Lasciate che i gay vengano a me

da Panorama, 14 marzo 2012
sessualità e religione – l’altra parrocchia.
di Ignazio Ingrao.

Mentre ancora infuriano le polemiche sui funerali di Lucio Dalla e sulla mancata celebrazione della sua omosessualità, ecco un viaggio sorprendente nelle comunità ecclesiali che sempre più spesso si dedicano ai credenti “omo”. Da Macerata a Cremona, da Torino a Firenze, fino a Catania. Anche se all’estero c’è chi già guarda più lontano.

“Il gruppo è solo un modo per prendersi cura di questi nostri fratelli e per rispondere alla loro richiesta di fede e di spiritualità.” Dante Lafranconi, vescovo di Cremona.

“Quelle coppie omosessuali frequentano anche i corsi di preparazione al matrimonio insieme con le altre coppie eterosessuali.” Padre Alessandroo Santoro, cappellano della comunità delle Piaggie, a Firenze.

«Il Signore guarda i cuori, non i genitali delle persone»: padre Alberto Maggi non usa mezzi termini per ricordare alla Chiesa cattolica il dovere di accogliere gli omosessuali, senza discriminazioni, al pari degli altri fedeli. Padre Alberto si ribella all’ipocrisia con la quale, ai funerali di Lucio Dalla nella basilica di San Petronio a Bologna, si è voluto tacere dell’omosessualità del cantante ed è stato vietato ai gay di accostarsi alla comunione.

Teologo e biblista, in passato anche conduttore di una trasmissione alla Radio vaticana, Maggi è divenuto il padre spirituale di molti omosessuali presso la comunità di Montefano (Macerata) dove dirige il centro di studi biblici. «La missione della Chiesa» dice «non è quella d’infliggere altre sofferenze alle persone, ma dare sollievo e serenità. È quello che cerco di fare quando vengono da me persone o coppie di omosessuali, spesso accompagnate da una storia di grande sofferenza, di rifiuto da parte delle loro famiglie». E i sacramenti? «L’Eucarestia non è un premio per i più buoni» risponde padre Alberto «bensì un dono fatto a tutti gli uomini: non sta a noi giudicare chi la merita e chi no».

Eppure, i vescovi italiani sembrano avere deciso di consegnare alle catacombe la legittima aspirazione di tanti omosessuali credenti ad avere un posto in chiesa. Non tutti però sono disposti ad accettare questa situazione. Come Alessandro Santoro, cappellano della comunità delle Piagge, alla periferia di Firenze. Tre anni fa don Alessandro ha sposato in chiesa due parrocchiani, Sandra Alvino e Fortunato Talotta, che stavano insieme da oltre trent’anni. Con un solo particolare: Sandra era nata uomo e nel 1974 aveva cambiato sesso per sposare Fortunato nel 1982 con rito civile in Italia. Tanto è bastato all’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, per sospendere e allontanare dalle Piagge don Alessandro.

Ma dopo alcuni mesi di «purgatorio» il sacerdote è tornato alle Piagge e pur senza più celebrare matrimoni, ha ripreso a «benedire» le coppie gay che chiedono di sposarsi e a celebrare i battesimi dei loro figli. Naturalmente, «le coppie omosessuali frequentano anche i corsi di preparazione al matrimonio insieme con le altre coppie eterosessuali. Mentre gay, lesbiche e transessuali sono normalmente accolti nelle nostre celebrazioni» rivela a Panorama il cappellano delle Piagge.

Non sono solo i preti di frontiera a sfidare le regole del magistero e accogliere in chiesa gli omosessuali. Persino un vescovo lo fa: Dante Lafranconi, un passato da scout e un presente alla guida della diocesi di Cremona. Il vescovo ha creato un gruppo, Alle querce di Mamre, destinato agli omosessuali credenti: si riunisce una o più volte al mese per favorire la ricerca di fede delle persone omosessuali. «Non ci trovo nulla di rivoluzionario» dichiara Lanfranconi a Panorama «è solo un modo per prendersi cura di questi nostri fratelli e per rispondere alla loro richiesta di fede e di spiritualità».

Il gruppo è stato affidato a uno degli educatori del seminario, don Antonio Facchinetti, che spiega gli obiettivi di questa iniziativa: «Non si tratta solo di favorire la ricerca di fede delle persone omosessuali ma anche aiutarli ad accogliere serenamente la propria condizione, vincendo paure, preclusioni, timori. E nello stesso tempo stimolare la comunità cristiana a fuggire ogni tentativo di emarginare gli omosessuali». Lo stesso vescovo partecipa, ogni tanto, agli incontri organizzati dal gruppo.

Analoga la situazione a Torino, dove l’ex arcivescovo Severino Poletto in occasione del Gay pride del 2006 ha incaricato due sacerdoti della diocesi, Valter Danna ed Ermis Segatti, di avviare un dialogo con i gruppi di omosessuali cattolici, già presenti in diocesi da almeno trent’anni. Ora l’arcivescovo di Torino è cambiato, è stato nominato Cesare Nosiglia e don Valter «ha fatto carriera», diventando vicario generale ma quell’esperienza prosegue anche per aiutare tutti i fedeli a cambiare mentalità rispetto all’omosessualità. «Chi ha un certo orientamento sessuale» osserva don Valter «non deve essere allontanato sulla base di pregiudizi. Questi nostri fratelli vanno accolti e compresi, accompagnati nel loro cammino di fede».

Resta tuttavia una domanda: i gay possono accedere ai sacramenti? La risposta è no, secondo il magistero ufficiale però don Ermis è di altro avviso: «Davanti a Dio non si va per etichette. Il cammino spirituale passa anzitutto per il riconoscimento della propria identità. Il primo peccato è la non accettazione di sé. La fede non può dire di andare contro se stessi, ma sempre di essere quello che si è coltivando il bene e rapporti umani ispirati al Vangelo».

Insomma, secondo il sacerdote, nessuno ha il diritto di negare, per principio, i sacramenti agli omosessuali. Don Ermis è diventato il padre spirituale di molti gay: «Il cinema e la televisione presentano un modello vincente e ammirato di omosessualità, ma le cose purtroppo non stanno così nella realtà. Molto spesso si tratta di storie drammatiche di rifiuto e solitudine, di paura o incapacità a comunicare la propria condizione. Penso anche a diversi uomini sposati, spesso già con figli, che vengono da me dopo aver scoperto la loro omosessualità. Per questo la Chiesa è chiamata a stare vicino agli omosessuali per farli sentire accolti, amati, accettati per come sono. Devono essere integrati nelle nostre comunità, senza pregiudizi e diffidenze».

Nonostante le rigidità della Chiesa ufficiale si sono moltiplicati negli ultimi anni i gruppi di omosessuali credenti: il progetto Gionata ne ha censiti 28 in tutta Italia con oltre 500 aderenti (84 per cento uomini e 16 per cento donne). Ma se si considera il numero degli omosessuali che gravitano intorno a questi gruppi, si supera almeno il migliaio di partecipanti. Sono presenti in tutta la Penisola, da Trento a Palermo; altri sono molto chiusi, altri più aperti e visibili all’esterno, a seconda delle condizioni ambientali.

Molti sono accompagnati da sacerdoti mentre alcuni sono legati alle Chiese evangeliche e ai loro pastori. Anche il dialogo tra i gruppi e la Chiesa ufficiale sta crescendo a poco a poco, come testimonia il «Secondo rapporto sui gruppi di cristiani omosessuali e il dialogo con la Chiesa» che sarà presentato al prossimo Forum dei credenti omosessuali, in programma ad Albano laziale (Roma) dal 30 marzo al 1° aprile.

Giacomo Stinghi, parroco della Madonna della tosse a Firenze da anni ha offerto ospitalità al gruppo Kairòs di gay cristiani. «Io vengo da una famiglia di contadini e ho sempre avuto tanti pregiudizi sugli omosessuali» racconta. «Poi, un giorno, sono stato invitato da un gruppo di omosessuali a tenere un incontro di preghiera. Sono rimasto davvero colpito dalla loro spiritualità, dalle loro riflessioni, dall’intensità della loro preghiera. Potevano essere davvero un esempio per tanti cristiani cosiddetti normali. Perciò ho deciso di invitarli una volta al consiglio pastorale della parrocchia. Tutti hanno apprezzato le loro testimonianze tanto da decidere di affidare loro l’organizzazione di una veglia contro l’omofobia che ha visto una straordinaria partecipazione. Da quel momento li ho accolti in parrocchia e ormai fanno parte della nostra comunità».

E anche dal Sud arriva una straordinaria lezione contro i pregiudizi: la parrocchia del SS. Crocifisso della buona Morte, a Catania ospita il gruppo di gay Fratelli dell’Elpis e da più di vent’anni è aperta a questa realtà. «La vocazione della nostra. parrocchia è l’accoglienza» spiega don Giuseppe Gliozzo «siamo a un passo dalla stazione, con una diffusa presenza di prostitute e prostituti. La nostra chiesa è aperta a tutti. Sanno che quando hanno bisogno ci trovano sempre e si sentono parte della nostra comunità. A Natale sono loro a preparare gli addobbi per la festa in chiesa e nei locali della parrocchia. Accogliere significa non escludere nessuno».

Ma non tutti trovano la stessa accoglienza da parte dei vescovi locali. Nel maggio scorso a Palermo l’arcivescovo Paolo Romeo ha vietato nella Chiesa di Santa Lucia una veglia contro l’ omofobia. Mentre a Roma il gruppo Nuova proposta si riunisce presso la chiesa valdese perché, affermano i responsabili, la diocesi non permette ufficialmente alle parrocchie di ospitare gli incontri di queste associazioni.

All’estero invece c’è chi guarda già molto più lontano, come l’arcivescovo di Westminster a Londra, Vincent Nichols: ai primi di marzo ha diffuso un documento dove sollecita un maggiore impegno a favore degli omosessuali. E sollecita a celebrare la messa con loro.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>