Il Papa emerito e il marcio nella Chiesa. Intervista a Paolo Flores d’Arcais

da MicroMega del 19 febbraio 2013

a cura di Christian Carvalho da Cruz

Intervista a Paolo Flores d’Arcais, direttore di MicroMega, uscita sul quotidiano O Estado de São Paulo, una delle più importanti testate giornalistiche brasiliane.

BXVI

Qual è l’eredità del pontificato di Benedetto XVI per la Chiesa cattolica e la società in generale? Questo papato può essere considerato un fallimento o un successo?

L’eredità più importante, per la quale Ratzinger passerà alla storia, sono proprio le sue dimissioni, che creano un precedente la cui importanza ancora non è stata misurata abbastanza. E che altri Papi in futuro imiteranno, perché i progressi della medicina renderanno sempre più normale avere persone estremamente anziane, ultranovantenni, in relativa buona salute ma nell’impossibilità di reggere un lavoro massacrante come il governo di un miliardo e duecentomilioni di fedeli e una macchina organizzativa ciclopica come quella della Chiesa cattolica.

La rinuncia del Papa evidenzia una divisione interna che da tempo vede in Vaticano contrapporsi una chiesa fondata sulla dottrina e sul dogma e una chiesa del dialogo erede del Vaticano II? Benedetto XVI lascia la Chiesa ancora più divisa di quanto non fosse quando ha assunto il trono del Papa?

No, al contrario. Questa divisione non esiste più, e il maggior successo di Benedetto XVI (dal suo punto di vista, ovviamente) consiste proprio nell’aver normalizzati e resi omogenei tutti i vari episcopati continentali e nazionali, in nessuno dei quali esiste ormai una “corrente progressista” che possa prefigurare una “Chiesa del dialogo” (al massimo esiste qualche eccezione personale, assolutamente irrilevante). Il dialogo col mondo è ormai solidamente radicato nella dottrina e nel dogma, senza cedimenti. L’ultima voce dissonante è stata quella del cardinal Martini. Oggi la Chiesa gerarchica è unanimemente ratzingeriana. Altra cosa, evidentemente, la Chiesa a livello di base.

Alcuni analisti hanno accolto le dimissioni come un gesto umano, che contrasta con l’idea di santità e infallibilità del papa. Lei è d’accordo con questa visione? Potremmo interpretare questo “gesto di umanità” come segno di modernizzazione e apertura, il segno di una Chiesa più vicina ai dilemmi e alle sfide dell’umanità, una Chiesa disposta a riconsiderare la propria posizione su temi come l’aborto, il divorzio, la pillola anticoncezionale, il matrimonio gay?

Le dimissioni certamente desacralizzano la figura del Papa. Il Sommo Pontefice non era solo l’ultimo dei sovrani assoluti, perché anche un sovrano assoluto può abdicare (nella storia è successo). Era un sovrano assoluto con un’aura carismatica assolutamente senza eguali (agli occhi del suo “gregge”, ovviamente), quella di essere vicario di Cristo in terra, cioè il sostituto nell’al di qua della Seconda Persona della Santissima Trinità che regna nell’aldilà, insomma un vice Dio. Ma un vice dio che può dimettersi, e diventare un ex vice Dio, distrugge proprio la caratura di sacralità che fin qui ha accompagnato la figura del Papa (il precedente di Celestino V non fa testo, e oltretutto Dante Alighieri non a caso lo condanna all’inferno, tra gli ignavi). Tra qualche giorno in Vaticano ci sarà un “Papa emerito” e un Papa-Papa. La figura del Sommo Pontefice diventa quella di un qualsiasi arcivescovo di Westminster, anche se con infiniti fedeli in più.
Questa desacralizzazione non comporta affatto, però, un atteggiamento di mag-giore laicità su aborto, divorzio, pillola, matrimonio gay. Non automaticamente, al-meno. E’ possibile però che l’onda lunga della scelta di Ratzinger eroda anche l’attuale inossidabilità della dottrina conservatrice su questi punti.

Quanto può essere importante per la società in generale avere una Chiesa cattolica più progressista e tollerante? Che peso ha ancora la Chiesa nella vita delle persone? Conosciamo tutti dei cattolici che rimangono osservanti, ma non danno importanza alle decisioni o alle opinioni del Vaticano. È come se la loro fede e il Vaticano fossero cose separate, diverse, anche contraddittorie.

Un filosofo ateo come me non è la persona più indicata per dire alla Chiesa cosa sarebbe meglio per il suo futuro. E ovviamente dal mio punto di vista la cosa migliore sarebbe che tutte le religioni, che io considero superstizioni, si estinguessero, ma questo è irrealistico. E’ invece un fatto che oggi anche i cattolici praticanti, a livello di massa, hanno un senso dell’obbedienza assolutamente schizofrenico: accettano la dottrina della fede, più o meno (mi domando quanti credano davvero all’immortalità dell’anima e soprattutto alla resurrezione dei corpi: se ci credessero fermamente non avrebbero timore della morte, e prenderebbero alla lettera le parole di Gesù secondo cui i ricchi non andranno in paradiso), ma non danno nessuna importanza alle indicazioni dei loro vescovi in fatto di vita sessuale e di comportamenti politici. Sotto questo profilo i loro comportamenti non sono ormai distinguibili da quelli secolarizzati.

Alcuni analisti dicono che Ratzinger, un cardinale dedito allo studio e alla conservazione dei valori tradizionali e alla dottrina della Chiesa, non ha saputo svolgere il lavoro “politico” e “amministrativo” che la carica di Sommo Pontefice comporta. Cosa ne pensa? E quanto potrà incidere questo fattore sulla scelta del prossimo Papa?

Credo che l’incapacità amministrativa sia il vero motivo delle dimissioni di Benedetto XVI, che del resto lo ha dichiarato in modo sufficientemente trasparente. Infatti, da quali altri punti di vista il suo governo sarebbe stato inadeguato? Sul piano dottrinale ha unito la Chiesa più che mai, sul piano culturale ha sedotto sulla linea del “sicuti Deus daretur” – proposta a tutto il mondo anche non credente come ricetta per evitare la catastrofe del nichilismo – una parte importante della cultura laica, da Jürgen Habermas a Julia Kristeva. L’unico settore in cui ha fallito è il governo della macchina della curia, ormai preda di lotte fratricide e di intrighi degni della corte papale rinascimentale (manca il veleno, forse, ma c’è in abbondanza il veleno postmoderno e non meno micidiale dei “dossier” con cui i vari cardinali si stanno facendo la guerra).

A prima vista, la questione della successione sembra concentrarsi sull’Europa, soprattutto sui cardinali italiani. Allo stesso tempo, il cattolicesimo è una religione che cresce nei paesi emergenti, come l’America Latina e l’Africa. E sembra che ci sia un interesse del Vaticano anche in Asia. Come valuta la guida geopolitica del pontificato di Benedetto XVI e come dovrebbe essere la strategia del nuovo Papa per garantire il rafforzamento della Chiesa nel mondo?

Quando Papa Ratzinger nominò arcivescovo di Milano Angelo Scola scrissi che si trattava di una esplicita indicazione per la successione. In effetti Scola era già patriarca di Venezia, sede prestigiosissima che ha di recente dato tre Papi (Sarti, Roncalli, Luciani) e dalla quale non si viene spostati se non per andare a Roma. In seguito agli scandali che hanno scosso la curia, e inevitabilmente il mondo dei cardinali italiani che in essa è preponderante, la successione di Scola mi sembra meno sicura, e Ratzinger ha assegnato incarichi di grande potere a porporati stranieri come il canadese Marc Ouellet. E l’ultimo concistoro, dove tutti i nuovi cardinali erano stranieri, dimostra che Ratzinger non ha affatto una visione italocentrica, e neppure eurocentrica, della Chiesa del prossimo futuro.

Come valuta il pontificato di Ratzinger sotto il profilo del dialogo con l’Islam, l’ebraismo, il protestantesimo e le altre religioni?

Il cuore del pontificato di Ratzinger è stato la proposta di una vera e propria Santa Alleanza di tutte le religioni (e in primo luogo dei tre monoteismi) contro la modernità nata dall’illuminismo. Per il Papa tedesco la più profonda “struttura di peccato” consiste nella smisurata pretesa dell’uomo di essere autonomo, autos nomos, darsi da sé la propria legge, anziché obbedire alla legge di Dio. Questo disegno ha funzionato in gran parte con l’ebraismo, mentre ha fallito sia sul versante islamico (la famosa conferenza di Ratisbona, che provocò manifestazioni islamiche contro il Papa con morti e feriti, nella intenzione di Ratzinger era invece una proposta di fronte comune contro ateismo, agnosticismo, laicismo) e anche su quello protestante, almeno per quanto riguarda i grandi movimenti di telepredicatori e le tendenze pentacostali e miracolistiche che stanno togliendo alla Chiesa cattolica milioni di fedeli nell’America latina.

La rinuncia nel bel mezzo del Carnevale, la più pagana di tutte le feste popolari, significa qualcosa di importante o è stata solo una coincidenza?

Solo una coincidenza.

Nella lettera di rinuncia, Benedetto XVI di una mancanza di vigore di corpo e spirito. Come interpretare questa “mancanza di vigore di spirito”?

E’ il passo cruciale. Ratzinger infatti non dà l’impressione di avere una grave malattia o di essere fisicamente menomato in modo serio. E’ invece il venir meno del “vigore dell’animo” la causa delle dimissioni, cioè l’incapacità di azzerare i vertici della Curia, di porre fine alle lotte delle fazioni, di ripulire la Chiesa dal marcio. Sente che gli mancano le energie psicologiche (“l’animo”) per un compito durissimo, che comporterebbe la rottura anche personale con alcuni dei suoi più stretti collaboratori (il segretario di Stato Tarcisio Bertone, in primo luogo). D’altro canto, non basterebbe scegliere la fazione anti-Bertone per dare credibilità alla Curia, visto che l’arcinemico di Bertone, il cardinal Sodano, è stato lo sponsor più autorevole e accanito di Marcial Maciel Degollado, il mostruoso capo carismatico dei potentissimi “Legionari di Cristo”, che Ratzinger avrebbe voluto fosse condannato già sotto il pontificato di Wojtyla. Ratzinger non sa come risolvere due problemi cruciali per l’immagine della Chiesa nel mondo, lo scandalo dei preti pedofili e quello delle finanze vaticane presso la cui banca (Ior) sono transitate, e probabilmente transitano ancora, cifre da capogiro legate a corruzione internazionale forse intrecciata con riciclaggio di danaro mafioso. Mentre sulla pedofilia ha scelto la via della (cauta e graduale) trasparenza, ma non è riuscito a vincere tutte le resistenze, sullo Ior letteralmente non sa che pesci prendere, e ha finito per restare succube delle manovre di Bertone, pur non condividendole. Per questo ha confessato con straordinaria onestà intellettuale di non essere più capace di fare il Papa.

Che cosa possiamo aspettarci dal prossimo Conclave? Rinnovamento o conser-vazione? Ratzinger avrà una certa influenza sulla scelta del suo successore? In che modo questa influenza può realizzarsi? Proprio il fatto che l’ex Papa sia vivo può costringere i cardinali a votare per la continuità?

Ripeto, la scelta non è tra innovatori e conservatori, almeno sul piano dottrinale e culturale, perché tutti sono ormai ratzingeriani. La differenza può riguardare invece solo l’energia e la radicalità con cui il prossimo Papa ha intenzione di aggredire il marcio della Chiesa, le coperture che la Curia ha garantito fin qui a pedofilia e finanza-canaglia. Ma una pulizia radicale riesce difficile da immaginare, perché troppi e troppo in vista sono cardinali e vescovi che dovrebbero essere rimossi, tutti d’un colpo. Sono comunque convinto che Ratzinger abbia già lavorato, e continuerà a lavorare fino all’ultimo, per orientare la sua successione, almeno rispetto a una rosa ristretta di nomi.

Se dovesse scommettere sul nome del successore, chi indicherebbe e perché?

Come ho già detto, fino a pochi mesi fa non avrei avuto dubbi: Angelo Scola. Oggi aggiungerei in primo luogo Marc Ouellet. Ma la situazione è divenuta in realtà più incerta. Anche perché Benedetto XVI ha eliminato la pericolosissima regola introdotta da Wojtyla, per cui a partire dalla 34° votazione non erano necessari più i due terzi dei suffragi ma bastava la maggioranza. Oggi, col ritorno alla regola dei due terzi, non solo per essere eletti Papa ci vuole un consenso molto forte ma non ci deve essere nessuna consistente ostilità di minoranza. Da questo punto di vista Scola corre qualche rischio, la sua origine è nel movimento “Comunione e Liberazione”, che insieme all’Opus Dei è il più chiacchierato quando si parla di una Chiesa degli affari, della corruzione politica e della finanza disinvol-ta. Di recente ha più volte preso le distanze dalle scelte politiche di tale movimento, ma potrebbe non bastare.

Sotto Benedetto XVI, il Vaticano ha assunto un consulente di media digitali per ri-modellare la comunicazione con i fedeli, Greg Burke, un ex corrispondente di Fox News in Vaticano e membro dell’Opus Dei, secondo la stampa europea. A questo proposito, ho due domande. All’interno di questa strategia, il Papa è stato fotografato con un iPad e ha aperto anche un account Twitter. Come valuta il problema della comunicazione con i fedeli del Vaticano nel mondo moderno? Distribuire benedizioni elettroniche è la più grande modernità che la Chiesa è in grado oggi di realizzare?

Penso che siano aspetti piuttosto frivoli e superficiali. Ovviamente anche il Papa usa i mezzi di comunicazione disponibili (in Italia la prima trasmissione televisiva fu quella del Vaticano, un discorso di Pio XII, con anni di anticipo su quella dello Stato), ma rispetto ai problemi della Chiesa non credo che questa “modernità” faccia qualche differenza.

Come si comportano attualmente in Vaticano i gruppi conservatori come l’Opus Dei e qual è la loro forza?

La forza dei “movimenti” è enorme, quella dell’Opus Dei, di Comunione e Liberazione, ma anche della Comunità di Sant’Egidio, dei Focolarini e di tante altre. Tra loro non c’è sempre omogeneità (Sant’Egidio e Focolarini, ad esempio, godono fama di essere più “aperti”). Opus Dei e Comunione e liberazione hanno avuto un’importanza cruciale nell’elezione di Ratzinger, e certamente continueranno a giocare un ruolo di primo piano. E’ però anche vero che in alcuni episcopati i movimenti vengono vissuti con crescente fastidio, per il loro carattere di “poteri separati” rispetto alla gerarchia delle diocesi.

Ho visto su micromega.net il video del confronto tra Ratzinger e lei nel 2000 sulla esistenza di Dio e altri grandi temi. Che ricordo ha di quella esperienza?

Ho di quel dibattito un ricordo bellissimo. Si svolse a Roma il 21 settembre del 2000, in un centralissimo teatro (il Quirino). L’occasione era costituita dalla presentazione dell’‘Almanacco di filosofia’ di MicroMega, da poco uscito e in due mesi arrivato alla sesta edizione, dedicato al confronto tra fede e ragione, filosofia e teologia, a cui il cardinal Ratzinger aveva voluto contribuire. Nella lettera che mi mandò per confermare la sua presenza al dibattito, il futuro Benedetto XVI mi scriveva: ‘Nei rari momenti liberi sto leggendo MicroMega 2/2000 e trovo estremamente vivo e interessante il vasto panorama di posizioni. Sotto molti aspetti è il commento più importante alla Fides et Ratio che io conosco, perché qui l’Enciclica entra realmente in dialogo col mondo culturale di oggi, e questo è stato lo scopo del documento stesso’. È difficile restituire il clima appassionato di quel pomeriggio, la partecipazione attenta ed entusiasta con cui il confronto fu seguito, non solo dal teatro stracolmo ma da quasi duemila persone rimaste in strada, ad ascoltare attraverso un amplificatore di fortuna. Con Ratzinger, prima e dopo il dibattito, il clima fu particolarmente cordiale, benché la nostra controversia sul palco non fosse stata affatto diplomatica e il reciproco scambio di critiche molto esplicito.

Benedetto XVI ha subito la pressione dei conservatori come Tarcisio Bertone? Quali sono le ragioni di questa pressione? Gli scandali finanziari? I casi di pedofilia? Il vaticanista Marco Politi ha detto in un’intervista con il mio giornale che i conservatori sono arrabbiati per le dimissioni perché “laicizzano” il ruolo del Papa. Cosa ne pensa?

Credo di avere già risposto in precedenza.

Dopo le dimissioni, Benedetto XVI continuerà a vivere a Roma. Crede che si ritirerà completamente dalla struttura di potere del Vaticano o continuerà ad influenzarla? E come avverrà questa eventuale influenza?

Sono convinto che Joseph Ratzinger sia davvero intenzionato a “scomparire”, dedicandosi alla preghiera e agli studi. Ma molto dipenderà da chi sarà il suo successore, e da come riuscirà ad imporsi. Anche perché “scomparire” significa, per un ex Pontefice, non pubblicare più nulla, e non so se Ratzinger, che è anche un ex Professore, sia davvero in grado di resistere a questa tentazione accademica.

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