Londra: pressioni vaticane per porre fine alle messe gay

da Adista n. 1 del 12 gennaio 2013

di Ludovica Eugenio

Erano sei anni che due volte al mese, nella chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione – nel cuore del quartiere di Soho, uno dei centri della vita notturna londinese e considerato il gay village della città –  venivano celebrate messe per i cattolici omosessuali insieme ai loro genitori, parenti e amici; una  liturgia che era comunque aperta a tutti (v. Adista n. 23/07).

Una messa aperta a persone LGBT nella chiesa di “Our Lady of Assumption”, Londra

Ora l’arcivescovo cattolico di Westminster, mons. Vincent Nichols, ha deciso di interrompere questo uso e di cedere addirittura la chiesa all’Ordinariato di Walsingham, la diocesi “senza territorio” che raccoglie gli ex anglicani conservatori convertitisi al cattolicesimo (che ha sentitamente ringraziato).

Vincent Nichols, archbishop of Westminster

Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster

Il fatto è, spiega Nichols in un lungo comunicato pubblicato sul sito dell’arcidiocesi il 2 gennaio, che «nel corso di questi anni la situazione delle persone omosessuali è cambiata da un punto di vista sia sociale sia giuridico, mentre non lo è l’insieme dei principi pastorali che la Chiesa deve offrire e il magistero ecclesiale su questioni di morale sessuale». Tra questi principi, spiega Nichols, l’innata dignità di ogni persona e il rispetto che le è dovuto, ma anche il fatto che una persona «non va identificata in base al proprio orientamento sessuale»; secondo la Chiesa, infatti, «l’uso delle proprie facoltà sessuali è legittimo soltanto all’interno di un matrimonio tra un uomo e una donna, aperto alla procreazione e alla cura della prole». Va da sé, dunque, afferma l’arcivescovo, che molti tipi di “attività” sessuale, tra cui quello omosessuale, non sono coerenti con l’insegnamento della Chiesa. Nessuno, vescovo, prete o laico che sia, ha la facoltà di cambiare questo dettato della Chiesa, che viene da Dio». Di qui la necessità di una «nuova fase» pastorale, coerente con il carattere universale della messa, alla cui definizione Nichols chiama chi, nei passati sei anni, ha organizzato le messe per gli omosessuali: questa fase deve includere un supporto alla crescita «in virtù e santità» delle persone coinvolte, un incoraggiamento a tessere legami di amicizia e contatti esterni alla comunità, sempre con l’obiettivo di una piena partecipazione alla vita della Chiesa. Ma di messe lgbt non si deve più parlare. Le attività si appoggeranno alla chiesa gesuita dell’Immacolata Concezione che ha offerto la disponibilità delle proprie strutture per ospitare il gruppo.

La prassi delle messe per la comunità Lgbt era stata avviata dalla diocesi nel 2007 per venire incontro alle difficoltà della comunità di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali e per aiutarle a superare il loro isolamento. L’iniziativa era sorta in seguito a un dialogo avviato dall’arcidiocesi con rappresentanti del gruppo Soho Masses Pastoral Council (Smpc) che dal luglio 2005, ospite di una vicina chiesa anglicana, organizzava messe per la comunità cattolica Lgbt. Dopo alcune difficoltà ed una serie di consultazioni informali con Roma, giunse il placet, a patto che le celebrazioni e le attività non divenissero strumenti per contestare apertamente il Magistero della Chiesa. Per diverso tempo il compromesso ha tenuto, nonostante un gruppetto di cattolici tradizionalisti si riunisse dinanzi alla chiesa per recitare un “rosario di riparazione”.

A febbraio dello scorso anno, in seguito alla pubblicazione online di un video che ritraeva un momento della messa, con alcuni fedeli omosessuali abbigliati in modo vivace e colorato in preghiera durante la celebrazione, le polemiche sulla legittimità dell’iniziativa si erano riaccese (v. Adista n. 11/12). Confermando «l’intenzione e lo scopo» della decisione presa nel 2007, quando arcivescovo era il card. Cormac Murphy O’Connor, Nichols rilevava, allora, che la Chiesa «rifiuta di considerare la persona puramente come un “eterosessuale” o un “omosessuale”» e sottolinea che ognuno ha la stessa identità fondamentale: «Essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna». Il gruppo che organizza la pastorale per le persone Lgbt nella parrocchia dell’Assunzione aveva osservato con soddisfazione come «un numero crescente di cattolici gay, lesbiche, bisex e trans che erano stati allontanati dalla Chiesa, sia ritornato alla comunione con la testimonianza coraggiosa della diocesi per la dignità di tutte le persone» attraverso le Soho Masses, che rappresentavano «un ambiente caldo ed un’occasione gioiosa e inclusiva per condividere in comunione con l’altro, con le nostre famiglie e amici, e con tutta la Chiesa, la certezza che anche noi (lesbiche, gay, bisex e trans) abbiamo il nostro posto alla mensa del Signore».

Del provvedimento attuale, che pone fine a un’esperienza tanto positiva, pare sia responsabile, secondo quanto hanno riportato i mezzi di comunicazione inglesi (v. Catholic Herald, 1/11/12), la Congregazione per la Dottrina della Fede che ha sempre mal digerito l’iniziativa. E c’è anche chi ha suggerito che, se mons. Nichols non ha ancora ottenuto la berretta cardinalizia, sia dovuto anche alla “colpa” di cui si è macchiato dando spazio e visibilità nella Chiesa alla comunità Lgbt.

vedi anche questo articolo (con foto) sulle messe aperte a persone LGBT nella chiesa di “Our Lady of Assumption”, Londra (in inglese)

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