Cade un tabù nel football americano: il coming out di Wade Davis

da Repubblica.it del 18 giugno 2012

di Giovanni Marino

Racconta la sua angoscia nello sport dei duri, dove i riti machisti si sprecano e la diversità non è mai stata neppure presa in considerazione. Racconta persino di aver fatto il bulletto con le ragazze per depistare i compagni di squadra. Di essersi finto un dongiovanni. Racconta la sua sofferenza e rompe un tabù Wade Davis, meno che un comprimario nella Nfl, ma da oggi una voce nuova e, a suo modo, coraggiosa nel sempre più variegato mondo del football americano.

Wade, di fatto, apre un dibattito sinora sempre e solo taciuto. Nei giorni in cui Antonio Cassano mostra il suo livello rispondendo a una, per altro, capziosa domanda sui gay, in America si discute sul tema. E senza preconcetti.

Wade Davis

Wade Davis

Un passo indietro. Wade Davis oggi ha 34 anni. E’ stato un cornerback. Inseguiva le tracce dei ricevitori avversari e cercava di arginarli, se non di intercettarli quando se ne presentava l’occasione. Ha peregrinato alle soglie del grande football senza mai diventarne protagonista: Tennesse Titans, Washington Redskins, Seattle Seahawks. Giocatore professionista sì, ma non di livello. Esperienze anche in Europa.

Una sofferenza la sua carriera, non solo dal punto di vista meramente sportivo. C’era dell’altro, che oggi svela: “Sono omosessuale e ho sempre pensato che questo incidesse negativamente nel mio ambiente e con il mio ruolo ufficiale di giocatore professionista di football americano, nel mio subconscio ero tormentato, credevo che il mio orientamento sessuale fosse una cosa da nascondere, una roba cattiva e nella mia mente non vedevo come la mia “famiglia” del football nè i miei cari potessero mai accettarlo. Giocavo a football e, tra l’altro, ero convinto che l’essere gay potesse essere assimilato all’essere meno forte e coraggioso per la disciplina che mi vedeva in campo”. Per tutto questo e per molto altro, Wade ha taciuto. A lungo.

Continua: “In una stagione, quando ero ai Titans, si capì che un altro compagno era gay; fu in qualche modo avvertito: riga dritto altrimenti rischi il taglio”. Davis, proprio nei Titans, aveva legato e molto con alcuni giocatori. Ma non disse nulla neppure a loro. Anzi, li seguiva nelle notti brave in night club che costavano sbronze e quattrini.

Intervistato da diversi network ha ribadito che lui “voleva soltanto sentirsi parte integrante di quella famiglia che è un team Nfl”. E che il suo “terrore più grande” quando era nella lega professionistica “è sempre stato quello di essere espulso da quella famiglia, di perderla assieme a quel senso unico di cameratismo e unione”.

Le parole di Wade Davis hanno ovviamente suscitato un dibattito, per nulla volgare, e assolutamente costruttivo all’interno della Nfl. Ne è venuto fuori che alcuni giocatori omosessuali, soprattutto giovani, che stavano per fare il salto dai college alla National football league, hanno rinunciato, terrorizzati dall’essere discriminati se si fosse conosciuto il loro orientamento.

Ma soprattutto è emersa una totale solidarietà dei giocatori interpellati riguardo al tema. Non è quello, insomma, il problema. Sentite l’ex giocatore dei Titans Jevon Kearse: “Là fuori, se giochi a football ad alto livello, è un po’ come una guerra. Una volta che sei in campo tutto il resto non conta. Tu stai con la mia squadra, e basta. Ho giocato 11 anni in Nfl e sono certo di essere stato in squadra con almeno due compagni gay”. Nascosti, spaventati. “Ma ormai sta diventando una cosa accettata, ed è una buona cosa, quindi possono dichiararsi senza temere alcun tipo di conseguenza”.

Interessanti le parole di quella che potrebbe essere la nuova stella della Nfl, il quarterback Robert Griffin III, preso come rookie e già con, potenzialmente, i galloni da titolare per guidare da settembre i gloriosi Washington Redskins. “Non avrei nessunissimo tipo di problema con un compagno di squadra gay, purtroppo ricordo un giocatore che lasciò il futboll dopo aver detto ad altri che era omosessuale. Quando la cosa si seppe, lui abbandonò quella che avrebbe potuto essere una buona carriera. Credo che non abbia sopportato il peso di quello che lui sentiva come un giudizio. Ma, ripeto, per me un compagno di squadra gay non può rappresentare alcun tipo di problema”. Bravo Robert, hai già la stoffa del leader. E non solo in campo.

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