Come non detto

Il manuale del perfetto coming out
di Roberto Proia
Sonzogno, Venezia 2012
pp. 128, € 15,00

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Recensione di Francesca Bussi da Vanity Fair del 27 agosto 2012

«Mi addormentavo sperando di svegliarmi etero. Adesso, quando ci ripenso, quel ragazzo che non voleva essere gay mi fa tenerezza».Roberto Proia di lavoro non fa lo scrittore, si occupa di distribuzione cinematografica. Ma il suo libro, Come non detto (Sonzogno, 122 pagine, € 15,00), è nato per un motivo: «Avevo qualcosa da raccontare. La storia di quanti problemi ci facciamo per paura di essere giudicati».

È una guida al coming out, un manuale semiserio che accompagna gay ed etero nel viaggio che porta a dire o a sentirsi dire «Sono gay». Roberto ha anche sceneggiato un film ispirato al libro (Moviemax). Ha lo stesso titolo, e racconta la storia di Mattia, terrorizzato all’idea di svelare ai genitori che da anni è fidanzato con un ragazzo spagnolo.

Come sono nati il libro e il film?
«Per lavoro avrò letto almeno 600 sceneggiature, alcune anche brutte, e mi sono detto “Una brutta la so scrivere anche io”. Scherzi a parte, ho pensato che il libro e il film potevano fare la differenza per qualcuno. Quando è toccato a me fare coming out, me la facevo sotto in maniera imbarazzante. Volevo raccontare quanto può essere buffo il momento successivo, quando ci ripensi e dici “Vabbè, tanto casino per niente”».

Perché un  manuale con tanto di esercizi? Qualcuno potrebbe dire che non si può insegnare il coming out.
«E quel qualcuno avrebbe ragione. Non esiste un modus operandi del coming out. Io ho cercato di fornire le motivazioni per farlo. Il libro è un cavallo di Troia: è divertente, ma l’argomento è serio. Aiuta il gay a rilassarsi, e aiuta l’etero a capire che cosa significa andare da un genitore con la fatidica frase: “Ti devo dire una cosa”».

Il libro è dedicato a Tiziano Ferro, che proprio su Vanity Fair fece il suo coming out.
«Quando ho letto la sua intervista, ho provato per lui un’ammirazione immensa. Mi è venuto spontaneo dirgli grazie. Il suo è stato il coming out più importante al mondo. Perché Ferro era all’apice della carriera, aveva tutto da perdere, al contrario di altri suoi colleghi, come Ricky Martin, che quando l’hanno fatto avevano già raggiunto una fase calante».

Perché è importante fare coming out?
«Perché non credo che esista qualcuno che ami fingere. Ci sono tante cose con cui dobbiamo venire a patti, tra queste la nostra sessualità. Facendo coming out maturi, ti cambi la vita, affermi che questo aspetto della tua personalità va bene. Ti liberi del terrore che ti facciano domande alle quali non puoi rispondere se non mentendo. In fondo, non hai ucciso nessuno. Se qualcuno ti rifiuterà, sarai così a posto con te stesso che il problema sarà solo suo, non tuo».

Anche lei pensa, come è stato detto dopo la morte di Lucio Dalla, che i vip che non fanno coming out sono «ipocriti»?
«Ci sono tante celebrity sposate e con figli che in realtà sono gay: credo che nessuno possa “trascinarle fuori dall’armadio” solo perché sono note. È vero che facendo coming out aiuti tante persone, ma è una tua scelta. La vicenda di Dalla è stata spiacevole anche perché lui aveva un compagno, al quale non è rimasto nulla. Le coppie gay non hanno diritti civili, l’unico strumento di tutela è il testamento. Ma, sinceramente, quanti di noi lo hanno già fatto?».

Qual è la parte più difficile del coming out?
«Accettarsi. Poi il resto viene da sé. Ci sono tanti ragazzi che hanno una doppia vita. Ci faccia caso: quando parliamo in pubblico, alla parola “gay” tendiamo ad abbassare la voce, mentre non lo facciamo con un “vaffanculo”. Io stesso lo facevo all’inizio. Il primo passo è fare coming out con se stessi, non andare con altri uomini».

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