Comunicato stampa della Diocesi di Padova in merito alla mozione a sostegno del riconoscimento dei diritti alle persone che vivono in convivenze non matrimoniali

Il Consiglio comunale di Padova ha approvato il 4 dicembre 2006 una “Mozione a sostegno del riconoscimento di diritti alle persone che vivono in convivenze non matrimoniali”. Pur non rappresentando in termini concreti un’apertura verso il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, la mozione riveste una valenza simbolica che la Diocesi di Padova non può sottovalutare soprattutto per i suoi risvolti culturali, sociali ed educativi, oltre naturalmente a quelli specificamente cristiani. Ci stanno a cuore infatti le persone, siamo consapevoli dell’importanza dei legami affettivi, conosciamo le gioie e le fatiche, ma anche i valori alti di riferimento e la speranza che accompagnano la vita di fidanzati, sposi e famiglie.

1. Ci sono anzitutto delle questioni di merito legate alla mozione stessa che da una parte riconosce il primato indiscutibile della famiglia fondata sul matrimonio, così come la definisce la nostra Costituzione (art. 29); dall’altra assume la definizione molto ampia e generica di “famiglia anagrafica” per darle un significato che va ben oltre il senso inteso dalla legge del 1954. Questo ci sembra un passaggio indebito che porta a chiamare “famiglia” tutto e il contrario di tutto svuotando il senso stesso di famiglia fondata su una relazione stabile, scelta e pubblicamente riconosciuta come la intende la Costituzione.

I riferimenti alle norme costituzionali presenti nella mozione, approvata dal Consiglio comunale di Padova, rischiano di essere fuorvianti perché tentano di riempire di contenuto costituzionale una norma regolamentare, neppure di rango legislativo.

Impegnare il sindaco e la giunta comunale a istruire l’ufficio anagrafico affinché rilasci ai componenti delle famiglie anagrafiche che ne facciano richiesta l’«attestazione di famiglia anagrafica basata su vincoli di matrimonio o parentela o affinità o adozioni o tutela o vincoli affettivi» costituisce un’esercitazione inutile, visto che tale obbligo è già sancito dall’articolo 33 del regolamento n. 223/1989.

2. Ma quello che ci preoccupa è soprattutto l’aspetto simbolico della mozione. Siamo consapevoli dello scarso, per non dire nullo, valore giuridico di quanto deliberato; diamo atto del lungo lavoro di mediazione e dell’impegno di non pochi amministratori perché questa mozione non fosse approvata o perché fosse meno problematica possibile, ma il messaggio che viene lanciato è molto forte ed è figlio di quella mentalità che vuole far passare un concetto di famiglia fondata solo su dei legami affettivi a prescindere dalla distinzione tra maschile e femminile e dal riconoscimento di diritti legati a doveri esplicitati reciprocamente e davanti alla società. Quanto successo a Padova, se letto accanto a quanto accaduto in altre città, pur con modalità diverse, va in questa stessa direzione e lentamente produce una mentalità nuova che ci preoccupa perché in gioco ci sono valori sui quali si fonda la nostra società. Non è difficile rendersi conto che la mozione in oggetto si iscrive nell’ottica di un progressivo distacco dai valori giudaico-cristiani che hanno plasmato la nostra civiltà. Gioverà davvero abbandonarli?

Infine quando si accolgono richieste o pretese di individui o gruppi particolari si può oscurare quel bene comune che non è la somma dei beni particolari.

3. Ricordiamo a questo proposito le parole di papa Benedetto XVI pronunciate a Verona il 19 ottobre scorso in occasione del IV Convegno ecclesiale nazionale: «Occorre fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale».

4. Ci preoccupa poi l’aspetto educativo. In questo contesto culturale dove i legami sono già strutturalmente fragili, la coppia di fatto regolamentata si presenta come un “piccolo matrimonio” con alcuni diritti e garanzie facili a rimuoversi; un contratto di solidarietà per chi non vuole o non può vincolarsi a un impegno definitivo. Ogni forma di riconoscimento di tali legami ha un forte impatto diseducativo per le nuove generazioni a cui insegniamo a desiderare poco, a impegnarsi con leggerezza e a tempo, a non assumersi vere responsabilità verso l’altro e verso la vita. La legittimazione di una via più facile e comoda alla relazione affettiva porta con sé anche un rischio più alto di instabilità e l’ulteriore privatizzazione di un istituto, la famiglia, che rimane fondamentale per la vita sociale e l’educazione dei nuovi cittadini.

5. All’amministrazione del Comune di Padova chiediamo come comunità diocesana di rendere concreto l’impegno a favore della famiglia fondata sul matrimonio nella consapevolezza del suo ruolo pubblico, sociale e civile. Nel sostenere la famiglia lo Stato non discrimina nessuno, né demonizza o penalizza le coppie di fatto, ma esprime il suo dovere di promuovere la famiglia, proteggere la maternità, l’infanzia e i diritti dei figli. Questo richiama una maggiore attenzione alle politiche familiari e ad adeguati sostegni in termini economici e di servizi.

6. Quanto successo a Padova ci provoca come comunità cristiana a investire ancor più energie nell’accompagnare le persone nella loro vita affettiva e soprattutto nella formazione dei giovani perché colgano il valore di un amore che si assume la responsabilità dell’altro e del futuro, che trova nell’istituzione non un limite ma un riconoscimento, un sostegno e una difesa del legame soprattutto nei momenti difficili.

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