La «doppia colpa» di essere migrante e omosessuale

da Corriere della Sera del 2 giugno 2013

di Kibra Sebhat

Tutte le volte che mi è capitato di sentir parlare di omosessualità, all’interno del mondo migrante, ho teso bene le orecchie perchè non volevo perdere neanche una parola su un argomento, ma soprattutto un soggetto, che troppo spesso viene lasciato in disparte. Come se, oltre allo stato di migrante già di per sè una “colpa” da espiare, anche quello dell’orientamento sessuale fosse una caratteristica da nascondere. Occupandomi di seconde generazioni, poi, ho sempre avuto paura che qualche ragazzo o ragazza, oppure che degli insegnanti o dei genitori, venissero da me chiedendomi informazioni o aiuto, e che non sapessi darglieli. Per questo quando ho incrociato Helen Ibry, ricercatrice in Antropologia, Presidente di ArciLesbica Zami e autrice della tesi “Donne migranti tra Perù e Italia: genere e orientamento sessuale nel farsi dell’esperienza” le ho subito chiesto di farmi una lezione accellerata della realtà in Italia e di come, secondo lei, dovrei comportarmi.

Prima di tutto, mi ha fatto riflettere sull’uso delle parole: è sempre meglio usare il termine LGBT. Dire solo “mondo gay” o “mondo omosessuale” infatti non è esaustivo, perchè non solo non cita, ma non prende proprio in considerazione la componente lesbica, bisessuale e transgender.

Poi mi ha rassicurato sulla presenza di servizi e sportelli di supporto: a Milano, in particolare, c’è il Progetto IO (Sportello Trans ALA Milano Onlus, CIG-Arcigay, Arcilesbica Zami, Linea Lesbica Amica, Certi Diritti) che si occupa del mondo LGBT tra i migranti, e che può dare un primo aiuto a chi ne avesse bisogno. Tra maggio e giungo, inoltre, è in corso una serie di incontri che vedono la collaborazione proprio tra il Progetto IO e l’Arci Todo Cambia per un’edizione speciale degli appuntamenti dell’Università Migrante. “Arcobaleni Migranti” è il nome del corso che, citando il volantino, vuole discutere della molteplicità delle identità esistenti, valutando le buone pratiche che esistono già. Ma che vuole anche immaginarne di nuove, grazie all’aiuto degli addetti al settore e di tutta la cittadinanza: gli appuntamenti si concluderanno con un’Assemblea Pubblica a cui siamo tutti invitati, e di cui potete seguire gli aggiornamenti a questa pagina Facebook .

Infine non potevamo non parlare della sua ricerca di dottorato, nella quale ha approfondito la realtà delle donne immigrate di origine peruviana e due aspetti mi hanno colpito più degli altri, che legano queste donne da una parte al loro genere, dall’altra al loro orientamento sessuale. Il fatto di essere delle donne, un po’ come per tutte le immigrate dal Sud America, fa sì che queste non si spostino solo per sè, ma che la migrazione rappresenti un’opportunità per tutta la comunità che le circonda, a cominciare dal suo nucleo più piccolo, la famiglia. Se si viene rifiutate come lesbiche, non viene più richiesto neanche di contribuire come donna: una libertà ed un’esclusione, allo stesso tempo, dal ruolo femminile tipico.

L’altra caratteristica, invece, simile al mondo LGBT nel suo insieme, penso sia questa: tanto quanto si emigra per lavoro ed una vita migliore, lo si fa per trovare un luogo dove vivere serenamente il proprio amore, indipendentemente da sesso. Così succede che, ad esempio, le donne lesbiche dal Sud America cerchino altrove un luogo dove avere più diritti, tanto quando, ad esempio, potrebbero farlo gli uomini gay del mondo musulmano. Tanto quanto, lo fanno per certo, lesbiche, gay, bisessuali e trans che lasciano l’Italia per Paesi che riconoscono loro ciò che gli spetta di diritto, come il matrimonio e l’adozione. Incredibile quanto, nonostante tutto, ci ritroviamo sempre più uniti al di là delle origini, vero?

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