Il teologo Alison ringrazia mons. Vera López, il vescovo amico dei gay

da Adista n. 34 del 29 settembre 2012

di Eletta Cocuzza

«Anche se non saranno state poche le occasioni in cui ti ho dato motivo di vergognarti, ti chiedo di accettare questo mio intervento come atto di ringraziamento», e «voglio approfittare di questo evento per dirti in pubblico che in trent’anni sono andati crescendo la gratitudine e l’orgoglio per la tua presenza fraterna nella mia vita, per la condivisione del progetto di vita cristiano». È al vescovo di Saltillo, mons. Raúl Vera López, che sono rivolte tali commosse e commoventi parole. A pronunciarle – il 28 agosto scorso nell’auditorium Sant’Ignazio di Loyola dell’Università Iberoamericana, nella capitale messicana – il teologo James Alison, amico di Raúl Vera dal 1982, quando Alison, che da un paio d’anni aveva lasciato la nativa Gran Bretagna, entrò nel convento dei domenicani di Aguaviva, in Messico, ed ebbe l’attuale vescovo di Saltillo, allora giovane sacerdote fresco di laurea in teologia presa a Bologna, come maestro di noviziato.

Il gran risalto con cui, qualche giorno dopo, la notizia della gratitudine espressa dal teologo è stata riportata in Messico (e rilanciata dall’agenzia peruviana Aci Prensa) è dovuto a due circostanze: James Alison è gay – il suo coming out risale all’età di 18 anni, quando annunciò al padre, anglicano, membro del Parlamento britannico per oltre tre decenni, insieme alla sua omosessualità, la decisione di convertirsi al cattolicesimo -; e Raúl Vera è già stato vittima di polemiche proprio a motivo della sua pastorale verso i gay.

Alison ha lasciato i domenicani nel 1995, ma non è mai stato dimesso dal sacerdozio. Oggi è un «teologo della liberazione gay» fra i più rispettati. Nella lunga intervista pubblicata da Domingo de El Universal il 16 settembre scorso, spiega  che «il Vangelo è evidentemente gay-friendly», amico degli omosessuali, visto che Gesù ha incluso nel suo gruppo gli emarginati della società di allora, pubblicani, prostitute, lebbrosi. Egli ritiene l’omosessualità «una variante minoritaria non patologica all’interno della condizione umana» ed è convinto che, fra circa una generazione, quando i 40-50enni di oggi sostituiranno nelle alte gerarchie vaticane gli attuali 70-80enni, anche la Chiesa gerarchica «accetterà che non è ostile alla fede valutare in tal modo l’essere gay». Nella sua riflessione teologica, Alison sostiene, secondo la sintesi che ne fornisce il settimanale a firma del noto saggista messicano Emiliano Ruíz Parra, che «la violenza della crocefissione appare come puramente umana» e che ogni atto omofobico è una crocefissione. «Accettando di sacrificarsi – è la sua tesi nelle parole di Ruíz Parra – Gesù mette in evidenza la violenza degli umani e offre la sua vita come provocazione perché questa stessa violenza venga superata. Gesù smette di essere il capro espiatorio per diventare denuncia di questo meccanismo di sacrificio dell’altro. L’insegnamento che lascia la crocefissione è che ogni volta che crocifiggiamo qualcuno è possibile che stiamo di nuovo sacrificando Cristo».

Con il suo ringraziamento pubblico, Alison ha testimoniato che mons. Vera, al di là della definizione canonica che gli atti omosessuali sono intrinsecamente male, ha sempre portato avanti con i gruppi gay una pastorale di ascolto e vicinanza. Nel marzo del 2011, al IV Forum della diversità sessuale, familiare e religiosa, organizzato dalla comunità di San Elredo, gruppo di gay credenti (cf. Adista nn. 53 e 62/11), aveva detto: «Nel Vangelo non si definisce peccato l’omosessualità. Sono opinioni, non è il Vangelo». Nessuno stupore, dunque, che la comunità di San Elredo abbia animato per 9 anni una delle 24 commissioni della diocesi di Saltillo per l’evangelizzazione (delle persone lgbt), malgrado si pronunciasse per le unioni civili fra omosessuali e la possibilità per i gay di adottare bambini.

Denunciato per le parole solidali e la pastorale accogliente, all’inizio di settembre di un anno fa Raúl Vera si è recato in Vaticano, dove era stato convocato. «Ho spiegato che l’équipe di San Erledo – ha informato al rientro – fa parte di 24 commissioni, che la nostra evangelizzazione è integrale; che la diocesi non ha niente da nascondere, che mai promuoviamo disonestà, promiscuità, nefandezze. Abbiamo dialogato, mi sono state fatte osservazioni sul lavoro che dobbiamo fare». La Congregazione per la Dottrina della Fede e quella per i Vescovi, ha aggiunto, hanno convenuto che sia necessario aver cura della comunità omosessuale, come succede in una cinquantina di diocesi Usa. Una differenza, però, gli è stata fatta rilevare: l’episcopato statunitense ha elaborato una “istruzione” cui la pastorale si deve attenere, quello messicano no. «Non ho ricevuto ammonizioni», ha assicurato poi. All’epoca, varie fonti di informazione, fra cui l’Ansa e l’Aci Prensa, scrissero che a mons. Vera era stata richiesta di una lettera pastorale di principi e di indirizzo. Il compito non sarebbe però stato svolto.

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