La chiesa sbaglia, ma noi non ce ne andiamo

Agenzia ADISTA N.41 del 3 giugno 2006
Risposta degli omosessuali credenti all’appello dell’Arcigay

“Faccio appello ai fratelli e sorelle nella fede, di esprimere pubblicamente il proprio dissenso e lontananza da una struttura che, dimentica dell’annuncio del Vangelo, si è trasformata in un partito politico omofobo”.

Dopo un fitto susseguirsi, negli ultimi mesi, di continue esternazioni contro gli omosessuali da parte delle gerarchie ecclesiastiche – non ultimo il riferimento di Ratzinger all’”amore debole” che caratterizzerebbe le unioni fra persone dello stesso sesso – il segretario nazionale dell’Arcigay Aurelio Mancuso ha firmato un comunicato per esortare i gay credenti ad uscire dalla Chiesa cattolica. Scrive Mancuso: “Non ci rimane che registrare che dentro la Chiesa cattolica è impossibile per le persone gay e lesbiche continuare a riconoscersi. Nonostante la Chiesa cattolica sia un’organizzazione complessa, dove moltissimi laici e prelati non condividono gli anatemi di Ratzinger e Ruini, non si può tacere il fatto che nessuna posizione differente possa essere difesa, pena la riduzione al silenzio. Per tutte queste ragioni non si può continuare a farci martirizzare dalle gerarchie cattoliche, nel nome di un’ubbidienza che oggi rischia di diventare complicità”.

Mancuso ha altresì aggiunto: “Temo una Chiesa sempre più impaurita dalla modernità e dall’autodeterminazione dei corpi. Alla paura Ratzinger risponde strumentalizzando. Provo pena verso una gerarchia che cerca disperatamente di frenare la crisi valoriale e spirituale con precetti risibili e goffi”.

In merito a quest’appello Adista ha chiesto un parere a diversi esponenti di gruppi ed associazioni di omossesuali credenti.

Secondo Fabio Peroni, del gruppo “Nuova Proposta” di Roma, “è difficile non condividere l’analisi di Aurelio Mancuso da un punto di vista socio-politico, ma è altrettanto semplice discostarsi dalla sua analisi religiosa. Perché non condivido l’invito a uscire? Perché credo nella testimonianza, nel valore e nella vocazione della mia omosessualità come dono che troppo spesso in questi anni, secoli, è stato vissuto nella clandestinità, nell’ipocrisia, ma soprattutto nel silenzio. Credo in una Chiesa altra, la Chiesa del Concilio, della convivialità delle differenze, dove oggi mi è chiesto di testimoniare e di parlare nella visibilità della mia persona e dei miei affetti e amori”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Antonio De Chiara, coordinatore del gruppo “Pontisospesi” di Napoli: “Come gruppo ci aiutiamo a sviluppare in maniera adulta la nostra relazione con Dio. Cerchiamo, infatti, di vivere pienamente il Vangelo, accettando la nostra specificità. In quanto battezzati e fedeli in comunione con Cristo, ci sentiamo, quindi, pienamente parte della Chiesa-comunità”. “Chi non vuole vedere ciò”, continua Di Chiara, “e crede che annullare la nostra umanità, la nostra affettività, sia mettere in pratica il messaggio di Gesù, per noi sbaglia. Contestiamo, infatti, le prese di posizione e i documenti della Chiesa-gerarchia che a noi sembrano anti-Evangelo. Non crediamo però sia opportuno uscire dalla Chiesa cattolica, che è molto di più della gerarchia; al di fuori avremmo ancora meno possibilità di dialogare col popolo di Dio e di esprimere, come credenti, il nostro dissenso”.

Per Gianni Geraci, portavoce del Coordinamento gruppi di omosessuali cristiani in Italia e presidente del gruppo del Guado di Milano, “il problema non è tanto quello di restare o meno in una Chiesa che, nei suoi vertici, si dimostra incapace di comprendere in alcun modo la diversità omosessuale. Il problema è quello di rendere visibile l’esperienza di chi, in quella stessa Chiesa, si muove nella logica del Vangelo e quindi in una logica di accoglienza e di rispetto per tutte le diversità”. In questo senso, sostiene Geraci, “se esiste un problema della nostra appartenenza alla Chiesa cattolica, questo problema è da collegare non tanto a una nostra decisione di uscire o meno da una Chiesa che, senza il contributo degli omosessuali credenti, perderebbe irrimediabilmente un aspetto della sua stessa natura cattolica (ovvero un aspetto della sua universalità), quanto a un vero e proprio peccato di omissione dei nostri pastori, che evitano sistematicamente di offrire alle persone omossesuali quell’immagine di Chiesa inclusiva e accogliente a cui dovrebbero ispirarsi nei loro interventi pubblici”.

Infine, Maurizio Mistrali, del gruppo L’Arco di Parma, dichiara: “Condivido lo scritto di Aurelio Mancuso in tutto eccetto la conclusione. Il ‘centro di identità’ del cristiano è Cristo (l’ego sano). Questa Chiesa spaventata, autoreferenziale, iperdogmatica diventa superegoica: si sostituisce e pone se stessa come centro d’identità . Il ‘traghetto’ e i ‘traghettatori’ si appassionano alla navigazione e non guardano al porto di destinazione, il Regno. Essere dentro la Chiesa con al centro la nostra Coscienza e Cristo fa emergere il paradosso dell’iperttrofia di sè, la mancanza di servizio, di fiducia nell’uomo, e forse della speranza in Cristo stesso, dei potenti gerarchi della Chiesa”. (emilio carnevali)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>