Coppie gay: perché sì alle adozioni

da MicroMega del 26 novembre 2012

di Cinzia Sciuto

Ormai in pochi negano completamente – almeno in pubblico – qualunque riconoscimento di un minimo sindacale di diritti civili alle coppie gay (salvo poi non riuscire neanche ad approvare una legge contro l’omofobia). E questa è una buona notizia: il meccanismo del “tabù” è centrale nell’evoluzione dalle società primitive a quelle avanzate.

Al di là di come la pensino nel loro foro interiore, il fatto che i rappresentanti del mainstream politico-culturale (ad eccezione di residui alla Giovanardi o alla Borghezio) siano costretti a usare un linguaggio quantomeno politicamente corretto sui gay è un buon segno. E ha consentito di fare un passo avanti introducendo nel dibattito un nuovo tema, quello delle adozioni da parte di coppie omosessuali: è la nuova frontiera, quella sulla quale ancora in molti, anche tra coloro che si dicono pronti a riconoscere alcuni diritti di base, nutrono forti dubbi.

L’obiezione principale – ma anche la più infondata – alla possibilità di adozione da parte di coppie gay è che per crescere in modo equilibrato, i bambini abbiano bisogno di avere due figure di riferimento, necessariamente una maschile e una femminile, in mancanza delle quali i bambini crescerebbero con una sorta di “confusione” sui generi. L’obiezione rivela una crassa ignoranza e una scarsa considerazione della complessità degli individui. L’ignoranza è relativa al fatto che i sostenitori di questa tesi confondono il genere con l’inclinazione sessuale. Una lesbica non è affatto meno donna (così come un gay non è meno uomo ) – tocca ancora stare qui a ripeterlo – per il solo fatto di amare una persona del suo stesso genere. Le inclinazioni sessuali sono uno dei tanti aspetti della personalità di ciascuno di noi e contribuiscono a costruirne l’identità, ma non la determinano.

È vero, la natura ci ha fatto maschi e femmine. Ma ci ha fatto anche alti e bassi, grassi e magri, neri, bianchi e gialli. E ci ha fatto anche etero o omosessuali. Ciascuno di noi è un mix di caratteristiche – fisiche, mentali, emotive, sessuali, culturali – unico e irripetibile. Pensare che i bambini debbano avere nei genitori un “modello” di identità sul quale appiattirsi significa negare loro fin da piccoli le infinite possibilità di sviluppare la propria unica e irripetibile personalità.

L’obiezione, peraltro, potrebbe facilmente essere ribaltata: i bambini che crescono in famiglie “tradizionali” rischiano di avere un orizzonte molto limitato, di crescere convinti che esista un solo modo di essere donna o uomo, di non essere capaci di riconoscere la diversità e la complessità degli altri, ma anche di se stessi (quanti ragazzi, d’altro canto, combattono contro la propria omosessualità proprio perché cresciuti in ambienti che non la contemplavano come possibilità?). Un po’ come dire che crescere in una famiglia di bianchi rischia di indurre i bambini a pensare che il modo “giusto” di essere persone sia quello di avere la pelle bianca.

Le famiglie sono dei nuclei sociali molto piccoli, non si può pretendere che riproducano in miniatura tutta la complessità delle persone e delle società. Ai genitori spetta il compito di mostrare, far conoscere e apprezzare la complessità del mondo. Non quella di interpretare ruoli e stereotipi da tramandare di generazione in generazione.

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