Imam omosessuale di Washington: «Disponibile a celebrare nozze gay»

da La Repubblica del 18 aprile 2013

Ha parlato in occasione di un incontro a Washington, organizzato per la proiezione del documentario “Sono gay e musulmano” e, ancora una volta, ha stupito tutti, compresi i suoi seguaci. Daayiee Abdullah, il primo imam musulmano dichiaratamente omosessuale di cui si abbia notizia, ha reso pubblica, riferisce il Washington Post, la sua “disponibilità” a celebrare matrimoni tra persone dello stesso sesso: “Ritengo che siamo all’inizio di un movimento per un Islam più inclusivo in America”, ha detto Abdullah parlando a una platea composta in gran parte di giovani attivisti per i diritti dei gay.

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Alcuni dei giovani musulmani tra il pubblico non hanno nascosto la loro sorpresa per una presa di posizione ritenuta assolutamente impensabile. Mentre sempre più Stati procedono nella legalizzazione delle unioni gay, l’omosessualità rimane infatti un argomento tabù all’interno di molte comunità di immigrati negli Stati Uniti. Nei loro Paesi d’origine, come l’Arabia Saudita o il Sudan, l’omosessualità può essere punita perfino con la morte.

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Molti gay americani di fede islamica che a Washington vivono in maniera abbastanza aperta il loro orientamento sessuale, quando si tratta di affrontare l’argomento del matrimonio non si sbilanciano. Soprattutto, di fronte alla prospettiva di dover comunicare la notizia ai parenti, che nei Paesi d’origine potrebbero diventare oggetto di rappresaglie o perfino finire in carcere, se la cosa diventasse di pubblico dominio.

L’imam Abdullah, un afroamericano convertito all’Islam che guida la moschea progressista Luce della Riforma di Washington, lo sa bene e per questo assicura la massima discrezione. In silenzio, aiuta le coppie di musulmani gay a sposarsi, dando loro consigli e mantenendo un basso profilo per le cerimonie. Nell’epoca dei social network, Abdullah chiede che sui matrimoni venga mantenuto il silenzio, invitando le coppie e i loro amici a evitare di postare notizie e immagini su Facebook, Twitter e gli altri social media.

cliccare qui per saperne di più (sito di «Religious Archives Network»)

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