Gli omosessuali, la Chiesa e la grande lezione dell’Abbé Pierre

Corriere del Veneto – 11 Febbraio 2007
L’omosessualità, i pregiudizi, il confronto nella Chiesa.

Alessandro Zangrando e Lorenzo Tomasin, sulle pagine di questo giornale, hanno commentato alcuni recenti richiami dei nostri vescovi su temi, secondo loro modesti, quali lo shopping natalizio e le automobili usate nell’amministrazione pubblica. Le loro considerazioni mi hanno fatto venire in mente il bel libro di Alba Lazzaretto dove si studiano gli interventi dei vescovi del Triveneto tra le due guerre e dove scopriamo che, negli anni leggi razziali e delle guerre coloniali, gli appelli rivolti dai nostri presuli al loro gregge riguardavano la lunghezza delle maniche delle donne e i guasti provocati dal ballo. In questi giorni il Comune di Venezia ha promosso una campagna di manifesti, dove nella sostanza si dice che gli omosessuali non vanno discriminati. Il settimanale diocesano è subito intervenuto chiamando a raccolta “esperti”, qualche politico e qualche genitore preoccupato, per condannare l’iniziativa, colpevole di omologare comportamenti sessuali legittimi a devianze anormali. Il giornale assicura comprensione, per carità, ma fare di ogni erba un fascio sarebbe un inaccettabile relativismo morale. E’ noto che nei documenti ufficiali della Chiesa l’omosessualità è considerata un disordine morale, sebbene il mondo scientifico e gran parte dell’opinione pubblica abbiano da tempo vinto i pregiudizi (non nei paesi musulmani e non in alcuni ambienti dove ancora le minoranze sessuali e razziali sono oggetto di gravi violenze). Ma non è questo il punto: la Chiesa, se crede, deve poter esprimere liberamene i propri giudizi morali. Il problema si pone quando, in nome di questi giudizi, un giornale locale si prende la briga di attaccare un’iniziativa che ha l’obiettivo di far capire che non si deve discriminare, offendere, umiliare l’omosessuale. E lo fa senza porsi alcun dubbio: si condanna e basta, non si ammettono sfumature. Non si tratta, si badi, di difendere principi fondamentali di fede, ma di questioni che sono variamente vissute nella società: è così sui pacs, sui temi di bioetica, temi per i quali il dibattito interno alla Chiesa è visto, nella Chiesa stessa, con fastidio. Un simpatico lettore del solito settimanale osserva al direttore come siano diverse le posizioni di Martini e di Ruini in tema di accanimento terapeutico. La risposta: è colpa dei giornali se i due sembrano attestarsi su posizioni diverse: se si legge bene, i due la pensano esattamente allo stesso modo! Evidente il disagio: nella Chiesa tutto è pacifico, acquisito, tutti concordi. In questi giorni abbiamo ricordato l’Abbé Pierre, il padre dei poveri, ecc ecc: tante belle parole. Ma ci ricordiamo le pagine dove egli dice che l’omosessualità non è un male e che, come ogni realtà umana, va vissuta con dignità e onesta? Era un eretico? Era pazzo? No, era un cristiano che si interrogava alla luce del Vangelo e non aveva sempre le risposte pronte in tasca. Mi vengono alla mente gli scritti di Giovanni Miccoli, che ha studiato l’atteggiamento dei cattolici nei confronti delle leggi razziali del 1938: il papa protestò, qualche vescovo si dissociò, ma sotto sotto si percepiva l’idea che gli ebrei se l’erano andata a cercare: sì, non va bene cacciarli via, ridurli in miseria, ucciderli; ma non dimentichiamoci che sono corrotti, che sono infidi, che sono fonte di rovina per i nostri giovani… e poi non sono loro che hanno ucciso Gesù? Così si espressero pubblicamente arcivescovi e vescovi, giornali come Civiltà Cattolica, la stampa cattolica nel suo complesso. E si sa dove ci portarono queste disquisizioni e questo genere di mentalità. Poi i cattolici furono ammirevoli nell’aiuto dato agli ebrei, ma era troppo tardi. Mi chiedo se oggi nella Chiesa valga ancora le pena di dire quello che pensiamo e cercare di discutere, di confrontarsi. O non è meglio che tutti righiamo dritto, zitti, tranquilli.

Sandro G. Franchini

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