Alle radici del comportamento pedofilo dei preti: il rapporto dei vescovi Usa

da Adista del 28 maggio 2011

36158. NEW YORK-ADISTA. Non esiste un’unica causa all’origine del comportamento pedofilo dei preti: è questa la conclusione a cui è giunto un corposissimo rapporto elaborato dal prestigioso John Jay College of Criminal Justice di New York, intitolato «Cause e contesto dell’abuso sessuale su minori da parte di preti cattolici negli Stati Uniti, 1950-2010», pubblicato il 18 maggio e presentato alla Conferenza episcopale statunitense, dalla quale il John Jay College aveva ricevuto l’incarico. Si tratta del secondo di due studi compiuti dal College: il primo, del 2004, aveva uno scopo puramente descrittivo e focalizzava l’attenzione sull’illustrazione e la portata del fenomeno tra il 1950 e il 2002. Ma «chi cerca una spiegazione semplice della crisi degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica resterà deluso», avverte, nel suo commento al rapporto – definito «straordinario e sofisticato» – il gesuita p. Thomas J. Reese, già direttore del settimanale America e ora docente alla Georgetown University di Washington.

In effetti la sensazione è che il rapporto non dia risposte facili. Per quanto riguarda l’aumento dell’incidenza del fenomeno tra gli anni ‘60 e ‘70, «esso fu influenzato da fattori sociali diffusi a livello generale nella società americana», si legge; e a voler tracciare un pur vago identikit del prete responsabile di abusi, emerge che generalmente si tratta di persone che hanno ricevuto una formazione umana più povera rispetto agli altri, che spesso sono state a loro volta vittime di abusi; che non avevano forti legami relazionali o famiglie in cui il sesso era un tabù; persone che «avevano punti vulnerabili, deficit a livello intimo e una carenza di relazioni personali prima e durante il seminario»; che compivano i loro abusi soprattutto in periodi di stress, isolamento e solitudine; che spesso hanno iniziato anni dopo la loro ordinazione sacerdotale, «in contesti di perdita di contatto significativo con coetanei». Come gli stupratori nella società, così i preti pedofili avevano motivazioni per commettere l’abuso (ad esempio una vicinanza emotiva agli adolescenti), esprimevano «tecniche di neutralizzazione per giustificare il loro operato» e approfittavano di circostanze favorevoli, usando poi tecniche di adescamento per ottenere la fiducia della vittima potenziale.Non si fa riferimento, nel rapporto, alla rilevanza del celibato o del sacerdozio maschile, e nemmeno dell’omosessualità: «Preti che hanno avuto esperienze omosessuali prima o durante il seminario… non avevano una maggiore tendenza all’abuso su minori», si legge nel rapporto; i dati clinici infatti «non supportano l’ipotesi che i preti con un’identità omosessuale o coloro che hanno un comportamento omosessuale siano significativamente più predisposti ad abusare sessualmente dei minori di quanto non lo siano gli eterosessuali». Il che non è una buona notizia, per la Chiesa, avverte Reese: «Ciò significa solo che sono più difficili da scoprire e che vanno protetti bambini di diverse fasce d’età». Che le vittime siano per lo più maschi viene spiegato con il fatto che i maschi erano più accessibili. «I ricercatori presentano il dato – commenta Reese – mostrando che dopo l’accesso delle bambine alla funzione di chierichette, c’è stato un “aumento sostanziale nella percentuale di vittime femminili alla fine degli anni ’90 e nel 2000, quando i preti avevano più accesso ad esse in chiesa”; è ironico che il pregiudizio clericale abbia protetto le bambine dall’abuso».Nemmeno ai seminari postconciliari può essere imputata una qualche responsabilità per il diffondersi della pedofilia, perché la maggior parte dei preti implicati è stata ordinata prima degli anni ’70, e moltissimi sono coloro che hanno studiato nei seminari negli anni ’40 e ’50. Il picco dei casi di abuso si è registrato dalla metà degli anni ’60 alla fine degli anni ’70, con un declino sensibile dagli anni ’80 in poi.Persino sul termine «pedofilia», sostiene il rapporto, bisogna andare cauti, perché meno del 5% dei preti accusati ha mostrato un comportamento compatibile con una diagnosi di pedofilia, patologia le cui vittime sono pre-adolescenti. La maggioranza dei responsabili di abusi, insomma, sarebbe rappresentata da “sex offenders” indiscriminati, che in più casi avrebbero abusato anche di adulti e che soprattutto non si distinguerebbero dagli altri preti per «specifiche caratteristiche psicologiche, evolutive o comportamentali». Ciò significa, evidentemente, che è molto difficile riconoscerli ed impedire loro di accedere al sacerdozio.Il rapporto si occupa anche del ruolo dei vescovi e del loro grado di consapevolezza dell’estensione e della gravità del fenomeno. Prima della metà degli anni ’80, afferma il documento, era convinzione generale che l’abuso da parte di un prete fosse «psicologicamente curabile e spiritualmente riparabile». Quanto alla percentuale di vescovi consapevoli, però, il rapporto spiega che se l’80% dei casi oggi conosciuti risale a prima del 1985, solo il 6% di essi veniva denunciato: a quell’epoca i vescovi sapevano che l’abuso esisteva, commenta Reese, ma non avevano idea della sua diffusione. La loro attenzione, poi, era concentrata sul prete e non sulle vittime, che solo dal 2002 hanno cominciato ad incontrare; tutto questo ha causato la ben nota lentezza dei vescovi nel riconoscere pienamente la gravità del fenomeno. (ludovica eugenio)

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