Francia: sul matrimonio gay la Conferenza episcopale spara il primo colpo

da Adista n. 36 del 13 ottobre 2012

di Ingrid Colanicchia

Si avvicina in Francia il momento in cui approderà in Parlamento la discussione del progetto di legge sul matrimonio omosessuale – sarà presentato in Consiglio dei ministri il prossimo 31 ottobre – e da parte cattolica il pressing si fa più serrato.

Lo stesso Benedetto XVI, il 20 settembre scorso, ha esortato i vescovi francesi in visita ad limina a difendere famiglia e matrimonio. «Troppo grande è il bene che la Chiesa e l’intera società s’attendono dal matrimonio e dalla famiglia su di esso fondata per non impegnarsi a fondo in questo specifico ambito pastorale», ha detto loro. Matrimonio e famiglia «sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perché ogni danno arrecato ad esse è di fatto una ferita che si arreca alla convivenza umana come tale».

Sollecitazioni superflue: è da agosto che i vescovi d’oltralpe non perdono occasione di dire la loro in merito (v. Adista nn. 31 e 34/12). E, a parte uscite clamorose come quella del card. Philippe Barbarin – che aveva preconizzato tra le possibili conseguenze la poligamia e la legalizzazione dell’incesto –, il ritornello ripetuto a piè sospinto è quello della necessità di affrontare la questione con un dibattito quanto più aperto possibile, come avvenuto nel 2009 con gli Stati generali sulla bioetica lanciati in vista della revisione della legge del 2004 in materia.

Auspicio ribadito anche dal Consiglio “Famiglia e Società” della Conferenza episcopale francese (Cef) – presieduto dal vescovo di Le Havre, mons. Jean-Luc Brunin – che il 27 settembre scorso ha diffuso una “nota di lavoro” che può essere considerata la prima presa di posizione ufficiale della Cef in merito. «La società si trova in una situazione nuova, inedita», si legge nel documento firmato dai 12 componenti del Consiglio (tra cui sei vescovi, ma anche lo psicanalista Jacques Arènes e la religiosa Geneviève Médevielle, docente di teologia morale): «L’omosessualità è sempre esistita ma fino ad oggi non era mai stata avanzata da parte delle persone omosessuali la richiesta di poter dare un quadro giuridico a una relazione destinata a iscriversi nel tempo, né la richiesta di essere investiti di una autorità genitoriale». «Spetta al potere politico ascoltare questa domanda e darvi la risposta più adeguata possibile», proseguono, ma «l’estensione del matrimonio alle persone dello stesso sesso non è imposta dal diritto europeo, né da una qualsiasi convenzione internazionale: è un’opzione politica tra le altre e un vero dibattito democratico è necessario per far emergere la risposta migliore nell’interesse di tutti».

«Anche se la Chiesa accorda uno statuto particolare alla relazione d’amore tra un uomo e una donna – prosegue il Consiglio – non significa che non riconosca valore ad altre relazioni d’amore o di amicizia. Ma queste aprono a un altro tipo di fecondità, una fecondità sociale». «Solo nel caso dell’amore tra un uomo e una donna, questa apertura si traduce nella nascita di una nuova vita. Una differenza sostanziale che oggi è occultata».

«Per secoli – si legge ancora nel documento – le persone omosessuali sono state rifiutate e fatte oggetto di discriminazioni» e bisogna ammettere che ancora oggi «l’omofobia non è scomparsa dalla nostra società»: per questo, scrive il Consiglio, è condizione imprescindibile, per un dibattito sereno, il rifiuto di ogni forma di omofobia e discriminazione. Tuttavia, la richiesta di estensione del matrimonio civile «non può essere trattata solo nella prospettiva della non discriminazione poiché ciò presuppone una concezione individualistica del matrimonio, che non è quella del diritto francese per il quale esso ha una chiara vocazione sociale». «Il principale compito del potere politico — sottolinea il Consiglio — è difendere non solo i diritti e le libertà individuali ma anche e soprattutto il bene comune, e il bene comune non è la somma degli interessi individuali, ma il bene dell’intera comunità. Solamente la preoccupazione per il bene comune può fare da arbitro nei conflitti fra diritti individuali». «Un’evoluzione del diritto di famiglia è sempre possibile – concludono – ma, piuttosto che cedere alla pressione di differenti gruppi, la Francia dovrebbe instaurare un vero dibattito nella società e cercare una soluzione originale che accolga la domanda di riconoscimento delle persone omosessuali senza tuttavia danneggiare i fondamenti antropologici della società».

Condanna ecumenica
Ancora più netta la chiusura da parte dell’Assemblea dei vescovi ortodossi di Francia (Aeof), i cui componenti rappresentano le diverse giurisdizioni ortodosse esistenti in Francia, sotto la presidenza del metropolita Emmanuel, del Patriarcato di Constantinopoli. «Il matrimonio – si legge nel comunicato diffuso il 2 ottobre scorso – è un’istituzione tradizionale plurisecolare che struttura società, famiglia e relazioni interpersonali. In una prospettiva ortodossa e cristiana, si tratta di una comunione» con un «doppio fine: partecipare insieme a Dio alla sua opera creatrice (la “procreazione”) approfondendo l’unione d’amore e di mutuo servizio tra un uomo e una donna». «La questione della forma e della natura del matrimonio rinvia alla nozione di coppia, alla concezione della famiglia, della filiazione, del diritto all’adozione, dell’educazione dei bambini, dell’alterità». «Per la Chiesa ortodossa, l’ontologia del matrimonio si fonda sulla complementarietà uomo-donna»: «Considerato che i Pacs prevedono già l’unione civile tra persone dello stesso sesso, la nozione tradizionale e fondamentale del matrimonio, con la sua terminologia, deve essere preservata, allo scopo di marcare una distinzione chiara e netta tra le unioni civili e la vocazione della coppia eterosessuale».

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