Genitori, oltre il giudizio e il pregiudizio

da Adista n. 3 del 26 gennaio 2013

di Dario De Gregorio*

In questi giorni che seguono l’ormai famosa sentenza 601 della Corte di Cassazione, quello che mi ha stupito è stata la ridda ed il rincorrersi di dichiarazioni di persone che in grande maggioranza (ne sono certo) non hanno mai conosciuto una famiglia omogenitoriale, né probabilmente hanno mai letto un serio studio scientifico sull’argomento. Nelle numerose discussioni avute anche su Facebook con perfetti sconosciuti che contestavano aspramente il supposto “diritto” di una coppia omosessuale ad avere un figlio non ho trovato un solo interlocutore che avesse un’esperienza diretta. Sì, hanno ragione i giudici della Suprema Corte a parlare di pregiudizio: sull’argomento regna l’ignoranza assoluta. Ai più sembra quasi che per una coppia gay avere un figlio significhi alzarsi una mattina e dirsi: «Ma sai che c’è? Oggi non abbiamo nulla da fare… compriamoci un bambino!» ed andare in un qualunque ufficio, metter mano al portafoglio ed uscirne dopo due minuti con un bel bambino paffutello, avendo soddisfatto un egoistico desiderio passeggero.

andrea e dario

Dario De Gregorio e Andrea Rubera

Non è così. Neanche alla lontana. Io, insieme ad Andrea mio compagno (e marito, essendoci sposati in Canada) sono padre di una meravigliosa bambina nata in Canada tramite surrogacy o gestazione per altri. Il nostro è stato un percorso lungo e difficile e lo paragono in un certo qual modo a quello che fanno tante coppie eterosessuali che ricorrono all’adozione.

Innanzitutto ci abbiamo messo anni per riuscire a dire a noi stessi che il nostro desiderio di paternità che avevamo represso, nascosto, reso invisibile, era in realtà più vivo che mai. Noi sapevamo che da qualche parte c’era un figlio che voleva nascere e vivere la sua vita nella nostra famiglia, ma capire che potevamo tradurre in realtà questa nostra certezza ha comportato un lungo processo di crescita. Esattamente come una coppia che inizia il percorso che porta all’adozione, anche noi abbiamo avuto la possibilità (ed in fondo, la fortuna) di maturare le nostre motivazioni e convinzioni, di cominciare a capire (per quanto possibile…) i nostri limiti e le nostre sicurezze. Ed ora, dopo più di tre anni dall’inizio della nostra avventura, eccoci a dividere la nostra vita con una stupenda bambina.

Qualunque sentenza di qualunque tribunale non potrà mai cancellare la nostra realtà, né quella di nostra figlia e di altri 100mila bambini che in Italia vivono con uno od entrambi i genitori omosessuali.

In cosa differisce la nostra vita da quella di una qualsiasi coppia di genitori eterosessuali? Direi in pochissimo. E sicuramente non nella gestione quotidiana della nostra vita familiare che è fatta di pappe e cacche, tappe da percorrere, scoperte continue, gioie quotidiane. Forse la reale differenza (e credo possa essere un vantaggio) sta proprio nella nostra uguaglianza nella gestione della bambina: non c’è uno che ha partorito ed allattato e l’altro che è tornato al lavoro subito dopo. Io ed Andrea abbiamo sin dall’inizio vissuto in maniera paritaria quest’avventura condividendo allattamenti (artificiali…), veglie notturne, scoperte quotidiane. Ciascuno di noi con le proprie sensibilità e le proprie modalità, ma accomunati da questa meravigliosa esperienza.

Ed allora, dov’è lo scandalo nel pensare che una famiglia omosessuale possa essere tanto valida quanto una eterosessuale per far crescere un bambino in maniera sana? Perché tanto stupore al sentire che la Suprema Corte considera un pregiudizio giudicare negativamente una famiglia e la sua capacità di essere un luogo ideale per la crescita di un bambino solo perché formata da due persone dello stesso sesso? Noi siamo qui a testimoniare quanto questo pregiudizio sia errato.

* del gruppo di credenti omosessuali Nuova Proposta di Roma; dal febbraio 2012 Dario e il suo compagno Andrea Rubera — sposatisi in Canada alcuni anni fa —, sono genitori di una bambina

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