Il dialogo in chat con i gay iraniani. “Vogliamo scappare, qui rischiamo la morte”

da Repubblica.it del 17 maggio 2012

Hanno una loro community su internet ma i controlli della polizia sono sempre più frequenti. Per evitare di essere impiccati restano due strade: fuggire dal Paese oppure nascondersi: “Non ti devi far notare, devi essere anonimo


di Marco Pasqua

Nima, Julian, Malosak, Alijandro sfidano la morte, ogni giorno. Rischiano di essere frustati, arrestati oppure impiccati. Essere gay è un reato, in un Paese dal quale in molti vorrebbero fuggire. “Puoi aiutarmi a venire in Italia?”, scrive uno di loro, dopo giorni di conversazioni sulla community di Manjam.com, la principale chat utilizzata dagli omosessuali per conoscersi, per trovare un appoggio, anche solo psicologico. Non tutti si fidano, perché sanno che dietro al mio nickname potrebbe celarsi un poliziotto iraniano. E’ una tecnica utilizzata dagli agenti del regime per “stanare” gli omosessuali: fingersi gay utilizzando foto finte, adescare qualche ragazzo e poi presentarsi al luogo dell’appuntamento. Per questo sono molto restii a incontrare qualcuno. “Anche io potrei essere un agente segreto”, mi avverte Julian, “non fidarti mai di nessuno e non dire troppe cose sul tuo conto”.

La paura è palpabile nei messaggi che ci scambiamo, quando la rete iraniana lo consente. Non sempre il sito è raggiungibile, e per navigarci si usano dei proxy o delle Vpn (reti private virtuali). Una volta, racconta uno dei ragazzi, gli utenti iscritti a Manjam hanno ricevuto un messaggio firmato dalla squadra informatica della repubblica islamica, con la quale venivano diffidati dal continuare a usare quel sito. Molte persone si spaventarono, e cancellarono il loro profilo.

Aradaria – quasi tutti preferiscono non comunicare il loro nome reale – ha 31 anni e vive ad Isfahan, nell’Iran centrale, capitale dell’omonima regione. “Se la polizia viene a sapere che hai una relazione, ti possono impiccare. Essere gay è terribile e sei costretto per tutta la vita a nasconderti dietro a una maschera. Non abbiamo una buona reputazione e spesso chi viene a sapere del nostro orientamento sessuale pensa che siamo malati e che abbiamo l’Aids”.

Chi ha molta voglia di parlare è Julian, 18 anni, di Shiraz, nella regione di Fars. Tra le foto del profilo c’è quella della bandiera americana. E’ al primo anno di grafica digitale, ma vorrebbe presto trasferirsi all’estero per studiare spettacolo. Si è dichiarato con la madre e la sorella, ma non con il padre. Nonostante la giovane età, ha già pagato a caro prezzo un piercing all’orecchio destro. “Ero andato a vedere una mostra con un amico, quando siamo stati fermati da due agenti in borghese, che avevano notato il mio piercing – racconta – ci hanno portati in una stanza, al riparo dagli sguardi della gente e ci hanno picchiati. Uno di loro, era un bestione alto due metri, mi ha camminato sopra e mi ha preso a cazzotti. Mi hanno fatto così male che per due giorni non sono riuscito a toccarmi il volto”. Quella volta si sono salvati perché un parente del suo amico era in polizia e i picchiatori di Stato, dopo aver verificato la sua identità, li hanno lasciati andare. La prima esperienza di questo genere risale a due anni fa, aveva 16 anni. “Con due amici eravamo a Teheran, in gita. La polizia ci ha fermati per un controllo e hanno frugato nelle nostre borse. Quando hanno trovato i cellulari, hanno preteso di leggere tutti gli sms, per trovare le prove della nostra omosessualità”. Una scena che, da allora, si è ripetuta altre tre, quattro volte. “Ma io non cedo: il mio piercing resta al suo posto”, dice con una punta di orgoglio e, al tempo stesso, sfida. Altri suoi amici sono stati arrestati, senza motivo, e per uscire dal carcere hanno dovuto pagare gli agenti.

Locali gay, ovviamente, non esistono. Si organizzano feste private in abitazioni che cambiano regolarmente: sono le uniche occasioni per uscire dallo schermo e confrontarsi con altri omosessuali. Sono incontri rischiosi, perché le retate della polizia sono tutt’altro che infrequenti. A Teheran si incontrano in un ristorante, il “T2″ – soprattutto il martedì- ma anche il “Jam-e-Jam”. C’è anche un parco, il Daneshjoo, dove capita di incontrare più frequentemente travestiti e transessuali. A loro viene riservato un altro trattamento da parte della polizia. “Li lasciano in pace – scrive Alijandro, 18enne col sogno del Canada o dell’Italia – Le autorità danno loro una speciale tessera, che certifica i loro ‘problemi genetici'”. Alijandro è di Teheran e ha da poco detto ai genitori di essere gay. Non lo hanno accettato. Ma lui non si rassegna. “La nostra condizione è assurda. Non riesco a credere che non possiamo essere liberi. Viviamo nell’ombra”. Ha le idee chiare su quelli che dovrebbero essere i suoi diritti: “Sono un essere umano anche io, e non dovrei essere discriminato per il mio orientamento sessuale. Stiamo scomparendo, ma dobbiamo reagire”.

Il piercing lo ha portato per un periodo, ma poi ha preferito toglierlo, per non dare troppo nell’occhio. Cita Lady Gaga quando dice di non avere nessuna colpa: “We were born this way”. Anche Zealous, 25enne di Teheran, guarda all’estero con speranza. “Sono stato in India per sei mesi e so che non voglio più vivere in questo Paese. Amo l’Iran, la mia città, ma non ce la faccio più a stare qui”. Mi chiede se sia possibile essere accolto dall’Italia come rifugiato. Ha da poco preso la laurea in fotografia, ma ora pensa al master, all’estero. Secondo lui, le impiccagioni e gli arresti di omosessuali sono un pretesto usato dal regime di Ahmadinejad per vendicarsi delle proteste di piazza del 2010: “Il governo ammazza quelli che vi hanno preso parte e l’omosessualità è solo una scusa”.

Quando gli invio il link a un articolo in inglese sull’impiccagione di quattro gay iraniani non riescono a connettersi al sito: risulta bloccato anche quello. “Sono scappato in Malesia – scrive Nima, studente di 22 anni – non ce la facevo più. Non penso di tornare a casa, anche se mi mancherà la mia famiglia. Dopo la laurea, voglio andare nel Regno Unito”. “Orto” scrive dalle Filippine, ma torna spesso a Teheran – almeno due volte l’anno – per trovare i familiari. E’ un medico, giovanissimo. “Ogni effusione pubblica è proibita – racconta – Possiamo uscire insieme, ma non dobbiamo in alcun modo dare a vedere che siamo gay. Nei locali, come il T2, capita di conoscere qualcuno. Ti invitano al loro tavolo a bere qualcosa”. Lui non ha avuto problemi con la polizia, grazie all’unica tattica possibile per sopravvivere: “Non ti devi far notare. Devi essere anonimo”.

“Dobbiamo mentire a tutti, io non sono dichiarato – scrive il 21enne “Hb11583″, di Teheran – e, anzi, fingo di essere eterosessuale. Se non facciamo così, dobbiamo accettare l’idea di venire impiccati”. “Io sono stato arrestato una sola volta – scrive Malosak, 18 anni – ma i miei genitori sono riusciti a farmi uscire dal carcere”. Il codice penale iraniano parla chiaro. Come rileva Amnesty International in un rapporto inviato all’Onu, secondo gli articoli 110 e 111 “la sodomia con penetrazione è punibile con la morte, ma il metodo di esecuzione è a discrezione del giudice”. Gli atti sessuali senza penetrazione subiscono come condanna da 60 a 100 frustate, ma se uno dei due uomini non è musulmano ed è ritenuto parte attiva, potrebbe essere condannato a morte. Gli atti senza penetrazione ripetuti per quattro volte, dopo essere stati puniti ogni volta, saranno puniti con la pena capitale. Il lesbismo, invece, è punibile con 100 frustate e, alla quarta condanna, con la pena capitale (articoli 129 e 131). Se due donne “giacciono sotto la stessa coperta senza necessità”, riceveranno meno di 100 frustate e, alla quarta condanna, 100 frustate (articolo 134).

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