Lettera del Gruppo Emmanuele a S.E. mons. Gianfranco Agostino Gardin, Vescovo di Treviso

Eccellenza,

siamo un gruppo di cattolici omosessuali provenienti da diocesi di tutto il Veneto che si ritrovano regolarmente in una parrocchia della diocesi di Padova. Alcuni di noi non La conoscono, altri invece hanno avuto modo di apprezzare ripetutamente la Sua attenzione alle situazioni in cui la sequela al messaggio evangelico richiedeva delle prese di posizione chiare, e questo anche a costo di raccogliere critiche e dinieghi.

Le scriviamo in merito alla Nota del 15 giugno scorso emessa dall’Ufficio stampa della Sua Diocesi sul progetto di istituzione del Registro comunale delle coppie di fatto, proposto dal sindaco di Treviso, Giovanni Manildo. Confessiamo di essere rimasti significativamente sorpresi nel leggere alcune affermazioni, che reputiamo Sue, e se Le scriviamo – oltre che per precisarLe ciò che non condividiamo – è nella speranza di aprire un dialogo e un confronto per farLe conoscere le ragioni di chi vive, oltre alla condizione omosessuale, anche quella di credente, chiamato indubbiamente ad ascoltare la voce dei propri Pastori, ma chiamato anche ad essere in primis soggetto alla voce della propria coscienza (cf. enciclica Gaudium et Spes al n. 16) e a ‘gridare dai tetti’ ciò che ha ascoltato nell’intimo del proprio cuore.

Lei, in qualità di Pastore, si chiede «se vi sia proprio una domanda urgentissima circa l’apertura di un registro delle coppie di fatto, senza il quale si recherebbero danni gravissimi ad un grande numero di cittadini». Se ne deduce che un diritto è tale solo se risponde alle esigenze di un numero significativo di persone. Noi crediamo che questo sia un approccio non corretto, tanto più quando viene espresso da un cristiano, poiché sia la Norma giuridica che la Legge dell’amore esistono proprio a difesa dei più deboli, pochi o tanti che siano. Se anche una sola persona si trovasse nella condizione di bisogno, la società civile, in quanto comunità attenta alle necessità dei suoi componenti, avrebbe il dovere di farsi carico di tale situazione nel miglior modo possibile. E tanto più questo è un dovere per il cristiano, che non può ignorare il vissuto dei suoi fratelli, dimentico del dettato evangelico.

Se in tante città italiane si è ricorsi all’istituzione del Registro delle coppie di fatto, ciò è accaduto perché la politica nazionale italiana non ha inteso fino ad ora dare risposte serie alle esigenze di persone che – ribadiamo – poche o tante che siano, vogliono avere le stesse opportunità che la Legge dà agli altri loro concittadini. A chi non conoscesse questi aspetti, ma anche a chi fosse stanco di risentirli, li evidenziamo con assoluta, serena, ma forte convinzione: stiamo parlando del diritto all’assistenza del compagno/a in caso di ricovero o di stato di non autosufficienza, alla reversibilità della pensione, al subentro nel contratto di affitto in caso di morte del contraente facente parte di una coppia di fatto… Certo, l’istituzione di un Registro comunale non può – e non intende – dare risposta a tutti questi problemi, ma rappresenta il tentativo di una minima misura di tutela di chi – per i più svariati motivi – non vuole o non può (e quest’ultimo è il caso delle persone omosessuali) firmare un contratto di matrimonio né nella Casa municipale né in chiesa. L’attuale crisi economica non contribuisce ad essere lucidi nell’affrontare tali questioni perché ci stiamo a poco a poco convincendo che un diritto concesso a qualcuno comporti necessariamente la riduzione dell’effetto dei diritti acquisiti da altre persone. Eppure un diritto esiste in quanto tale ed è sacrosanto ogniqualvolta la sua negazione genera disuguaglianza e discriminazione.

Sempre nella Nota, Lei afferma che «la coppia coniugale […] si impegna in un rapporto definitivo che sta alla base di una famiglia e che non risponde solo a un bisogno di relazione affettiva, ma assume anche un serio impegno di tipo educativo e sociale, sovente assai gravoso economicamente». Considerando l’attuale alto numero di divorzi e separazioni – anche di coppie sposatesi con rito religioso cattolico – il «rapporto definitivo» di cui parla appare, nella concreta realtà vissuta ed agita da una moltitudine di persone, più un “tendere verso” che un dato immutabile. In ogni caso, Lei crede sinceramente che due persone – dello stesso sesso o di sesso opposto – inizino una convivenza dandosi un termine? Che i conviventi che si amano non vedano l’ora di lasciarsi appena dopodomani? Che la convivenza – anche senza prole – sia esente da impegni economici gravosi?

Non vogliamo sostenere che la coppia di fatto e la coppia eterosessuale coniugata siano la stessa cosa, ma siamo dalla parte di chi desidera impostare la propria esistenza secondo la modalità che ritiene più confacente alla sua persona. Come d’altronde ha fatto Lei, Eccellenza. All’apparenza la forma di vita scelta da chi fa promessa di celibato o voto di castità può sembrare vissuta “nell’ombra della morte” poiché «non aperta alla vita» (espressione “di marketing” usata dalla gerarchia cattolica quando definisce le unioni omosessuali…), eppure chi la sceglie è convinto di vivere relazioni forti e importanti che generano buoni frutti. E lo stesso vale per la zia divenuta vedova o il ragioniere cinquantenne che per i più svariati motivi rimane (o vuole essere) celibe: si tratta forse di esistenze prive di senso (o «oggettivamente disordinate») perché non aperte al dono della vita? Ebbene, ci lasci esprimere un nostro proprio punto di vista: la persona omosessuale, in qualità di essere umano, di cittadino, di persona humana, di creatura del Creatore – e consapevole del dato di fatto che la sua inclinazione omosessuale non se l’è scelta, ma si è ritrovato a viverla – vuole avere le stesse opportunità di scelta esistenziale e tra queste anche il diritto di vivere una relazione tra due persone adulte fondata su prerogative e obblighi reciproci stabiliti dalla Norma giuridica. E pure è da mettere in risalto il ruolo che ogni coppia omosessuale riveste dal punto di vista sociale: come accade per le coppie eterosessuali (se lo vogliono e lo scelgono), anche la coppia omosessuale (se lo vuole e lo sceglie) – in virtù del legame di affetto reciproco – può condividere il sostegno a persone bisognose (familiari, amici, sconosciuti…) e partecipare alle attività della vita sociopolitica nonché della comunità cristiana. E molte coppie omosessuali sono pronte a dare (e in parecchi casi già danno) prova del loro impegno educativo.

Infine, Eccellenza, ci crea sconcerto, ci spaventa e ci addolora profondamente l’inconsapevolezza delle comunità cattoliche sulle ricadute socioculturali che le chiusure della Gerarchia verso le relazioni tra persone dello stesso sesso può ingenerare nelle dinamiche della società civile; basti pensare ai pesanti silenzi degli uomini di Chiesa o degli organi di informazione cattolici di fronte agli atti di violenta omofobia sempre più frequenti nelle nostre città. Se tutto questo sembra poca cosa agli occhi delle nostre comunità cristiane, allora davvero la strada da fare per seguire l’insegnamento di Gesù Cristo si sta facendo sempre più tortuosa.

Concludiamo questa lettera ribadendo il nostro desiderio di incontrarLa per darLe l’opportunità di «conoscere le sue pecore» (Gv 10,14.27). E la loro voce. Siamo convinti che l’incontro reale e il dialogo diretto possano fare molto.

Fraternamente in Cristo,
il gruppo Emmanuele

Padova, 29 giugno 2013, Solennità dei santi Pietro e Paolo

l'icona dell'Emmanuele

 

Un pensiero su “Lettera del Gruppo Emmanuele a S.E. mons. Gianfranco Agostino Gardin, Vescovo di Treviso

  1. La tendenza omosessuale ha il diritto di essere accettata senza discriminazioni. Il comportamento che ne potrebbe conseguire e dar luogo a rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso non può essere accettato non solo per motivi religiosi ma perché in contrasto con i principi e i diritti della società.

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