Che c’è di male se un bambino vuol vestirsi da femmina?

da Corriere.it del 21 settembre 2012

di Antonella de Gregorio

In Malesia, all’ultimo di una serie ricorrente di seminari per aiutare insegnanti e genitori a individuare segni di omosessualità nei bambini, condotto dal viceministro per l’Educazione, hanno partecipato 1.500 persone.  A maestri, mamme e papà, veniva spiegato, per esempio, che in un maschietto la preferenza per vestiti stretti e grandi borse è da ritenere “contro natura”. Meglio intervenire per tempo: nel Paese (a maggioranza islamica) il sesso gay è illegale e i trasgressori rischiano pene fino a 20 anni, fustigazione e multe.

All’opposto gli svedesi: dopo aver inaugurato il primo asilo “neutro” (che cresce i piccoli senza distinzione di genere) ; dopo aver introdotto, per legge, 170 nomi “unisex”, buoni per neonati di entrambi i sessi; e dopo proposte varie di toilette unite per i due sessi e campionati unici di bowling per maschi e femmine,  hanno inventato un pronome “neutro”(“hen”), che completa la gamma esistente: il maschile “han” (lui) e il femminile “hon” (lei). Lotta aperta alla discriminazione sessuale e pieno sostegno della parità, in attesa che i cuccioli d’uomo sviluppino nella maniera più naturale e autonoma  quello che sentono di essere. Nessun condizionamento. Nessuno stigma.

Negli Stati Uniti, ci informa il New York Times, terra fertile d’incontro di mille mondi diversi, rigidi corsi di “rieducazione” convivono con l’approccio morbido della teoria “queer” (o della “fluidità”). Che predica l’esistenza di uno spettro di generi anziché due categorie contrapposte. Una sfida alla pratica comune di dividere in compartimenti separati la descrizione di una persona perché entri in caselle definite. Maschio o femmina. Bambino o bambina. Laddove, magari, il piccolo in questione fatica a conformarsi a modelli inflessibili. Eterosessuale, gay o donna: tutto un lessico viene messo tra parentesi, per dare sfogo alla libera espressione di sé.

Il reportage del quotidiano americano racconta di bambini che sfidano la legge di gravità, che certi giorni si mettono la gonna, si dipingono le unghie e giocano con le bambole. E altri giorni si scatenano, lanciano giocattoli e fingono di essere l’Uomo Ragno. Indaga la fatica del loro “genere variante”. E la difficoltà delle famiglie di accompagnarli in quello spazio intermedio, insegnando loro a non vergognarsi di ciò che sentono.

Il merito dell’analisi è quello di rendere pubblica, visibile, una questione che è sempre stata risolta nel privato. Grazie anche a Internet, si va diffondendo la tendenza a condividere le esperienze e le informazioni, la disponibilità a fare rete, a cercare e dare supporto. Le persone di genere fluttuante sono sempre esistite. “Variante di genere non convenzionale”, la definiscono gli psicologi: “Un fenomeno che interessa una fascia percentualmente piccola della popolazione – spiega Antonio Prunas, ricercatore di psicologia clinica alla Bicocca di Milano -. Forme non  frequenti ma non patologiche, che riguardano la sfera psichica e non sono necessariamente legate all’orientamento sessuale”.

Preferenze per giocattoli e abbigliamento, atteggiamenti e impostazione della voce: gli studi citati dicono che dal 2 al 7 per cento dei maschi sotto i 12 anni mostra comportamenti che valicano il confine. Che a dieci anni molti di loro smettono di comportarsi in modo non convenzionale. E che tra il 60 e l’80 per cento dei bambini “rosa” diventano gay. Gli altri diventano eterosessuali o cambiano sesso, con l’aiuto degli ormoni e della chirurgia. Le statistiche che riguardano gli adulti parlano di 1 maschio ogni 30mila che chiede la “riconversione”;  mentre le femmine che vogliono una transizione al maschile sono 1 su 100mila.

Un tempo c’erano scuole correttive per assicurare un rientro nei ruoli. Oggi, come per il mancinismo, il fenomeno è ritenuto insolito ma non innaturale. Sempre più genitori e medici rifiutano di imporre forzature, consentendo ai bambini di “vivere lo spazio intermedio”. Ma resta ancora molto disaccordo sull’opportunità di soffocare o incoraggiare comportamenti anomali, che appartengono all’esperienza psichica dei singoli. “L’approccio migliore è non reprimere – conferma Prunas –. Frustrazione, inadeguatezza o vergogna possono essere fonte di stress e sofferenza ancora maggiori”.

Certo, è cambiato l’atteggiamento degli psichiatri, che tendono a non considerare più il “disturbo di identità di genere” una malattia mentale. “Nel nuovo Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali (il DsmV) – spiega Prunas – è allo studio un cambio di terminologia: si parlerà di “disforia di genere”: una sofferenza lecita dell’essere umano, di ignota origine. Una sofferenza soggettiva, più che una patologia. Che continuerà ad essere portata all’attenzione clinica se dovesse insorgere  molto precocemente – prima dei 4 anni – rivelarsi stabile nel tempo, accompagnata da sintomi di disagio. Per esempio, un bambino che sogna di risvegliarsi bambina, che rifiuta in maniera categorica vestiti o attività maschili; o una bambina che fa la pipì solo in piedi”.

Che sia la genetica, o la combinazione ormonale a influire sulle espressioni della virilità o della femminilità, o che le aspettative sociali legate al sesso biologico siano tali da influenzare la percezione di sé e il comportamento, poco importa. Ciò che è assodato è che nel corso della propria storia ogni individuo costruisce diversi aspetti della propria identità. E su quella di genere – il modo in cui ciascuno si percepisce, come maschio e come femmina – confluiscono tensioni diverse: dalle aspettative dei familiari, all’esperienza di sé, alle istanze biologiche, stereotipi e pregiudizi del momento storico e culturale.

Una delle più recenti e faticose conquiste della nostra società è l’aver riconosciuto che non esiste un orientamento sessuale che si possa considerare patologico. Mentre la possibilità di determinare la propria identità di genere è una conquista ancora tutta in divenire. Anche se una nuova generazione di genitori sta imparando a crescere e capire bambini bloccati a metà.

Penso però che anche imporre la “neutralità” sia un rischio. Soprattutto quando la realtà non corrisponde e il contesto agisce in contraddizione. Voi cosa ne pensate?

 
papà e figlio

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