Gay vicentini, la vita è (un po’) meno dura

dalla Nuova Vicenza del 3 febbraio 2012

L’omosessualità è una questione aperta. Soprattutto a Vicenza, negli ultimi tempi. A gennaio il tentato suicidio del ventenne che aveva fatto outing con i genitori ha acceso il dibattito in città, presto ridotto ad una caccia alle streghe sulle responsabilità familiari del disperato gesto. Perché è sempre lì che si va a parare: sono fatti privati e torbidi, da cui distogliere lo sguardo a livello collettivo.

Ed invece gay e lesbiche a Vicenza sono una realtà sociale in crescita. Se ne vedono e conoscono sempre di più. Ci sono sempre stati, ma ora cominciano ad uscire allo scoperto: coppie mano nella mano, single dichiaratamente alla ricerca di un partner, chiacchiere al bancone del bar, coppie che si sposano (all’estero). In un trend confermato dai dati nazionali che parlano di circa 200mila coppie dello stesso sesso su 870mila coppie di fatto.

Pare esista più libertà di una volta, soprattutto tra i giovanissimi. «I tempi di autoconsapevolezza si stanno riducendo, ed il coming out tende ad anticiparsi in età adolescenziale» conferma Mattia Stella, 35enne portavoce di DELOS, neonata associazione vicentina GLBT (GayLesboBisexTransgender) che a fine 2011 ha raccolto il testimone della “storica” Aletheia. Lui stesso si è sposato in Inghilterra nel 2007 e conta, tra gli amici omosessuali, molte coppie che mettono su famiglia.

«Va però sottolineato che lo squilibrio tra capoluogo e provincia è grande: in città si gode di una maggiore tolleranza rispetto ai centri periferici». Forti dell’esperienza di Aletheia, fondata nel 2006 e presieduta dallo stesso Stella, i rappresentanti di DELOS (Diritti, Eguaglianza, Libertà di Orientamento Sessuale) promuovono momenti di dibattito settimanali presso la Circoscrizione 6, oltre ad occasioni di sensibilizzazione e appuntamenti ricreativi in locali della città. «Principalmente al Bar Lioy il primo e l’ultimo venerdì del mese, con serate molto affollate».

Alle loro riunioni partecipano in media 40 persone tra uomini e donne, ed è frequente veder comparire facce nuove. «Così come capita di scorgere automobili che si fermano davanti alla nostra sede e poi ripartono» aggiunge Mattia.

Nonostante la tutela dell’anonimato, la principale barriera all’ingresso rimane la paura della visibilità in una città percepita come bigotta. «Stando al numero allarmante di segnalazioni che ci giungono (per episodi di omofobia a scuola e in famiglia, soprattutto in provincia, e discriminazioni sul luogo di lavoro non denunciati), sappiamo che chi viene di persona è la punta di un iceberg. Ed è un’occasione mancata». L’associazionismo rappresenta infatti il primo strumento di impegno politico, secondo l’equazione più coming out = più rivendicazioni = più peso sociale su cui fare leva.

Ma c’è dell’altro. «Io alle loro riunioni non vado: sono corsi di mutuo-aiuto che a me non servono. Anche se riconosco l’utilità del loro lavoro, come punto d’ascolto per uscire dall’esclusione e come megafono per diffondere certe pratiche nella società». Questa è l’opinione di Alberto, 28enne gay che ha affrontato autonomamente il suo percorso ed ora, dopo l’inevitabile calvario di frustrazioni, pregiudizi e persino licenziamenti, si gode da 4 anni la sua relazione d’amore. Non proprio alla luce del sole però. «Abbiamo una tripla intimità: forzata in pubblico, più serena con gli amici, autentica solo entro le mura domestiche».

Secondo Alberto sono parecchi gli stereotipi sugli omosessuali da sfatare. A cominciare dalla loro maggior concentrazione nel mondo del teatro e della danza. «Si tratta di universi dominati da egocentrismo e esibizionismo dove, semplicemente, manifestare il proprio orientamento sessuale è più legittimo. Di attori gay vicentini ne conosco pochi».

C’è poi il mito dei locali “gay friendly” (accoglienti per gli omosessuali o con serate dedicate a loro, ma naturalmente aperti a tutti) come ambitissimi luoghi d’incontro. A Vicenza non ce ne sono molti: tra i più frequentati se ne segnalano uno ad Altavilla Vicentina, lo Statale 11, e uno ad Arcugnano, l’Elle et Lui. Premettendo che «il vicentino preferisce spostarsi fuori città, allo Skylight di San Bonifacio o al Pride Village di Padova, per tutelare la sua privacy», come precisa Stella, Alberto giudica l’intrattenimento GLBT nostrano «triste e da evitare». Perché, prosegue, «la serata omosessuale per un locale è solo una strategia di marketing, che acchiappa una fetta di mercato molto redditizia. Non mettiamo su famiglia – risparmiando – e facciamo più vita notturna. Ma si tratta di contesti poco autentici. Se vado allo Skylight è perché mi attendono buona musica e divertimento e ci trovo tantissimi etero».

In passato però anche lui ci andava per incontrare partner o semplicemente sensibilità affini. L’adolescenza è la fase più delicata in cui, privi di alcuna educazione sessuale e modelli socialmente accettati, si prova a capirne di più bazzicando per le chat in Rete e fingendo la maggiore età per entrare nei club dedicati. «Il che è rischioso, perché ci si espone da giovanissimi a situazioni che poi si rivelano traumatiche. Io la prima vera relazione sana l’ho avuta a 16 anni, grazie ad un incontro organizzato da amici».

C’è poi l’aspetto folkloristico e provocatorio. Il fare la “checca” e l’esorcizzare, divertendosi, la problematicità di una condizione a suon di feste boa e paillettes. «Mascherarsi è bello per svagarsi, ed è utile per farsi notare e spingere la gente a parlarne. Posti dove farlo ce ne sono a Vicenza, non è questo il punto. È che costituisce un problema quando diventa l’unico mezzo per nascondere il disagio. Che peraltro alimenta i pregiudizi della vecchina del piano di sopra…».

In definitiva, a Vicenza uno come Alberto non rivendica spazi dedicati. «Viviamo le stesse frustrazioni dei giovani etero. Quando una sera a teatro diventa l’obiettivo di un’intera settimana significa che mancano spazi per tutti. Bisogna creare apertura a prescindere». Opinione su cui converge lo stesso Mattia, che a livello di politica cittadina (col Comune ha un buon dialogo visto il legame con il Pd, di cui Peroni – fondatore di Aletheia – è segretario cittadino) con DELOS sta lavorando sul riconoscimento delle famiglie anagrafiche, ovvero «le coppie di fatto in generale, non solo omosessuali, sul modello di quanto avvenuto a Padova».

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>