In the name of

Regia di Malgorzata Szumowska, on Andrzej Chyra (padre Adam), Mateusz Kosciukiewicz (Lukasz), Kamil Adamowicz (Rudy)
Polonia, 2013 – titolo originale W imie…. – Drammatico, 96′

recensione dal sito www.cinemagay.it

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Presentato alla Berlinale con ottimo successo di critica, il film è stato sconsideratamente criticato in patria, la Polonia, prima ancora di essere visto. La giovane regista Malgoska Szumowska (Elles), che ha impiegato quasi sette anni per realizzarlo (quattro anni di gestazione più due di lavorazione e un anno di montaggio finale) ha detto: “Questo film è soprattutto una storia d’amore. Un film sul diritto d’amore. Anche per un prete”. Lo scandalo del film è quindi doppio, racconta di un prete che s’innamora e soprattutto di un prete omosessuale, in lotta con la propria solitudine e la propria vocazione. Niente a che vedere con la pedofilia. Il film è ricco di scene struggenti e poetiche, come quando lo vediamo lavare i piedi del ragazzo innamorato di lui, oppure disteso nudo sul letto in una posa che ricorda il Cristo di Mantegna, o quando gioca col suo innamorato nei campi di granoturco mimando gesti e versi di un orango, o quando si lascia trasportare dall’alcool e si mette a ballare con l’immagine del Papa stretta nelle mani.

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“Un prete gestisce in un piccolo villaggio polacco una piccola casa di recupero per ragazzi che hanno avuto problemi con la giustizia. Ci sa fare, è bravo, sa farsi rispettare. Ma il gruppo di ragazzi non è tra i più facili da seguire, percorso com’è da piccole grandi sopraffazioni, bullismi, machismi testorenici ancora selvaggi e senza indirizzo né controllo, e le accuse più cocenti e ingiuriose, le massime offese che ci si lanciano reciprocamente sono giudeo e frocio. Riti di giovani maschi, corpi spesso a nudo per il lavoro, per le attività sportive. Omosessualità sotterranea, tanto più pulsante quanto più stigmatizzata. Scopriremo solo più avanti che padre Adam è attratto dai ragazzi. Per fortuna ci viene risparmiata la stupida leggenda nera che si è radicata negli ultimi anni del prete che si fa il chierichetto in sacrestia, questo film va oltre le biechissime polemiche sulla pedofilia sotto l’altare che stanno avvelenando i rapporti tra chiesa e cosiddetta società civile d’occidente. Un ragazzo si innamora di padre Adam, e non capiamo se padre Adam ricambi. Perché lui non cede. Si ubriaca magari per disperazione, ma non cede. Gli si offre una giovane donna (come in ogni film o telefilm con giovane prete piacente), ma il suo desiderio sta e va altrove.

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Arriva nella casa un nuovo ospite, un ragazzo che capiremo subito essere corrotto e malvagio, e sarà lui a scatenare le dinamiche che porteranno alla distruzione della comunità. Schiavizza sessualmente un ragazzo, intuisce l’omosessualità di padre Adam e oscuramente lo minaccia. Ci sarà un suicidio. Arriverà una denuncia dall’arcivescovo per il prete, del resto non dico. Dico solo che Malgoska Szumowska realizza un drammaticissimo film sull’omosessualità come se ne facevano negli anni Cinquanta e Sessanta, prima dell’esplosione dei movimenti gay e dell’orgoglio omosessuale, e prima del politically correct in materia. Qualcosa tra Tennesseee Williams e Pasolini. Omosessualità come tortura, fardello, anche dannazione. Gli sguardi sono obliqui, l’erotismo è latente dunque tanto più incendiario. La scena di seduzione tra Adam e il ragazzo che lo ama si svolge in un campo di granturco… il film ci riporta a un’omosessualità melodrammaticamente fassbinderiana come da noi non è più da un pezzo, un’omosessualità che ancora si deve guadagnare l’onore e il diritto, e anche il piacere, fremente di veri desideri..” (M. Locatelli, Nuovocinemalocatelli.com) Il film vince il Premio Teddy (miglior film a tematica gay) alla Berlinale 2013.

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