Comunione agli omosessuali: tre preti e una suora obiettano al Magistero

da Adista n. 39 del 3 novembre 2012

di Marco Zerbino

«Molte cose, nella Sacra Scrittura, che da solo non sono riuscito a capire, le ho capite mettendomi in ascolto di fronte ai fratelli». È un’intuizione profonda e straordinariamente moderna, quella contenuta nella frase di san Gregorio Magno che don Alessandro Santorodon Giacomo Stinghidon Fabio Masi e suor Stefania Baldini hanno deciso di citare nella lettera inviata, i primi di ottobre, al card. Giuseppe Betori. La missiva, la seconda nel giro di poche settimane, ha al centro un tema scottante e tuttora controverso, quello della condizione degli omosessuali credenti e del loro diritto ad essere riconosciuti e inclusi a pieno titolo all’interno della comunità di appartenenza. Un diritto che, ancora oggi, continua ad essere scarsamente riconosciuto dalle gerarchie ecclesiastiche, tanto da indurre gli autori della lettera a dichiarare apertamente la propria «obiezione di coscienza» al magistero della Chiesa cattolica, che imporrebbe l’esclusione delle persone che praticano l’omosessualità dai sacramenti in generale e dall’eucaristia in particolare. E, in breve, don Santoro dalle parole è passato ai fatti, durante la celebrazione della messa domenicale nella propria comunità lo scorso 21 ottobre.

Della vicenda che aveva portato i tre sacerdoti e la suora domenicana di Prato, il 6 settembre scorso, a prendere in mano per la prima volta carta e penna per rivolgersi direttamente all’arcivescovo di Firenze Adista ha già parlato (v. Adista Notizie n. 28 e 33/12). All’origine di quell’iniziale tentativo di dialogo con la Curia del capoluogo toscano vi era stato il numero speciale sul tema dell’omosessualità pubblicato a giugno dal settimanale diocesano Toscana Oggi, a sua volta motivato da un precedente dibattito scatenatosi sul sito della testata. In quella sede, la richiesta di un confronto che era partita dai fedeli stessi si era però scontrata con la scelta della diocesi che, in sostanza, aveva semplicemente riproposto all’interno dello speciale le tesi codificate dal Magistero e dal Catechismo.

Don Santoro, cappellano alle Piagge, don Stinghi, parroco della Madonna della Tosse, don Masi, parroco di Paterno a Bagno a Ripoli, e suor Stefania Baldini avevano quindi deciso di scrivere all’arcivescovo per aprire «un confronto nella Chiesa su un’esperienza in cui siamo coinvolti da tempo». I quattro provengono infatti da realtà parrocchiali e comunitarie nelle quali le persone omosessuali vengono accolte senza riserve e senza essere escluse dai sacramenti. A determinarne la scelta di interpellare direttamente il cardinale era stata quindi l’idea di mettere quest’esperienza di condivisione a disposizione della più ampia comunità diocesana, per favorire un confronto che tenesse conto dell’evolversi della sensibilità dei fedeli sul tema. Di qui anche la decisione di far seguire la lettera da 623 adesioni di persone appartenenti alle comunità di provenienza dei tre sacerdoti.

Dalla Curia nessuna risposta diretta. L’unica reazione, non ufficiale e non esplicitamente indirizzata ai quattro religiosi che lo avevano chiamato in causa (ancorché chiaramente riferibile ad essi), Betori l’aveva affidata alle parole che aveva pronunciato durante il discorso al clero diocesano tenuto presso l’eremo di Lecceto il 12 settembre. «L’attenzione alle condizioni delle persone», aveva detto l’arcivescovo nel corso di quell’incontro, «non può mai portare a un travisamento della verità». Quest’ultima, secondo il cardinale, sarebbe strettamente connessa alla «visione antropologica proposta dalla rivelazione». Anche in questo caso, quindi, alla richiesta di un dialogo franco e aperto la Curia rispondeva in maniera decisamente poco fantasiosa. Un atteggiamento che ha indotto i quattro autori di quella prima missiva a insistere, riscrivendo al vescovo e decidendo stavolta di mandare entrambe le lettere a tutti i preti e agli oltre 200 consigli pastorali del capoluogo toscano.

«Noi non intendiamo», scrivono la suora e i tre preti, «fare un aggiustamento di comodo della disciplina della Chiesa, ma porci in “obiezione di coscienza” di fronte a quelle norme [che impongono l’esclusione delle persone omosessuali dai sacramenti] con lo scopo di spingere tutti a riconsiderare quella realtà, allargandone la riflessione». Una scelta fatta quindi «non per il gusto di provocare, ma per fedeltà a quei volti, a quelle vite che si sentono rifiutate dalla Chiesa». Quest’ultima, proseguono, in un «tempo non lontano» ha sostenuto «posizioni che oggi ci fanno orrore». «Per grazia di Dio ci siamo mossi da quelle posizioni e quella visione si è evoluta ed è cresciuta». Non si è trattato, tuttavia, di un’evoluzione indolore, visto che ha comportato spesso un’opposizione attiva al magistero “dall’interno” della Chiesa stessa. «Chiediamoci: chi amava di più la Chiesa a quel tempo? Chi taceva o si faceva zelante portavoce delle idee ufficiali per quieto vivere o per non rischiare la carriera, oppure chi si opponeva, rischiando di essere emarginato e condannato dagli stessi pastori della Chiesa?».

Quanto al passaggio del discorso pronunciato dall’arcivescovo a Lecceto, in cui veniva chiamata in causa la «verità della visione antropologica della Rivelazione», il nuovo messaggio al cardinale propone una diversa nozione di verità che «nel linguaggio di Gesù e del Vangelo, non è una definizione da imparare a mente, ma una Persona con cui entrare in relazione». «Inoltre», proseguono i firmatari riferendosi al già citato mutamento della sensibilità delle stesse gerarchie rispetto a temi cruciali come, ad esempio, la tortura, la pena di morte e la libertà di coscienza, «non ci sembra che nel cammino della Chiesa ci sia stata una “visione antropologica” definita, compatta, immutata e immutabile». Anche il magistero ecclesiastico, afferma sostanzialmente la lettera, è cambiato nel corso dei secoli.

Il quotidiano la Repubblica, (22/10), ha raccontato della messa celebrata il giorno prima da don Santoro presso il centro sociale Il Pozzo, alle Piagge. Quella domenica, in realtà, il sacerdote non si è comportato in maniera diversa dal solito. All’eucaristia hanno avuto accesso tutti i presenti, anche se non è un mistero per nessuno che fra coloro che frequentano la comunità di don Santoro vi sono alcuni omosessuali dichiarati. La scelta di don Santoro di svolgere la celebrazione in presenza della stampa – richiata dall’invio, pochi giorni prima, della seconda lettera indirizzata al cardinal Betori – che non ha trovato d’accordo di uno degli altri firmatari del testo, don Giacomo Stinghi (v. notizia successiva), ha comunque avuto il merito di mostrare a tutti, in concreto, in cosa consista l’obiezione di coscienza menzionata nella lettera. Semplicemente, «spezzare la rigidità della regola, per mettere l’uomo al centro».

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