.

Nel Vangelo, quello che sta a cuore a Gesù, è il “nascere ancora una volta”, il “venire fuori”.

C’è un’altra grande persona di cui vorrei parlare, Danilo Dolci. Vissuto per molti anni in Sicilia, pur venendo dal nord dell’Italia, Danilo Dolci aveva un approccio maieutico al mondo. La maieutica è, potremmo dire, il prendere per mano le persone e fare in modo che esse stesse siano capaci di tirare fuori la verità della propria esistenza, quel nucleo essenziale e vero che troppe volte rimane schiacciato, oppresso, chiuso, nascosto, deriso, umiliato da tutti quei meccanismi istituzionali che spesso dominano le nostre coscienze e le nostre vite. E questo non possiamo permetterlo, perché è disumano e perché è contrario a quel sogno di Gesù di cui parlava Franco Barbero, quel sogno che Dio da sempre, fin dalla Genesi, ha per l’umanità: «non è bene che l’uomo sia solo». Tutto il resto viene dopo. «Voglio fargli un aiuto che gli sia simile»: voglio fargli – direbbe McNeill – un compagno, una compagna, perché possa costruire questa dimensione di relazione che gli consenta di compiersi come essere umano. Nel momento esatto in cui un uomo costruisce la sua relazione con un altro uomo, con un altro essere vivente, lì sta cominciando a camminare per diventare “immagine e somiglianza” di Dio; lì sta vivendo la sua esperienza di fede; lì diventa parte di quel grande sogno di Dio per la storia umana.

IN LINEA CON IL SOGNO DI DIO

Noi spesso abbiamo bisogno di essere legittimati, di essere riconosciuti. Ma non è questo il riconoscimento più alto, più profondo a cui dovremmo tendere, se ci sta a cuore quella fede, quell’esperienza, quell’oltre, quel mistero ineffabile. Non ci farebbe bene liberarcene, sapendo di essere in linea con il sogno biblico di Dio per l’essere umano e la sua storia?

Ecco allora che vorrei proporre un percorso, un percorso che vale per qualsiasi essere umano, e che io ho cercato di fare per me stesso, perché ci si possa liberare in profondità da questa schiavitù, da questa sudditanza, per diventare finalmente, direbbe don Lorenzo Milani, cittadini sovrani, “cittadini e credenti e uomini di fede sovrani”, nella consapevolezza che in quella libertà di coscienza abita e pianta le tende quel Dio della storia che si fa carne e uomo in Gesù di Nazareth.

Ma noi – io lo so, lo sento, lo vedo e lo percepisco, perché vale anche per me – non riusciamo a crederci fino in fondo. Arriviamo fino ad un certo punto, poi c’è qualcosa che ci blocca: la nostra storia, quello che abbiamo introiettato, l’educazione religiosa della quale non riusciamo a spogliarci. Eppure, la storia di Gesù nel mondo inizia con una spoliazione, che è quella della Lettera ai Filippesi, quella espressa da una parola greca intraducibile, kenosis. Questa spoliazione, quest’abbassamento, questa riduzione possono essere ritradotti attraverso i tre imperativi usati Gesù nel cap. 11 del Vangelo di Giovanni, di fronte all’amico Lazzaro e di fronte a Marta e Maria, la famiglia “di riferimento” di Gesù, dove Gesù, per usare immagini dei nostri giorni, va a mangiare la sera quando è sfinito dall’incontro con gli esseri umani, dove va a rinfrancarsi, una famiglia fatta di due sorelle e un fratello che vivono insieme: un’anomalia per il mondo familiare ebraico.

Dopo essersi commosso profondamente, dopo aver pianto per l’amico, dopo aver ritrovato e fatto riemergere la sua dimensione umana, Gesù utilizza tre espressioni, due al plurale e una al singolare. La prima: «togliete la pietra». È quello che dovremmo fare noi di fronte a cose che ci fanno respirare, che ci fanno sentire bene, che ci fanno sentire accolti, abbracciati, amati. C’è qualcosa di più di questo, forse? Ma poi c’è quella pietra, che ci frena, che ci impedisce di vedere oltre, quella ferita che procura lentamente questo stillicidio delle coscienze operato dalle istituzioni forti, quella ferita che non riesce a diventare feritoia, attraverso cui vedere oltre, vedere un po’ più in là. «Togliete la pietra», al plurale, perché da soli non possiamo farcela: è quell’eliminare pian piano tutte le scorie, tutto quello che c’è di vecchio e di arcaico, i sensi di colpa, i retaggi. Che non è che non contino più, ma che non possono schiacciare la verità della nostra vita. E allora togliamola, quella pietra, e aiutiamoci gli uni gli altri a toglierla! La Chiesa istituzionale non potrà farlo perché, per come è costruita, rischierebbe di implodere, per questo si ostina a marcare stretto tutto ciò che non rientra in un alveo controllabile e controllato. Rassegniamoci, è così, a meno che non cambi la struttura della Chiesa, l’impianto con cui la Chiesa è costruita, a meno che non si arrivi a una sinodalità vera, ad una vera collegialità. Allora togliamola, questa pietra.

Il secondo imperativo di Gesù è al singolare, questa volta c’è il nome davanti. Il nome significa rendere evidente la storia di ognuno: non sei più “un tale”, uno qualunque, una categoria; sei un nome, una storia. Lì c’è scritto: «Lazzaro, vieni fuori». Ed è questo uscire fuori, questo coming out, a costituire una delle dimensioni richieste al mondo omosessuale, no? Gesù non dà agli uomini quello che ad essi manca (…). Gesù tocca, prende per mano e dice «coraggio, alzati». Non viene a darci quello che ci manca, ma viene a dirci: tu sei degno della tua vita, vieni fuori, fa’ in modo che la luce che è in te non sia tenebra, impara a diventare un essere vivente. Nella Genesi, dopo aver fatto l’uomo, Dio soffia nelle sue narici un alito di vita e l’uomo diviene un essere vivente: questo è ciò che Gesù vuole dall’umanità. «Sono venuto perché gli uomini abbiano la vita», pratichino la vita, mostrino la vita, «e l’abbiano in abbondanza», tracimante, perché la misura dell’amore è una misura traboccante, necessariamente inclusiva, che non ha recinti, non ha frontiere, non ha regole se non quella di partenza, che è quella dell’amore vicendevole, che può venir fuori solo se ognuno di noi ama ciò che è. Come direbbe sant’Agostino, «ama, e fa’ ciò che vuoi», perché amore è scoprire che io esisto nella misura in cui do spazio all’altro che è in me e che è fuori di me, che permette di compiermi, e di compierci come esseri umani.

I volti molteplici dell’amore sono allora benedetti da Dio, perché sono immagine e somiglianza di quel sogno, e non hanno bisogno di essere legittimati, di trovare uno spazio: hanno bisogno di stare dentro e di essere vissuti pienamente, concretamente, amorevolmente. C’è un bellissimo brano del Vangelo, nel capitolo 22 di Matteo (e con altre caratteristiche in Luca), che parla di un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio. (…). Gli invitati, ormai adattati e asserviti al sistema, non rispondono all’invito del re. Ognuno ha le sue scuse: non è prudente, non è il caso, non è il momento, ora non posso, ho altro da fare, però sei nel mio cuore, ti voglio bene, hai una storia d’amore un po’ disordinata ma sei accolto… Ogni riferimento al documento ecclesiale è puramente voluto. (…). Allora il re non molla, e dice: andate per strada, chiunque lì troviate invitatelo. E quelle persone trovate per strada vanno alla festa. C’erano tutti, buoni e cattivi, e riempivano la sala, buoni e cattivi. A un certo punto il re entra nella sala per vedere – altro grande importante verbo del Vangelo – chi c’era, e scorge un tale senza l’abito delle nozze. Un uomo preso dalla strada come poteva avere l’abito nuziale? Sarebbe stato facile rispondere al Re, ma il Vangelo invece dice che egli «ammutolì». Perché quell’abito nuziale non è un semplice vestito, ma è la nostra dignità, è la nostra trasparenza, è la nostra verità. La domanda è: dove l’hai messo, quell’abito nuziale? Alla festa della vita partecipano tutti, ma, perché quella festa sia espressione del Regno, tu hai bisogno di esserci con quello che sei e in compagnia della tua verità.

Il terzo imperativo usato da Gesù è così anarchico (e per me che sono anarchico è il più ricco di significato) che temo di non riuscire a farlo comprendere nella sua densità liberatoria: «scioglietelo e lasciatelo andare», al plurale. Sentite la grande libertà che attraversa questa espressione. Nel momento in cui uno viene fuori, può fare ciò che vuole – capite in che senso? –, può veramente amare, può anche sbagliare, inciampare, rialzarsi, fallire, innamorarsi, incrociarsi con storie e amori, non farcela, riprendere il cammino, fallire, umiliarsi, eppure rimanere in piedi. «Scioglietelo e lasciatelo andare».

Concludo con una frase, che è quella che ho usato anche con il vescovo quando gli ho detto che avrei celebrato quel matrimonio. È di sorella Maria del Campello, che probabilmente non conoscete neanche, una donna straordinaria morta da un po’ di anni, che ha avuto rapporti con i più grandi, Gandhi, Schweitzer, Capitini: «lasciare la regola ogni volta che è in contraddizione con l’amore». Per me non c’è dubbio: questa dovrebbe essere l’unica nostra regola.

Vi lascio con una poesia del 1974 di Danilo Dolci, che ci invita davvero a liberarci, venendo fuori come ci chiede e ci spinge a vivere Gesù nel Vangelo. Voglio regalarla a me e a voi: «C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.
C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato. […]
C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

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