«Io aggredito nel centro di Milano, perché sono gay»

dal blog «Così è la vita» di Corriere.it del 6 luglio 2012

di Maria Serena Natale

Pubblichiamo la testimonianza di M., uno dei due ragazzi aggrediti il 28 giugno al ritorno da una proiezione della rassegna Mix (nella foto una scena del film di Travis Mathews, I want your love), in pieno centro a Milano. Aggredito perché, come ci scrive, “tra le altre cose” M. è gay. Una parola che a dispetto di decenni di battaglie civili e della retorica del politicamente corretto resta tabù, tra quegli stessi giovani che dovrebbero essere più liberi dalle logiche del pregiudizio e della convenzione sociale – ma lo siamo davvero?

Ciao sono M., ho 23 anni, lavoro come grafico a Milano e tra le altre cose mi piace uscire e divertirmi con i miei amici. Il divertimento per me è anche partecipare ad eventi culturali. Come ad esempio giovedì sera: ero al al Teatro Strehler alla serata conclusiva del Festival Mix, una rassegna cinematografica a tematica LGBTQ, organizzata da Arcigay e patrocinata dal Comune di Milano.

Ah sì, tra le altre cose sono anche gay, cosa che a mio avviso non è più rilevante di catastrofi climatiche o dell’attuale crisi finanziaria.

Per molti, invece, è una fastidiosa discriminante, motivo di disgusto, odio e ripudio… passo da ragazzo qualunque a “frocio finocchio contronatura” e magicamente attiro l’attenzione di tutti. O sfortunatamente di due baldi ometti, forse reduci dai festeggiamenti per la vittoria azzurra in semifinale, i quali per divertirsi, invece di guardarsi un bel film, decidono di pestarmi mentre sono su un tram in compagnia di un mio amico, anch’egli “deviato” come me e ricevente lo stesso trattamento, in pieno centro a Milano…

Eh sì, ahimè, dell’odio, e in particolare dell’omofobia, ho sentito l’effetto esattamente quel giovedì sera. E quindi poiché sono gay, ma a dir loro malato, deviato e membro della famiglia degli ortaggi, sono stato in ordine di fatti: minacciato con un coltellino, offeso, insultato, spinto, aggredito e picchiato.

I particolari sono resi noti ai più il giorno dopo: “Ragazzi gay aggrediti sul tram” titolano i diversi giornali online. Presi a pugni, schiaffi, nessuno interviene salvo un buon samaritano alla fine, i ragazzi stanno bene, qualche giorno di prognosi… nessun morto ancora dunque si può far finta di niente, come al solito…

Eh sì, tutti sognano il proprio momento di celebrità… ma sarei volentieri rimasto nel mio misero anonimato, se questo mi avesse risparmiato un bel dolore alla mascella sinistra.

I bulletti, improvvisamente privi della loro viril spavalderia, scappano dopo il misfatto e la denuncia sporta contro di loro rimane anche per questa volta semplice carta per archivi.

E quindi a fatto compiuto cosa mi rimane oltre alla mascella scricchiolante? Forse il desiderio e la speranza che questi fatti tornino a scandalizzare… perché è facile dire di non avere nulla contro i gay, più difficile per la nostra classe politica (senza distinzione di colore) è ammettere che una questione “omofobia” esiste, e che non occorre aspettare che ci scappi il morto, come è avvenuto purtroppo in Cile, per ricordarsi che probabilmente avremmo bisogno di qualche forma di tutela istituzionale.

Al momento però l’unica cosa che abbiamo, per combattere questa ignoranza dilagante e violenza ingiustificata, è denunciare, parlare, diffondere… per far vedere che aggressioni come quella che ho subito purtroppo accadono anche in queste circostanze, su un mezzo pubblico, in presenza di altre persone, a due passi dal centro di una città definitasi tollerante e gay-friendly.

Il fatto che io mi sia difeso e che abbia poi denunciato l’episodio, che ne abbia parlato, insomma, non è stato coraggio, ma un dovere; perché in un Paese dove la stessa parola gay è un tabù non dobbiamo essere più vittime ma attori sociali, per creare un senso civile che spero prima o poi porterà la parola fine a tutto questo. Perché l’intolleranza è spesso cieca e sorda, ma per quel che mi riguarda non resterà anche muta.

M.

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