Gay, stretta della Cassazione sugli outing: «Senza interesse pubblico può essere reato»

da Repubblica.it del 24 luglio 2012

È vietato rivelare l’omosessualità di qualcuno senza il suo consenso, se non in casi di appurato “interesse pubblico”. Gli outing (diversi dai coming out, in cui è la persona a svelare liberamente la propria omosessualità) sono quindi illegittimi perché violano la privacy dell’individuo e possono essere alla base di un processo per diffamazione. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione.

Per la corte infatti sbandierare una relazione omosessuale di un privato cittadino non lede soltanto il sacrosanto “diritto alla privacy”, ma “offende anche la reputazione della persona alla quale è attribuita la relazione omosex”: e quindi può sussistere il reato di diffamazione se la notizia viene pubblicata su un giornale.

La decisione annulla, con rinvio, una sentenza del 2 maggio 2011: il gup di Ancona aveva dichiarato il “non doversi procedere per omesso controllo” nei confronti del direttore del quotidiano Corriere Adriatico perché l’articolo non aveva offeso il diretto interessato avendone nascosto l’identità, pubblicando solo le iniziali. Al massimo, continuava il gup, si poteva ipotizzare la lesione della privacy.

Contro il non luogo a procedere deciso dal gup, però, la parte civile ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che i fatti non rispettavano i requisiti della “pertinenza” e della “verità”. La Suprema Corte ha dato ragione all’uomo, che si era sentito diffamato da un articolo in cui si parlava di una relazione che avrebbe intrattenuto con un suo dipendente e che gli sarebbe costato l’addebito nella separazione. La parte civile ha ribadito come la sua reputazione fosse stata lesa dall’articolo in questione: anche se il suo nome non era stato pubblicato, la sua persona era comunque identificabile.

Per la Cassazione, l’omosessualità è “una situazione di fatto riconducibile alle scelte di vita privata” di una persona e, quindi, “non ha alcun rilievo sociale”, per cui non vale invocare l’esimente del diritto di cronaca, si legge nella sentenza.

“Ai fini dell’individuabilità dell’offeso – continua il pronunciamento depositato oggi dalla Cassazione  – non occorre che l’offensore ne indichi espressamente il nome, ma è sufficiente che l’offeso possa venire individuato per esclusione in via deduttiva, tra una categoria di persone, a nulla rilevando che in concreto l’offeso venga individuato da un ristretto numero di persone”.

L’articolo, osservano i giudici, “potrebbe aver violato, ad un tempo, la privacy della persona offesa e, attraverso tale violazione, la reputazione della stessa”. Per questo il giudice del tribunale di Ancona dovrà riesaminare il caso per valutare quella “esistenza dell’interesse pubblico” che fa parte del diritto di cronaca e che potrebbe forse giustificare un simile articolo.

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