L’Omosessualità non è più una malattia – Andreoli sull’Avvenire

Vittorino Andreoli su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani del 7 gennaio 2009

Nel 1992 l’omosessualità veniva cancellata da quel Registro delle Malattie che è redatto dall’Organizzazione mondiale della Sanità, e del quale ogni quattro anni si fa una revisione, in vista di un aggiornamento. In precedenza, l’omosessualità era inclusa tra le malattie, e da allora non vi figura più, venendo scientificamente considerata invece «una caratteristica della personalità». Come tale non rientra più né in una diagnosi né in una cura medica.

Io sono un medico e uno psichiatra, e anche da questo solo punto di vista non considero l’omosessualità una malattia; seppure non posso dimenticare che prima di quella data c’erano schemi di cura sia organica (per la modificazione cioè dei parametri biochimici) sia psicoterapica. E neppure posso dimenticare che non pochi di quei cosiddetti malati venivano ricoverati addirittura in manicomio: ricordo ancora le cartelle cliniche con indicata la diagnosi di omosessualità.

E’ appena il caso tuttavia di segnalare che qui ci stiamo riferendo a quello che comunemente viene chiamato orientamento omosessuale, che è connesso alla persona, prima dunque che essa si esplichi in determinati comportamenti.

So bene che la “pratica” omosessuale investe anche altri ambiti di competenza, ad esempio quella della teologia morale, sulla quale tuttavia io non entro, per il rispetto che porto alla materia. Ogni lettore peraltro ha sotto il profilo morale un suo quadro di riferimento, che pure rispetto.

Nel mio discorso svolgo un ragionamento che si pone sul versante di una competenza scientifica, per la quale le manifestazioni e i comportamenti che scaturiscono dall’omosessualità non sono patologie ma variabili all’interno di quella che si chiama normalità, pur se questa è difficile da definire.

Mi pare si possa dire anche che l’omosessualità è una diversità, seppure la persona omosessuale non è definibile solo rispetto ad una propensione sessuale: egli è connotato da un insieme più ampio di caratteristiche e di abilità. Sarebbe insomma un errore circoscrivere e qualificare un uomo per l’uso di un suo organo, come altrettanto stravagante sarebbe ridurre tutte le ariazione dell’eterosessuale a questo solo comportamento.

So che sull’argomento si potrebbe aprire una discussione infinita, confesso però che come membro di una comunità scientifica non posso arrogarmi un diritto definitorio, che nel suo ambito spetta alla scienza, a cui partecipo come scienziato, senza tuttavia poterla rappresentare.

Non a caso questa attività – mia e dei miei colleghi – è disciplinata anche dall’Ordine dei medici, e non ha molto senso che un singolo emetta “diagnosi” se la scienza ha appurato che di altro si tratta.

Questa mia posizione ovviamente non impedisce che ne esistano altre, che attribuiscono all’omosessualità un significato differente. Approdi, questi, che io reputo un errore ma che non mi sogno di negare.

Quanto dicevo prima non significa però che l’omosessualità possa ridursi a qualcosa di irrilevante. faccio un esempio. Fino al 1992 il regolamento che normava il Servizio militare di leva, allora obbligatorio, prevedeva l’esclusione dell’omosessuale come persona non idonea al servizio stesso.

Questo comma decadde, e ricordo che ci fu una commissione – incaricata di rivedere la faccenda – a cui anch’io partecipai. L’esclusione non poteva più essere motivata su quella base, ma avrebbe potuto essere argomentata in forza delle caratteristiche che sono richieste per quel dato servizio.

Appare infatti del tutto legittimo che una forza armata cui sono demandati determinati compiti, scelga – specie oggi che il servizio è volontario – gli aspiranti che lasciano prevedere di saper realizzare, al meglio e senza fatica, il compito richiesto.

Su un piano forse fin troppo pragmatico taluno arriva a dire che un ragionamento simile potrebbe valere anche nelle scelte che la Chiesa deve fare circa il proprio personale.

Chi le impedisce infatti di riscontrare che determinate caratteristiche mettono l’aspirante al sacerdozio in particolare difficoltà, e per questo di decidere che l’omosessuale non verrà ammesso? Su una simile base, molto concreta e operativa, avviene in fondo per ogni ricerca di personale, e persino nella selezione dei grandi cervelli da indirizzare ai vari campi del sapere.

C’è chi ha una propensione straordinaria per il mondo del digitale, e chi invece fatica moltissimo anche solo avvicinarvisi. Va da sé che il secondo non lo manderei mai in una Sillicon Valley.

Voglio dire che non mi scandalizzo se un’organizzazione, come in fondo è la Chiesa, decide di escludere dal sacerdozio ministeriale l’omosessuale. Date le mie convinzioni, potrei scandalizzarmi se lo ritenesse un malato, ma non certo se essa si dà dei criteri per la selezione del proprio personale.

Anche se questo lascia, a mio avviso, aperta la questione sul perché debbano essere per forza escluse oggi dalla vita sacerdotale le persone di orientamento omosessuale. Riconosco che è un argomento difficile, almeno per me, e – ripeto – ho rispetto per la Chiesa, che in questo campo fa valere un criterio di somma prudenza.

Benché qui continuiamo a tenerci lontani da quell’esercizio anomalo della sessualità esercitata senza consenso, e magari su un incapace, e che la legge stessa punisce comunque come abuso e violenza, sia che si tratti di omosessualità che di eterosessualità.

In ragione della mia professione, qualche prete omosessuale l’ho conosciuto: o che desiderava superare da questa tendenza comportamentale, o che – casto – voleva saper contenere l’urgenza che gli si presentava. Posso solo dire che in genere si è trattato di persone provate dal confronto tra la loro personale inclinazione e una vocazione, quella del prete, che ti induce ad ascoltare gli altri, e a mettere sé in secondo piano così che sia Dio in quel rapporto a prevalere.

Erano cioè persone non prive di un desiderio di autenticità, ma che certo sentivano e vivevano drammaticamente la loro fragilità. Che poi è una fragilità che il costume vigente bolla in modo marcato.

La sensibilità popolare infatti ha in genere una reazione differenziata di fronte a uno scandalo eterosessuale oppure omosessuale, nel senso che considera un male minore per un prete la relazione con una donna piuttosto che con un uomo. E questo lo si può capire, seppure in ultima istanza non è in alcun caso l’argomento forte per la deterrenza. In primo luogo, infatti, contano la serietà e la lealtà con cui ciascuno affronta il proprio progetto di vita.

E poi non dientichiamo che ci sono contesti geografici e ambientali in cui i costumi cambiano, e cambia anche la sensibilità prevalente. E dunque, non è su questa che ci si può basare per impostare una strategia correttiva. Ripeto, nel discorso vocazionale deve contare soprattutto la coerenza con il messaggio che si annuncia perché questa sola rende testimoni credibili.

Va da sé, ma lo diremo ancor meglio nella tappa successiva, che l’omosessualità si distanzia anni luce dalla pedofilia: questa infatti, per la medicina, rientra clinicamente tra le malattie sessuali, legate alla difformità dell’”oggetto” di attrazione.

E anche dal punto di vista sociale la pedofilia resta un delitto avvertito come abominevole, in quanto non solo non rispetta l’altro, più piccolo, ma lo violenta in una fase per di più delicatissima della sua esistenza. Nella tappa odierna ho inteso portare in scena una visione dell’omosessualità che non è più quella degli stereotipi culturali di un tempo.

Occorre stare attenti infatti a non infliggere stigmi non solo intollerabili ma anche falsi. C’è un’evoluzione culturale in atto che, acquisendo i portati della scienza, può oggi presentare l’omosessualità entro uno schema diverso da ieri. Tra l’altro, si deve sempre stare attenti al carico di sofferenza inutile che si mette sulle spalle delle persone, senza che abbiano colpe particolari.

Non per questo tuttavia si deve arrivare a valutazioni di irrilevanza o a nuovi e opposti eccessi, ad esempio sul piano di una femminilizzazione del costume. E per ciò occorre stare attenti a che nei processi educativi siano sempre chiari i parametri di riferimento.

Per quanti poi si incamminano nella strada che porta al sacerdozio è importante svolgere un sapiente discernimento, che non disdegni all’occorrenza le competenze professionali. Torno a ripetere qualcosa che già dissi all’inizio di questo viaggio, e cioè che non bisogna aver paura di rivolgersi agli esperti di psicologia.

Meglio una disamina chiara dei problemi che ci sono oggi che un fallimento domani. Ovvio che non intenda con queste affermazioni mettermi neppure lontanamente in conflitto con le determinazioni del magistero, sia per quel che concerne la conduzione delle comunità educative particolari che sono i seminari, sia – ancor prima – per quanto riguarda l’impostazione della dottrina morale. Che va presentata e offerta alle persone come una pista di crescita nell’autenticità e nel rispetto di sé e degli altri.

Arrivato al termine di questa puntata, non posso tuttavia esimermi dall’inviare un pensiero di riguardo ai sacerdoti che si sono scoperti omosessuali, e che in questa declinazione affettiva soffrono per restare fedeli alla loro vocazione: a costoro vorrei dire – io non credente – di rivolgersi a Dio per chiedergli l’aiuto a far sì che anche questa “caratteristica” diventi una ricchezza a servizio della missione cui stanno dedicando la loro vita.

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