Iran, al patibolo 676 persone. “Impiccano anche i minorenni”

da Repubblica, 21 febbraio 2012
di EMANUELA STELLA

Secondo l’Iran Human Rights il regime di Ahmadinejad usa le esecuzioni in pubblico come strumento di diffusione del terrore. Nel 2011 ce ne sarebbero state 65, un numero oltre tre volte superiore alla media degli ultimi anni. rischiano la morte anche i progettatori di siti web. Molte anche le donne e gli omosessuali condannati alla pena capitale.

Sono 676 le condanne a morte eseguite nel 2011 in Iran, paese secondo solo alla Cina nella sanguinosa classifica delle esecuzioni capitali: una cifra quasi doppia rispetto al 2009, segno eloquente della tattica del regime di fare della pena di morte uno strumento di terrore e di repressione politica. Stando al rapporto di Iran Human Rights, una ong indipendente con sede in Norvegia, le esecuzioni pubbliche sono state 65 (erano state 19 nel 2010 e 9 nel 2009).

Impiccagioni pubbliche “per educare”. “Abbiamo chiesto alle Nazioni Unite di pretendere l’abolizione delle esecuzioni pubbliche, che il regime inscena a scopo ‘educativò per promuovere una cultura che vede nella pena di morte un gesto legittimo di giustizia – ha detto Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce internazionale di Iran Human Rights, nel corso della presentazione del rapporto a Roma, presso la Sala Nassiriya del Senato. – A questo scopo le esecuzioni, in massima parte condotte tramite impiccagione, vengono frequentemente affidate a dei civili, talvolta ai parenti delle vittime, a significare che la pena di morte come vendetta va considerata un traguardo della democrazia”.

A morte anche per “inimicizia con Dio”. La pena di morte in Iran può essere comminata per omicidio, adulterio, stupro, omosessualità, reati legati alla prostituzione, reati legati alla droga, blasfemia e moharebeh (ovvero inimicizia con Dio), estorsione, corruzione, contrabbando d’arte, terrorismo, consumo ripetuto di alcool, rapina a mano armata, atti incompatibili con la castità, pornografia. I metodi di esecuzione sono impiccagione e fucilazione; la lapidazione è stata abolita nel 2003.

L’80% condanne per droga. “Narcotrafficanti” l’80 per cento dei condannati a morte. Il traffico di droga è la motivazione di 8 condanne a morte su 10: ma i condannati ben di rado vengono identificati, e i processi si svolgono a porte chiuse, quindi esiste il fondato sospetto che spesso si tratti di una accusa strumentale che copre la repressione del dissenso. Come nel caso di Zahra Bahrami, cittadina iraniana e olandese, arrestata all’indomani delle proteste di massa del dicembre 2009, condannata a morte per il reato di moharebeh a causa dei suoi legami con un gruppo di opposizione bandito dalle leggi del paese, ma poi giustiziata con l’accusa di traffico di droga.

Impiccati omosessuali, minori, donne. L’1% delle persone messe a morte nel 2011 erano state condannate per sodomia. La legge, in questo caso, prevede la pena di morte solo per il protagonista passivo del rapporto sessuale: quello attivo, se scapolo, “se la cava” con la fustigazione, purché non sia persona di diversa religione, nel qual caso c’è la pena di morte pure per lui. Inoltre, sebbene l’Iran abbia ratificato la Convenzione internazionale ONU sui diritti dell’infanzia che vieta la pena di morte per i minorenni, secondo il rapporto di Iran Human Rights sono almeno 4 i minori messi a morte nel 2011; le donne impiccate sono almeno 16, ma solo nel caso di tre di loro c’è la conferma ufficiale delle autorità iraniane. Sono stati condannati a morte anche quattro progettatori di siti web giudicati colpevoli di “diffondere la corruzione”. Uno di questi è Saeed Malekpour, che vive in Canada ma è stato arrestato nel 2008 in Iran.

“Iran, prigione per blogger e giornalisti”. Un suo programma per caricare immagini su siti web è stato utilizzato in un sito di contenuti per adulti, e Malekpour, ritenuto colpevole di aver gestito un sito “osceno”, è stato condannato a morte (la sentenza potrebbe essere eseguita in qualsiasi momento). La pena di morte contro progettatori di siti web e sviluppatori di software si inserisce nella campagna del regime contro l’uso di Internet da parte dei giovani iraniani. “Va sottolineato – aggiunge Marco Curatolo, presidente di Iran Human Rights Italia – che i dati agghiaccianti sulla pena di morte vanno aggiunti a quelli sulla soppressione della libertà di espressione e a quelli sugli arresti arbitrari, i processi sommari e le condanne subite da dissidenti, giornalisti, studenti, attivisti, difensori dei diritti umani, nonché da esponenti di minoranze politiche, etniche e religiose. L’Iran, – continua Curatolo – alla vigilia delle elezioni parlamentari del 2 marzo, è di nuovo, come spesso è accaduto in questi ultimi anni, la più grande prigione al mondo per blogger e giornalisti.”

“Violazioni dei diritti umani più pericolose del nucleare”. Iran Human Rights Italia chiede che i governi dei paesi democratici considerino con maggiore attenzione l’Iran non solo sotto la prospettiva della minaccia nucleare, ma anche e soprattutto sotto quella delle gravissime violazioni dei diritti umani che il popolo iraniano subisce ogni giorno.

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