Le “unioni” che dividono. Il partito democratico alle prese con le coppie di fatto.

da Adista dell’11 febbraio 2012

ROMA-ADISTA. Nessuna unità di vedute nel Partito democratico sulle coppie di fatto. Nell’ultima settimana, per ben due volte si è resa manifesta la spaccatura sul tema all’interno del partito: interessate la giunta di Milano e quella di Gubbio.

A scatenare la bagarre nel capoluogo lombardo, l’annuncio, il 27 gennaio scorso, dell’apertura del Fondo anti-crisi alle coppie di fatto: il provvedimento firmato dall’assessore al Welfare, Pierfrancesco Majorino, e dall’assessora al Lavoro, Cristina Tajani, parla di un contributo fino a 5mila euro cui possono avere accesso persone con reddito Isee inferiore a 25mila euro «sposate o coabitanti nello stato di famiglia per sussistenza di vincolo affettivo». Un «errore politico», una «fuga in avanti che rischia di dividere e suscitare conflitti, mentre si tratta di un grande tema civile che va approfondito in consiglio comunale», ha commentato la capogruppo del Pd, Maria Carmela Rozza. «Ritengo – ha dichiarato a Il sussidiario.net (31/1) – che fosse corretta l’obiezione posta da molti cattolici, sia all’interno della maggioranza sia all’interno dell’opposizione, secondo i quali bisognava affrontare questa discussione e arrivare a una conclusione dopo l’arrivo del papa per la Giornata mondiale delle Famiglie» (30 maggio-3 giugno). «Anche perché metteva quantomeno in pari dignità l’evento del papa con il provvedimento del Comune».

E su Avvenire (28/1) Francesco Riccardi scomoda addirittura don Milani, a suo uso e consumo, per bocciare l’iniziativa della giunta guidata da Pisapia: «Porre sullo stesso piano coppie che, sposandosi civilmente o religiosamente, assumono un preciso impegno pubblico e persone che, per scelta, o per impossibilità, non rendono vincolanti i propri legami “affettivi”, significa violare la lettera e lo spirito della nostra Carta fondamentale». «Nel ricordare, e ribadire, le giuste priorità nell’utilizzo delle risorse pubbliche non c’è alcun intento discriminatorio. Perché – prosegue – qui non ci sono discriminazioni da sanare, ma condizioni e scelte oggettivamente diverse. La peggiore ingiustizia, lo insegnava anche don Lorenzo Milani, è trattare in maniera uguale situazioni differenti» (si riferiva, però, agli studenti poveri, discriminati da una scuola classista).

Il sindaco, che alla trasmissione “Che tempo che fa” il 14 gennaio scorso ha annunciato la creazione entro il 2012 del registro delle coppie di fatto, respinge ogni accusa sottolineando che è «un dovere da parte delle istituzioni aiutare tutte le coppie che si trovano in uno stato di difficoltà».

Altrettanto aspro il dibattito apertosi a Gubbio dove, il 24 gennaio scorso, il Consiglio comunale guidato dal sindaco del Pd Diego Guerrini, ha approvato una mozione del PdL con cui si abolisce il registro per le unioni civili istituito dieci anni fa. A votare a favore anche quattro dei sei consiglieri del Partito democratico oltre al sindaco in persona. «Siamo meravigliati e stupefatti – è il commento di Ettore Martinelli responsabile nazionale Diritti – dalla decisione presa dal primo cittadino e da alcuni consiglieri. La posizione del Partito democratico è chiara ed è, evidentemente, quella di non discriminare nessun cittadino e fare in modo che siano assicurati a tutti gli stessi diritti civili. Sono certo che la decisione di Gubbio non si basi su motivazioni discriminatorie, ma il fatto resta comunque grave. Mi auguro che il sindaco ci ripensi e voglio fin da ora ribadire l’impegno di tutto il partito a favore dell’uguaglianza dei diritti».

Ma il sindaco sembra tutto fuorché pentito della sua decisione: «Da laico giovane delle istituzioni ritengo sbagliato affrontare tematiche complesse con un approccio di contrapposizione tra guelfi e ghibellini». Da quando è stato istituito questo registro, prosegue, «nella città di Gubbio nessuno ne ha più parlato e nessun effetto culturale ha prodotto. Se questo voto potrà servire a riaprire un dibattito serio, a riconoscere con le leggi dello Stato i diritti civili, sarei il primo a proporre un regolamento applicativo di una legge della Repubblica». Quanto al Pd, auspica che «un partito libero, democratico, laico possa essere realmente tale rispettando anche coloro che in coerenza con i valori della laicità delle istituzioni sono portatori di cultura e scelte semplicemente amministrative che non possono invece essere considerate come lesa maestà».

«In questa situazione, dove dentro il Pd, la battaglia tra clericali (non cattolici) e laici è pubblicamente sopita e in attesa di una linea politica nazionale – è il commento di Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia (manifesto, 26/1) –, ognuno si sente abbastanza libero di agire, soprattutto tra i parlamentari di seconda e terza fila e tra amministratori di medie e piccole realtà». (i. c.)

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