America, un pollo contro le nozze gay. Anche il fast food si schiera

da Corriere.it del 3 agosto 2012

di Massimo Gaggi

A Marco Pannella, che ha passato una vita a sostenere coi digiuni le battaglie per le sue idee, verranno i brividi a vedere migliaia di conservatori che da un angolo all’altro dell’America manifestano il diritto al «free speech» di Dan Cathy, capo della catena di ristorazione Chick-fil-A e nemico giurato dei matrimoni gay, divorando pasti ipercalorici in un «fast food».

Il caso, come spesso accade negli Usa, nasce da una vicenda banale che una serie di interventi incrociati e imprevedibili trasformano in un incendio difficile da domare. Cathy, che già in passato era sceso in campo contro le unioni omosessuali e che da anni finanzia con la sua azienda gruppi della destra religiosa come «Focus on the Family», è uscito di nuovo allo scoperto due settimane fa con un’intervista a una testata confessionale, The Baptist Press . Ha ribadito con vigore che Chick-fil-A (una catena con 1.610 punti di ristorazione, specializzata in sandwich di pollo), da azienda a conduzione familiare crede nei valori della famiglia tradizionale: quella che nasce dall’unione tra un uomo e una donna.

Stavolta non è passato inosservato come in passato: prima i boicottaggi annunciati dalle associazioni gay, poi l’attacco dei sindaci liberal di alcune metropoli americane. Quello di Boston, Tom Menino, ha minacciato di mettere al bando i Chick-fil-A nella sua città, mentre il suo collega di Washington, Vincent Gray, ha accusato la catena di fast food di vendere i «polli dell’odio». Poi è sceso in campo con una minaccia di boicottaggio anche il primo cittadino di Chicago, Rahm Emanuel, cosa che ha finito per tirare in ballo indirettamente anche Barack Obama del quale Emanuel è stato capo di gabinetto alla Casa Bianca fino al 2010. Ma quando la «speaker» del consiglio comunale di New York, Christine Quinn (gay, si è appena sposata) ha chiesto la chiusura del ristorante della catena di Dan Cathy che opera a Manhattan, davanti alla New York University, il sindaco Michael Bloomberg – che, pure, è un grande combattente per i diritti degli omosessuali – è sceso in campo per stigmatizzare ogni tentativo di boicottaggio.
E anche il «New York Times», la voce più autorevole dell’America progressista, si è mosso con un editoriale nel quale sostiene che le parole dell’imprenditore sono da condannare, ma rientrano nella libertà di esprimere qualunque opinione; una libertà garantita dalla Costituzione. Idee da condannare, ma questo gesto non può spingersi fino al punto di «boicottare un business il cui titolare non la pensa come noi».

Davanti alla reazione eccessiva dei movimenti gay e dei «liberal», i conservatori non sono stati a guardare: l’ex governatore dell’Arkansas ed ex candidato alla Casa Bianca, Mike Huckabee, è sceso in piazza per dare il suo sostegno a Dan Cathy e ha invitato gli americani a fare altrettanto andando a mangiare in massa nei ristoranti della catena. Huckabee ha fissato l’appuntamento per mercoledì (l’altro ieri) da lui ribattezzato «giornata della gratitudine per Chick-fil-A». Subito seguito da Rick Santorum e da altri politici della destra religiosa, Huckabee è stato attaccato da molti commentatori: «Ma come, lui che è diventato celebre per le sue lotte contro l’obesità, per aver perso 50 chili in eccesso e che ha scritto un libro nel quale invita gli americani a non scavarsi la fossa con forchetta e coltello, ora li spinge verso un “fast food” a mangiare un sandwich di pollo da 1.080 calorie e a bere un frappè da 590?» ha protestato Dana Milbank in un editoriale pubblicato dal Washington Post.

Ma sono in molti quelli che hanno ascoltato più Huckabee che gli appelli salutisti: mercoledì i ristoranti della catena sono stati presi d’assalto. Da Chicago alle città del New Jersey fino ad Atlanta, sede della società di Cathy, si sono formate file lunghissime di gente che ha aspettato anche un’ora sotto il sole per offrire il suo tributo ideologico-calorico. Vendite record, ha dichiarato in un comunicato Chick-fil-A, senza tuttavia dare cifre.

La società, probabilmente, ora vorrebbe tornare alla normalità. La polemica nazionale l’ha fatta conoscere a tutti e nell’immediato fa entrare più gente nei suoi ristoranti, ma alla lunga può essere nociva: la compagnia non smette di sottolineare che, pur essendo ideologicamente contraria alle unioni omosessuali, non ha mai fatto alcuna discriminazione tra i suoi 20 mila dipendenti (tra i quali molti gay), né tra i clienti.

Troppo tardi: irritate dal successo della «giornata della gratitudine», le associazioni dell’orgoglio omosessuale hanno già annunciato una contromanifestazione. Oggi la loro gente andrà a baciarsi davanti agli ingressi dei Chick-fil-A. Probabilmente a questo punto l’azienda staccherebbe volentieri la spina. Nel frattempo c’è qualche altro che ha provato a gettarsi nella mischia: Jim Furman, padrone di una società che gestisce in franchising 73 ristoranti in Sud e Nord Carolina della catena Wendy (molto più grande di Chick-fil-A e specializzata in piatti di manzo) ha fatto mettere davanti ai suoi «fast food» cartelli di solidarietà nei confronti della società rivale e a sostegno alle posizioni di Dan Cathy. Ma dal quartier generale di Wendy, in Ohio, è arrivato un altolà, e i cartelli sono spariti in un baleno.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>