La battaglia dei gay per il diritto alla felicità

da Repubblica.it 07 marzo 2012
di Vittorio Zucconi

In America ben otto Stati hanno legalizzato i matrimoni omosessuali che sono entrati anche nel dibattito elettorale. In Italia, invece, tutto è ancora fermo

WASHINGTON – Si chiamavano Tanya e Marcia e sapevano che sarebbero entrate nella storia semplicemente entrando nell’ufficio del segretario comunale di Cambridge, in Massachusetts per sposarsi. Alle 9 e 15 del 18 marzo 2004, le due donne ascoltarono il funzionario pronunciare per la prima volta nella storia americana le parole che avevano atteso per diciotto anni: “Vi pronuncio legalmente sposate. Congratulazioni”. Non avrebbero mai immaginato che da quel giorno, al ritmo di un nuovo Stato ogni anno, sarebbero divenuti otto gli Stati americani dove altre Tanya e Marcia avrebbero potuto ascoltare quella frase. L’ultimo, quattro giorni or sono, il Maryland, con la firma del governatore O’Malley.

Per l’orrore e lo sdegno dei benpensanti, a cominciare da quel governatore dello Stato, Mitt Romney, oggi lanciato nella rincorsa alla Casa Bianca per conto dei repubblicani, Tanya McKloskey, una cinquantenne massaggiatrice terapeutica e Marcia Kadishm, sua coetanea e capo ufficio del personale in un’azienda di ingegneria, avevano fatto quel giorno qualcosa che nella storia degli Stati Uniti nessuno aveva mai fatto, né visto. Nella terra che duecentoventi anni prima aveva partorito l’idea di America poi divenuta nazione, il semplice e fondamentale dettato della Costituzione e della Dichiarazione d’Indipendenza che proclama “l’inalienabile diritto alla ricerca della felicità”, senza specificare il sesso dei “ricercatori”, aveva affermato la propria presenza.

Fu la fine di un inizio quel “sì” delle due donne a Cambridge, sobborgo di Boston. La resa del Massachusetts alla spallata non soltanto dell’America omosessuale, ma del numero crescente di cittadini convinti che uno stato laico non possa negare un diritto tanto elementare a nessuno, lasciando a chiese, sette, gruppi, le loro legittime pratiche esclusive, avrebbe aperto le chiuse dell’omofobia e permesso ad altri Stati americani di aggiungersi alla lista. Ed erano trascorsi esattamente trentacinque anni, il tempo di una generazione, dalla rivolta partita nel 1969 dalla irruzione della polizia di New York nella “Taverna del Muro di Pietra”, lo “Stonewall Inn” a Manhattan, dove gli agenti avevano rastrellato e arrestato con brutalità degna dei “raid” nei locali proibiti durante il Proibizionismo, decine di persone accusate del reato di “sodomia”. Dai raid della polizia, al certificato di matrimonio emesso per Tanya, Marcia e le altre coppie che le seguirono quel giorno in comune, la lancetta della cultura civile aveva fatto uno scatto in avanti. Era avanzata dal medioevo della “perversione satanica” all’età moderna dei “diritti civili”.

Ma non un giro completo. Se sono ormai sette gli Stati e le comunità dell’Unione che celebrano, e non soltanto accettano, le unione fra persone dello stesso genere – New York, Vermont, Connecticut, Iowa, Maine, New Hampsire e il Distretto di Columbia, la capitale – mentre la California è sospesa fra riconoscimento e celebrazione e il Maryland ha approvato la legge senza ancora renderla effettiva, sono 31 quelli che hanno fatto scrivere nelle loro Costituzioni statali che il matrimonio è esclusivo privilegio di unioni fra maschi e femmine. Bill Clinton, in uno dei gesti di squisito opportunismo che lo avevano sempre caratterizzato, appose la propria firma sul “Doma”, il “Defense of Marriage Act”, la legge che riafferma l’eterosessualità come condizione necessaria al matrimonio. E Barack Obama, che ha avuto il merito di cancellare l’ipocrisia del “non chiedere, non dire” imposta alle forze armate, ripete, ma non ha i voti e forse neppure la volontà politica, di cancellare il “Doma” clintoniano. Mentre dall’orizzonte della destra fondamentalista e cristianista si è alzato lo spettro del “pasdaran” della Pennsylvania, quel Rick Santorum che “vomita” quando sente difendere la separazione fra la Chiesa o lo Stato.

Eppure, nonostante la inflessibile resistenza della gerarchia cattolica che produce documenti, ricerche ben selezionate e dati per riaffermare l’impossibilità di ammettere le unioni omosessuali e la presa di posizione, lo scorso anno, della potentissima Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, più sinteticamente conosciuta come Mormone – alla quale Romney appartiene – anch’essa contraria, la spinta sulla lancetta del costume e della legge sta crescendo. I terrori e i fantasmi che le maggiori confessioni religiose agitano, promettendo, come fa il documento della Conferenza Episcopale, la catastrofe della famiglia tradizionale e il collasso della società, fanno sempre meno presa sull’opinione pubblica. In nessuno degli Stati, come delle nazioni, dove le unione gay sono state permesse, il numero di divorzi è aumentato. Negli Stati Uniti, i matrimoni santificati continuano, ormai stabilmente e da decenni, a fallire, sfiorando il 50%.

Per la costernazione dei Santorum, l’accettazione del principio di eguaglianza di fronte alla legge anche per le coppie “same sex” aumenta in maniera sicura e sta avvicinando la soglia della parole più temuta: la normalità. Nel 1969, quando la polizia di New York fece irruzione nella Taverna del Muro di Pietra, notorio “covo” di gay, soltanto l’undici per cento degli americani ammetteva l’ipotesi delle nozze fra omosessuali, contro l’ottantadue per cento che lo considerava anatema. Da quell’anno, ogni ricerca e ogni sondaggio hanno dimostrato inequivocabilmente che il principio della eguaglianza civile davanti allo stato non ha mai smesso di salire.

Neppure la grande paura dell’Aids, la “peste dei gay”, la pandemia che avrebbe potuto divorare l’America partendo dal “vizio”, ha fermato la crescita dei favorevoli. Nel 2011, per la prima volta, i “sì” hanno scavalcato il cinquanta per cento e sono divenuti maggioranza. Quello che appariva intollerabile, impensabile, ignobile agli americani adulti nel 1969 è diventato ragionevole, accettabile, addirittura giusto, per i loro figli. E anche fra coloro che si dichiarano cattolici, le percentuali di quanti si domandando perché lo Stato – non una chiesa – neghi a due cittadini il diritto di unire le proprie vite in un vincolo sancito dalla legge sono in continuo aumento.

Si sono convertiti al “diritto” personaggi inattesi come il vice presidente Dick Cheney, persuasi dalla visione della propria figlia, Mary, che da molti anni convive con una donna, Heather Poe. Mary ha avuto due figlie e quando fu chiesto al vice presidente se fosse contento, con il suo caratteristico ringhio Cheney rispose: “Come milioni di genitori, voglio soltanto che mia figlia sia felice ed è lei che deve decidere che cosa la rende felice, non io o voi”.

Nancy Reagan, la vedova del presidente, come Barbara Bush, la moglie di uno e la madre di un altro, si sono più volte espresse in favore delle unioni civili. E la presenza di parlamentari apertamente “gay” non turba più la maggioranza dei cittadini. Ma fu la stessa Mary Cheney, attivista repubblicana, conservatrice certificata, a dare quella risposta che da 35 anni milioni di cittadini americani e non americani tentano di dare: “La mia vita e le mie bambine non sono manifesti politici. Sono vita, che ha gli stessi diritti di ogni altra vita umana”.

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