Bergoglio: essere portatori di una nuova rivoluzione necessaria. L’esempio di Giona

da Corriere della Sera del 21 ottobre 2013

di Mario José Bergoglio

Il testo qui sotto fa parte del «Messaggio alle comunità educative» del 2007.

Professare un credo e sostenere una determinata concezione dell’essere umano può sembrare un atteggiamento non particolarmente allettante in quest’epoca di relativismo e crollo delle certezze: quante meno sicurezze abbiamo, tanto più corriamo il rischio di lasciarci convincere che l’unico appiglio solido e sicuro sia ciò che ci propongono gli slogan del consumo e dell’immagine.

La soluzione peggiore consiste nel trincerarci nel nostro piccolo mondo emettendo giudizi amari sulle condizioni in cui versa la società. Non ci è permesso trasformarci in «scettici» a priori (il che equivale ad avere non un pensiero critico, bensì la sua versione ottusa) e complimentarci con noi stessi per la nostra chiarezza dottrinale e la nostra incorruttibile difesa della verità, che alla fine conduce solo alla nostra soddisfazione personale.

Dobbiamo invece lanciare messaggi positivi: vivere noi per primi in pienezza e farci testimoni e costruttori di un nuovo modo di essere uomini e donne. Ma questo non succederà se perseveriamo nello scetticismo: bisogna convincersi che le cose non solo «si possono» cambiare, ma che la rivoluzione di cui ci facciamo portatori è una imprescindibile necessità.

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La figura biblica di Giona può esserci di ispirazione in questi tempi di cambiamento e incertezza. In un certo senso il suo atteggiamento rispecchia quello degli educatori, molti dei quali hanno alle spalle una lunga e ricca esperienza fatta di tecniche e metodi collaudati.

Giona conduceva una vita serena e tranquilla, aveva le idee chiare sulla religione, sull’antagonismo tra bene e male, sull’azione di Dio e su cosa Egli si aspettava da lui, su coloro che erano fedeli all’alleanza e su quanti non lo erano. Questo atteggiamento di chiusura lo spinse a concepire in modo troppo rigido i luoghi in cui doveva compiere la sua missione profetica. Giona aveva le conoscenze e tutte le carte in regola per essere un bravo profeta e continuare la tradizione secondo la logica del «come era sempre stato fatto».

All’improvviso, però, Dio sconvolse il suo ordine irrompendo nella sua vita come un torrente in piena, privandolo di ogni sicurezza e comodità: lo inviò a Ninive, «la grande città», simbolo di tutti i reietti ed emarginati, per proclamare la sua Parola. Così facendo Dio lo invitava a sporgersi oltre i suoi limiti, ad andare verso la periferia, affidandogli la missione di ricordare a tutti gli uomini smarriti che le braccia di Dio erano aperte e che Lui avrebbe offerto loro il suo perdono e la sua tenerezza. Ma la sua richiesta andava oltre le capacità di comprensione di Giona, che decise di abbandonare la missione scappando nella direzione contraria a quella indicatagli da Dio, alla volta di Tarsis, in Spagna.

Le fughe non sono mai positive, perché la fretta ci impedisce di vedere con chiarezza gli ostacoli. Quando Giona si imbarcò per Tarsis, la nave sulla quale viaggiava fu sorpresa da una tempesta e, dopo aver confessato ai marinai di essere lui la causa dell’ira divina, questi lo gettarono in mare. Mentre si trovava in acqua un grosso pesce lo inghiottì. Giona, che era sempre stato una persona tranquilla e pacata, non aveva tenuto conto che il Dio dell’alleanza non viene mai meno ai suoi giuramenti ed è terribilmente insistente quando è in gioco il bene dei suoi figli. Per questo, quando la nostra pazienza si esaurisce, Lui si pone in attesa, facendo risuonare senza sosta la sua tenera parola di Padre.

Proprio come Giona, anche noi possiamo ascoltare la chiamata incessante che ripete l’invito a vivere l’avventura di Ninive, ad assumerci il rischio di essere i protagonisti di una nuova educazione, frutto dell’incontro con Dio. Esso è sempre una novità e ci sprona a rinunciare alle abitudini, a metterci in marcia verso le periferie e le frontiere, là dove si trova l’umanità più ferita e dove i giovani, dietro la loro apparenza di superficialità e conformismo, non si stancano mai di cercare una risposta alle proprie domande sul senso della vita. Aiutando i nostri fratelli a trovarla, anche noi comprenderemo, in modo rinnovato, il senso dell’azione e la gioia della vocazione educativa, la ragione delle nostre preghiere e il valore della nostra dedizione.

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