I matrimoni gay e i Don Abbondio del PD

da MicroMega.online del 16 luglio 2012

di Pietro Adamo e Giulio Giorello

Sabato 14 luglio l’assemblea del Pd si divide sulla questione dei matrimoni gay. Il Comitato dei diritti del partito, presieduto dall’onorevole Rosy Bindi, fa votare un proprio documento in cui si dichiarano ammissibili le unioni di fatto (seguendo la linea già proposta all’epoca dei DICO). Tuttavia, sia entro il comitato sia entro il partito, emergono altre posizioni, tra cui quelle che si esprimono in due ordini del giorno (promossi da Paola Concia e Ivan Scalfarotto) a sostegno del pieno riconoscimento dei matrimoni tra omosessuali. Questi ordini del giorno non vengono presi in considerazioni per pretese questioni procedurali. Come hanno rilevato i quotidiani, scoppia la bagarre, troncata e sopita dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani: «Il paese non è fatto delle beghe nostre» (Corriere della Sera, 15 luglio 2012, p. 9). Peccato che il tema dei matrimoni tra omosessuali non sia una semplice bega interna al partito ma una questione di diritti di libertà e di qualità della convivenza civile. E non dovrebbe essere questo l’orizzonte di un autentico «partito democratico», cui stanno a cuore le sorti di una società aperta? (una società che ovviamente sarebbe tutt’altra cosa da quelle «democrazie» totalitarie a cui il PCI ha più volte reso omaggio nel corso della sua tormentata evoluzione).

L’ampliamento dei diritti civili, inteso al tempo stesso come difesa a oltranza dell’autodeterminazione degli individui e come allargamento della libertà di sperimentare le più diverse forme di ricerca e di stile di vita, sta diventando al di qua e al di là dell’Atlantico il nucleo di una politica capace di combattere consolidati privilegi e forme di discriminazione, sul piano della cultura, delle istituzioni e (più a rilento) della stessa organizzazione economica.

Una politica del genere non sarebbe davvero di sinistra (se tale locuzione ha ancora senso)? Rientra in questo stesso orizzonte la questione della laicità, intesa qui come testarda resistenza a qualsiasi tentativo di discriminare sulla base di preferenze religiose di qualsiasi tipo (magari celate sotto pretesti di ordine filosofico o sociologico) cittadini e cittadine.

Ma a proposito della tumultuosa assemblea Pd siamo ancora a chi, come l’onorevole Giuseppe Fioroni, si compiace che l’unico documento votato dall’assemblea abbia «precluso la strada del matrimonio gay» (La Repubblica, 16 luglio, p. 6), facendoci in più la lezioncina «democratica» per cui sarebbero sostanzialmente irrilevanti quei «trentotto» che hanno votato contro quel testo. Vorremo ricordargli che i diritti degli individui non vengono determinati a maggioranza, proprio come, ai tempi di Galileo, sarebbe stato ridicolo mettere ai voti la scelta tra sistema tolemaico e sistema copernicano (se all’epoca fossero stati in maggioranza i Fioroni, si insegnerebbe ancora che il Sole gira intorno alla Terra). E qualcuno vorrebbe di grazia spiegare all’onorevole che la legittimazione dei matrimoni gay non obbligherebbe lui a sposare il suo vicino (maschio)? In realtà a ogni totalitario non importa tanto di potere scegliere liberamente, quanto di impedire che lo facciano gli altri. E sono proprio questi gli impedimenti che una forza che si pretende di sinistra dovrebbe coraggiosamente smantellare.

Non ci pare che il Pd finora si sia mosso con coraggio e chiarezza in questa direzione, a parte alcune vigorose prese di posizione di alcuni esponenti di quelle minoranze che per i vari Fioroni non contano un bel nulla. Né ci pare che una promettente politica di sinistra possa incarnarsi nella difficile convivenza tra ex comunisti, ex democristiani e laici post-berlingueriani, resa possibile solo pagando il prezzo del silenzio o praticando la bersaniana tattica dello struzzo. Se il Pd non riesce imboccare la strada che si è delineata più sopra, cos’altro gli resta? Una pallida imitazione dei tecnocrati conservatori cui siamo sin troppo abituati, o peggio, un complesso di più o meno squallidi comitati d’affari. Se le cose stanno davvero così, nulla impedisce ai «testardi» laici e libertari di lasciar che il Pd gratti pure le sue rogne. Guarderemo altrove.

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