Benché Dio non stia nell’alto dei cieli

di Roger Lenaers,
Massari Editore, 2012,
pp. 289, € 14,00

Benché dio non stia nell'alto dei cieli - Roger Lenaers

da Adista n. 26 del 7 luglio 2012

Non poteva certo venire esaurita in un solo libro l’impresa ambiziosissima di tradurre il messaggio cristiano – diventato oggi una lingua per iniziati accessibile solo a una porzione sempre più piccola della popolazione – in un linguaggio in cui l’uomo e la donna moderni possano riconoscersi. È per questo che l’87enne gesuita belga Roger Lenaers ha deciso di dare un seguito al suo fortunatissimo volume Il sogno di Nabucodonosor o la fine di una Chiesa medievale (Massari Editore, 2009, v. Adista nn. 44 e 93/09), in cui aveva condotto una revisione totale del catechismo cattolico, rileggendo ad uno ad uno tutti i temi della dottrina tradizionale alla luce del pensiero moderno. Il nuovo libro di Lenaers, appena uscito in Italia, come il precedente, per i tipi della Massari Editore (pp. 285, 14 euro), ha un titolo che “pesa”: Benché Dio non stia nell’alto dei cieli. Un titolo che evoca la celebre frase di Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante vittima del nazismo, sulla necessità di «vivere nel mondo etsi deus non daretur», come se Dio non ci fosse, che a sua volta richiamava un’espressione del giurista e teologo olandese Ugo Grozio a proposito del diritto naturale, che rimarrebbe in vigore etiamsi daremus Deum non dari, anche qualora si ammettesse che Dio non esiste (prima implicita formulazione dell’autonomia della dimensione intramondana). Se, tuttavia, per Grozio, figlio di un’era premoderna, la non-esistenza di quel «Dio nell’alto dei cieli» era una supposizione assolutamente irreale, il titolo del libro di Lenaers esprime, al contrario, una concezione moderna in base a cui “questo” Dio davvero non c’è più. Lasciando intendere, però, che, «benché» non ci sia, o, meglio, benché non stia “lassù”, in un altro mondo che domina e determina sovranamente il nostro, il messaggio originario della fede cristiana non perde nulla della sua vera sostanza: Gesù di Nazareth, come si legge nella Prefazione, rimane comunque il Cristo, «la suprema autorivelazione del mistero che chiamiamo “Dio” e quindi la fonte della nostra salvezza e l’alfa e l’omega della nostra esistenza».

Vero è che le conseguenze di una rilettura della buona novella nel linguaggio della modernità appaiono realmente di inusitata portata, esprimendo tutta la distanza che separa il quadro concettuale eteronomo (premoderno, soprannaturale) – cioè l’universo mentale delle rappresentazioni cristiane tradizionali, secondo cui il nostro mondo sarebbe completamente dipendente dall’altro mondo e dalle sue prescrizioni – da quello “credente moderno” o intramondano, in cui risulta impensabile che un potere esterno al mondo intervenga nei processi cosmici, in quanto esiste solo un mondo, il nostro, che è un mondo santo, in quanto autorivelazione di quella Realtà originaria che intendiamo con la parola Dio, «un Amore che genera tutto, che si esprime sotto forma di cosmo e si rivela in modo sempre più chiaro nel corso dell’evoluzione cosmica». Per qui deve passare il messaggio confessionale tradizionale: per una verifica del suo «grado di adesione alla realtà intramondana» e, nel caso in cui ne faccia difetto, per una sua riformulazione «in un linguaggio che abbia senso» per l’uomo e la donna di oggi.

L’abbandono dell’eteronomia a favore dell’autonomia non può però non avere ricadute decisive anche per l’etica: se l’etica premoderna – di cui l’autore evidenzia nel libro i limiti e le contraddizioni (che si tratti di sessualità, di indissolubilità del matrimonio, di possesso dei beni, di obbedienza e libertà, di eutanasia) – ha fatto il suo tempo, perlomeno in Occidente, e l’etica dell’umanesimo moderno non è esente da componenti potenzialmente distruttive, Lenaers individua la “terza via” di un’etica moderna, ma credente, che, «da una parte, trovi la sua fonte di ispirazione nel Vangelo e, dall’altra, riconosca pienamente l’autonomia dell’essere umano e del cosmo», derivando i principi del comportamento umano non dal di fuori, da un’autorità infallibile, ma dall’essenza autentica dell’essere umano, inteso come «scintilla di un Amore originario assoluto». In questo quadro, l’etica credente moderna è un’etica dell’amore, in cui ciò che si deve fare è quanto, «di regola» – quindi non necessariamente sempre e ovunque, perché nessuna legge è assoluta – «promuove il processo di umanizzazione» e ciò che non si deve fare è quanto, «di regola», lo danneggia. Un’etica che ci permette di incontrare Dio non, come nell’etica premoderna, solo in certi momenti, quando ci si imbatte in qualche suo comandamento, ma «ogni qualvolta ci si chiede se ciò che facciamo farà del bene a noi, agli altri e alla natura».

Quale sarà, invece, nell’ambito del pensiero credente moderno, il ruolo delle Scritture? Che ne è della Bibbia nel momento in cui si cessa di considerarla la parola di un Dio nell’alto dei cieli? Di certo non è più possibile continuare a considerarla come «il deposito ispirato dei messaggi divini»: «Lo si può accettare in buona fede – spiega Lenaers – perché altri lo dicono. Ma loro come lo sanno? Certamente solo perché gliel’ha confermato Dio. E dove l’ha confermato? Certamente nella Bibbia o nel Corano. Ma questa è una pura petitio principii, in cui si usa come prova proprio ciò che dev’essere dimostrato». E ciò senza neppure considerare il problema rappresentato da quei comportamenti inumani o ingiusti che, lungo le pagine della Bibbia, vengono ordinati, promossi o approvati, come, per fare solo un esempio, la distruzione dei Madianiti (in Numeri, 31), «un genocidio al confronto del quale Srebrenica è nulla». O il problema delle contraddizioni, dei fenomeni impossibili e anche di qualche affermazione eticamente discutibile presenti anche nel Nuovo Testamento. Eppure, una «rivalutazione» della Bibbia è, secondo Lenaers, chiaramente possibile nel quadro del pensiero moderno credente, a partire dalla considerazione del Vangelo come «il fondamento del nostro incontro personale con Gesù di Nazareth» e della nostra professione di fede in lui come la massima, la più ricca, la più pregnante autoespressione di Dio, e in questo senso, sì, “parola” di Dio, «tra virgolette», nella misura in cui quel resoconto dell’incontro con Gesù riesce a destare in noi un’esperienza di luce, di liberazione, di gioia, di pace.

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