La statua di sale

di Gore Vidal
Fazi, Roma 1998
pagine 212, € 13,00

La statua di sale - Gore Vidal

dal sito di Fazi Editore

Nel 1947 Gore Vidal era un giovane di ventidue anni, già apprezzato dalla critica per Williwaw, un romanzo sulla guerra. Lanciato sulle orme del nonno verso una brillante carriera politica, si trovò a un bivio. Aveva finito di scrivere The City and the Pillar (tradotto con La statua di sale per rispettare la citazione del passo di Lot dalla Genesi), un romanzo dichiaratamente omosessuale. È la storia di Jim Willard, figlio “normale” di una famiglia della media borghesia del sud: bello, atletico e schivo. E innamorato del suo migliore amico. Vidal scandalizzò l’America, suscitando reazioni isteriche. Il suo editore newyorchese, E.P. Dutton, lo odiò. Un vecchio editor gli disse: «Non sarai mai perdonato per questo. Tra vent’anni ti attaccheranno ancora». Il «New York Times» rifiutò di pubblicizzare il libro, nessun giornale americano lo recensì e «Life» (che l’anno prima aveva fotografato Vidal in uniforme accanto alla sua nave) lo accusò di aver fatto diventare omosessuale la più grande nazione del mondo. In poche settimane il libro fu un best seller. André Gide e Christopher Isherwood lo apprezzarono e Thomas Mann, nel suo diario, lo definì «un’opera nobile».

Il romanzo racconta la ricerca ostinata di Bob, da parte di Jim, dopo un week-end d’amore sul fiume che segna il suo destino. Passano molti anni in cui Jim è come una statua di sale. Nessuno dei suoi amanti riesce ad avere il suo cuore: né Ronald shaw, corteggiatissimo divo di Hollywood, né Paul Sullivan, scrittore giramondo, né Maria, affascinante ereditiera dalla quale Jim è inutilmente attratto. Fino all’incontro finale con Bob, l’amore della sua giovinezza, che riserva un potente colpo di scena.

«Vidal coglie nel segno e anticipa quel bisogno della società americana di cambiare la pelle, di sperimentare un diverso stile di vita».
Emanuele Bevilacqua, «il manifesto»

«Un importante documento umano, di eccellente e illuminante verità».
Thomas Mann

«Un libro importante per la storia del costume, oltre che della letteratura».
Mario Fortunato, «L’Espresso»

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