Il caso Eddy Bellegueule

di Édouard Louis
Bompiani, Milano 2014
pp. 176, € 16,00

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Io, gay, picchiato dalla mia Francia e scappato

da Corriere della Sera del 5 giugno 2014

di Stefano Montefiori

Al Rostand di Parigi, elegante caffé davanti al Jardin du Luxembourg, arriva un sorridente scrittore di successo, ventunenne normalista in sociologia, autore di uno dei libri dell’anno in Francia, Il caso Eddy Bellegueule (Bompiani). Lo ha scritto a 19 anni, in patria ha venduto 180 mila copie, si parla di trarne un film diretto da André Techiné, nel mondo ha già trovato una quindicina di editori.

Édouard Louis l’ha fatta finita con Eddy Bellegueule, il suo nome fino all’anno scorso. Ha ottenuto di cambiare i dati personali all’anagrafe, e oggi è un altro individuo, un intellettuale che parla in terza persona di Eddy, della sua famiglia e dello spaventoso villaggio di origine.

Lo spirito del tempo prevederebbe l’esaltazione delle radici, la difesa dell’identità attraverso l’attaccamento al territorio, l’orgoglio e la rivendicazione di essere come si è. Nella variante francese, si può aggiungere il mito del ritorno alla campagna, verso un’arcadia di semplicità e genuinità, lontana dallo stress della capitale globalizzata, Parigi.

Édouard Louis ha sputato addosso a tutto questo, come i compagni di scuola sputavano addosso a lui, ragazzino effeminato e incongruo in quella bolgia maschilista. Louis ha scritto 220 pagine di insurrezione personale contro la mamma Monique che sbraita contro gli arabi e i «finocchi», il padre Jacky che beve troppo alcol ma pure il sangue ancora caldo del maiale appena sgozzato, e uccide i gattini neonati sbattendoli contro il muro. Louis ha finalmente espresso tutto il suo ribrezzo verso i compagni che lo picchiavano ogni santo giorno e lo violentavano. Ha raccontato senza edulcorare in chiave ideologica quel sottoproletariato che era la sua classe sociale di appartenenza, con i suoi riti fatti di denti non lavati e donne sottomesse. Édouard Louis ha demolito la sua vita precedente, e anche quelle degli ex concittadini.

Altro che douce France, altro che piacevoli paesini dall’eterno campanile, meta negli ultimi decenni di un numero crescente di parigini in cerca di vita facile e buon cibo. Édouard Louis descrive senza mai nominarlo Hallencourt, 1.400 abitanti nella regione settentrionale della Piccardia, come un luogo di gente poverissima e ignorante, capace di darsi una struttura sociale e un orgoglio solo sopraffacendo i diversi e i deboli: donne, stranieri, omosessuali.

Édouard Louis

Édouard Louis

La sua famiglia e il villaggio non l’hanno presa bene.
«Era giusto che io scrivessi questo libro. È una storia vera, è la mia vicenda personale, ma è anche un romanzo perché uso la letteratura per raccontare me stesso e quelle persone. Cerco di rendere il loro linguaggio, il loro modo di pensare. Non è stato possibile per una questione di diritti, ma avrei voluto citare la frase di Thomas Bernhard: non devo cedere al sentimentalismo famigliare che mi impedirebbe di dire la verità e mi farebbe fare causa comune con l’ipocrisia. È esattamente perché è difficile dirlo che va detto».

Il suo libro ha venduto molte copie e suscitato molte polemiche, l’hanno accusata di essere un traditore di classe.
«Ma a che cosa avrei dovuto restare fedele? All’abiezione? Il mio libro non è una vendetta, ma innanzitutto un atto politico, una denuncia della realtà nella speranza di cambiarla. È insopportabile quell’atteggiamento razzista che fa dipingere i poveri e certa provincia come il regno della semplicità, del buon selvaggio insomma. È una posizione molto borghese e conservatrice: guardate che carini, teniamoli così come sono».

Perché ha deciso di mettersi in gioco fino a questo punto?
«Era importante per me chiudere del tutto con quel mondo e quella gente. Sono stato vittima di ogni genere di violenza. Ma non è un esercizio narcisistico, tengo molto alla dimensione universale del mio libro. Molti lettori si sono ritrovati nella mia storia, anche se non sono omosessuali come me. Mi hanno scritto: sai io ero l’arabo, il nero, la cicciona o anche solo la femmina del gruppo. Lo scopo del libro è mostrare come i gruppi deboli si costituiscano in contrapposizione al diverso, a chi è quindi ancora più debole di loro».

I suoi genitori a un certo punto sembrano essere sfiorati dal dubbio: la madre odia quella vita, suo padre razzista lascia il Nord per un viaggio nel Sud con un amico maghrebino. Perché richiudono gli occhi subito dopo averli aperti?
«Sono condannati a essere quello che sono, non sono colpevoli. Non hanno gli strumenti per liberarsi, ecco perché tornano al punto di partenza. E il punto di partenza è la violenza, verbale o fisica. Ma era importante per me dare conto di questa complessità, che rende tutto più doloroso. Mia madre era capace di vergognarsi di me, il più delle volte, ma anche di essere fiera per i miei voti. Non è bastato a farle fare un impossibile salto di qualità».

Lei perché ce l’ha fatta?
«Questo è un punto importante. Non ho abbandonato Hallencourt perché ero più sensibile o più intelligente. Sono fuggito perché loro mi hanno fatto scappare, perché non potevo che mettermi in salvo così. Ma tutto il libro è il racconto di come Eddy Bellegueule cerchi disperatamente, dall’inizio alla fine, di conformarsi alla regola. È magro, ma si sforza di mangiare ogni schifezza pur di diventare obeso come gli altri. È timido, ma cerca di imitare il linguaggio scurrile. È effeminato, ma tenta anche lui di diventare un duro, fa le facce davanti allo specchio per assumere un’espressione più tosta. Mi sono salvato solo perché ho fallito nell’impresa più importante, alla quale ho dedicato tante energie, cioè diventare come gli altri».

Per questo sorrideva quando la picchiavano?
«Mi vergognavo di essere umiliato. Aspettavo i miei due carnefici, che ogni mattina a scuola mi riempivano di botte, per rendere loro il compito più facile e non dare nell’occhio. Provavo a sorridere per non farmi vedere per come ero in realtà, cioè terrorizzato, mortificato. Sono stato, in un certo senso, complice delle violenze».

Grazie ai buoni voti riesce ad andare al liceo ad Amiens e poi all’École normale supérieure di Parigi. Lì invece ha trovato più gentilezza?
«Non è la stessa cosa essere gay nelle classi popolari o nella borghesia intellettuale o dedita alle arti, questo va detto. Ma la violenza è costitutiva della società e ce n’è molta anche nelle altre categorie. Quando Eddy arriva nel nuovo ambiente, con il suo giubbotto Airness comprato dalla mamma, si vergogna, perché gli si fa subito capire che quello stile è inadeguato. Dopo tre giorni nel nuovo liceo, lo butta nella spazzatura. E poi arriva un altro ragazzo, che gli dà del finocchio. Tutti ridono, e anche Eddy. È sfuggito a Hallencourt, ma si ricomincia».

Lei è felice adesso?
«Da quando non sono più Eddy Bellegueule sto molto meglio. Ho l’impressione di avere colto qualcosa con il mio libro, e cioè la questione attuale che non è come integrarsi, ma piuttosto come riuscire a strapparsi ai legami sociali nei quali siamo continuamente re-inclusi, la scuola, lo Stato, la famiglia. Sono i temi affrontati da Xavier Dolan nel suo ultimo film o dal filosofo Geoffroy de Lagasnerie, o dal sociologo Didier Eribon, al quale dedico il mio libro. Rivendico il self-fashioning di Michel Foucault: il diritto di farla finita con quello che si è stati, per inventarsi in un altro modo».

leggi anche la recensione di Paperback.it e l’articolo di Elena Tebano su Corriere.it («La vergogna senza fine di Eddy, picchiato e insultato perché gay»)

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