Come si cresce se mamma (o papà) è omosessuale?

da Corriere.it dell’11 giugno 2012

di Emanuela di Pasqua

La rivista scientifica Social Science Research lancia nel numero del 10 giugno 2012 un dibattito intorno al tema della genitorialità omosessuale, con ben tre articoli che riflettono sull’impatto nella prole. Tra questi, lo studio del sociologo Mark Regnerus, dell’Università del Texas, rivendica un impianto metodologico inedito quantitativamente e qualitativamente, anche perché per la prima volta fa parlare direttamente i figli (ormai cresciuti) di genitori omosessuali e dimostra che crescere in un nucleo famigliare tradizionale non è propriamente la stessa cosa che crescere in una famiglia omosessuale e che questa diversità si traduce in uno svantaggio per la prole.

LA VERA RICERCA
Svuotando il dibattito da contenuti ideologici il sociologo ha voluto verificare quale e quanto sia l’impatto di una crescita atipica come quella dei bambini di genitori omosessuali, ma molti articoli, divulgando i risultati della ricerca, hanno erroneamente parlato di crescita con due mamme (o due papà) contro un’esperienza di crescita con mamma e papà. Lo studio in realtà si propone di esaminare il livello di benessere dei figli i cui genitori hanno avuto genericamente relazioni omosessuali ma, anche considerati gli anni a cui fa riferimento, si tratta quasi sempre di figli di precedenti relazioni eterosessuali, qualche volta di adozioni e mai di genitorialità volute e pianificate di coppie omosessuali. Regnerus ha preso in esame 2.988 persone tra i 18 e i 39 anni, compresi 163 adulti cresciuti da coppie di mamme lesbiche e 73 adulti cresciuti da padri gay con l’intento di analizzare le nuove strutture famigliari americane attraverso 8 tipologie differenti. Il sociologo ha poi sottoposto il campione di volontari a una serie di domande chiave che richiedevano un’autovalutazione e ha riscontrato che i figli di genitori che avevano avuto esperienze affettive con persone dello stesso sesso spesso denunciavano uno svantaggio su vari fronti.

DISAGIO SOCIALE
In sostanza dallo studio americano è emerso che questi ex bambini da adulti pensano di più al suicidio (dodici per cento contro il 5 per cento dei figli di coppie regolari), sono più propensi al tradimento (40 per cento contro il 13 per cento), sono più spesso disoccupati (28 per cento contro l’8 per cento) e in una percentuale superiore (19 per cento contro l’8 per cento) sono in terapia psicologica. Inoltre nel 40 per cento dei casi hanno contratto una patologia trasmissibile sessualmente (contro l’8 per cento dei figli di coppie normali). Pare infine che siano genericamente meno sani, più poveri e più inclini al fumo e alla criminalità. Insomma socialmente sono più problematici, anche se come tiene a sottolineare Regnerus lo studio non vuole assolutamente esprimere un giudizio sulle capacità genitoriali delle coppie dello stesso sesso (peraltro quelle che prende in esame sono nella maggior parte diventati genitori in seguito a un’unione etero), ma prendere semplicemente atto di una diversità di questi figli che si traduce spesso in un problema.

IL PARERE DELL’ESPERTO
L’articolo di Regnerus, come sottolinea il sociologo Luca Trappolin, va contestualizzato all’interno di quella che è stata l’evoluzione nel tempo dei principali studi di questo settore. «Inizialmente – spiega Trappolin – a partire dalle prime ricerche su questo tema, prevaleva la teoria della non differenza e l’orientamento era dunque quello di negare diversità di crescita significative tra i bambini di coppie eterosessuali e omosessuali. In seguito si sono imposte ricerche, spesso promosse dagli stessi gruppi di difesa dei diritti gay, che tendevano a sottolineare addirittura una crescita migliore da parte dei figli di omosessuali. Mark Regnerus ha voluto invece riequilibrare le posizioni e rispondere a entrambe le teorie proponendo un approccio differente e metodologicamente innovativo». Inoltre, come suggerisce Luca Trappolin, è probabile che il disagio sociale di questi ex ragazzi sia da addebitarsi spesso a famiglie disastrate, dove magari la genitorialità non era stata voluta e l’omosessualità scoperta o rivelata al bambino nel coso della crescita (con evidenti implicazioni traumatiche).

POLEMICHE
Non potevano tardare comunque le polemiche, come quella di Cynthia Osborne della stessa Università del Texas, che si oppone al collega nonostante l’intento di Regnerus di proporre un’analisi empirica e oggettiva dei nuclei famigliari. «È impossibile isolare questa variabile da altre situazioni che possono esistere nelle coppie omosessuali come in quelle eterosessuali», fa notare Osborne.  «Senza contare il ruolo della società, ancora stigmatizzante nei confronti di queste realtà, finendo spesso col creare problemi sia pratici che psicologici ai figli di genitori “same-sex”». Il dibattito rimane acceso e la dialettica non si spegne: chi continua a sostenere senza se e senza ma che due genitori dello stesso sesso siano in grado di amare e crescere armoniosamente un figlio e chi sostiene che siano necessari due ruoli differenti (espressi da due generi differenti) per lo sviluppo psicologico completo e sano (il sociologo Pierpaolo Donati addirittura sostiene che la famiglia da favorire sia formata da uomo e donna con più figli).

L’ESPERIENZA DI CHI CONOSCE
Ma secondo Tommaso Giartosio, dell’ufficio stampa dell’associazione Famiglie Arcobaleno (l’associazione italiana dei genitori omosessuali), «quando capita di organizzare un dibattito sulla genitorialità omosessuale e si cerca per par condicio anche un parere contro si ha difficoltà a trovare tra i pediatri e i professionisti del settore una voce che possa sostenere con cognizione di causa che i bimbi cresciuti in questi nuclei siano meno sereni». «La schiacciante maggioranza degli studi – fa notare ancora Giartosio – mostra dati estremamente rassicuranti sulla omogenitorialità (come quelli di Judith Stacey), tanto che se non si trattasse di un tema che soffre di un pregiudizio così forte i dati sarebbero considerati evidenze scientifiche indubbie». Senza contare il classico errore di metodo di cui peccano molti studi, che confrontano i dati relativi ai genitori omosessuali a quelli relativi alla comunità omosessuale anziché (come sarebbe naturale in assenza di pregiudizio) ai dati delle famiglie con figli in genere. Infine ci sono state anche ricerche a riguardo che hanno falsificato i dati, condizionando le conclusioni alle quali sono approdate e causando la radiazione dall’albo di più di uno specialista. Come nel caso dello psicologo americano Paul Cameron, espulso dalla American Psychological Associationproprio per i suoi metodi dubbi e l’utilizzo di dati in forma controversa.

IN ITALIA
In Italia le famiglie composte da genitori dello stesso sesso registrate e iscritte all’Associazione Arcobaleno sono circa 300, e queste hanno a loro volta 200 bambini: la maggioranza è composta da coppie di donne (la percentuale più alta) o uomini che hanno deciso di avere figli insieme mentre una minoranza è composta da persone che hanno avuto figli da precedenti relazioni eterosessuali. Ma i dati, vista la difficoltà a emergere di tali situazioni, in un Paese in cui oltretutto le coppie di fatto non sono riconosciute dalla legge, sono difficili da interpretare. In Italia i numeri più vicini alla realtà sono quelli registrati da un’indagine del 2008, “Modi di”, progetto finanziato dall’Istituto Superiore di Sanità, da cui risultava, tra i molti dati, che in Italia ci sarebbero 100mila bambini con almeno un genitore omosessuale. Ma il numero di coppie omosessuali con figli è senz’altro maggiore: come racconta l’Associazione Arcobaleno, è difficile che queste storie emergano, perché in genere, soprattutto nel caso di figli nati da relazioni eterosessuali, vi sono molti problemi personali da superare e il processo di emancipazione e presa di coscienza è spesso lungo e doloroso.

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