Natale 2011: il card. Martini “a colonne unificate”

da Adista del 7 gennaio 2012

ROMA-ADISTA. Nessuno lo ha rilevato, ma la presenza del card. Carlo Maria Martini sulle pagine di tre dei più autorevoli quotidiani della borghesia italiana, Corriere della Sera, Repubblica e Stampa, lo stesso giorno, il 24 dicembre scorso, qualcosa sembra suggerire.

Non può infatti non destare qualche curiosità (e stupore) che le testate più rappresentative dell’opinione pubblica “laica” e moderata italiana, sul tema del Natale non riescano a trovare altro interlocutore ecclesiastico che l’anziano e malato cardinale, esponente di punta dell’ala “conciliare” della Chiesa cattolica: una circostanza che suggerisce da un lato la crescente percezione da parte dei media di una gerarchia ormai chiusa a qualsiasi dialogo con il mondo secolarizzato, se esso non avviene nelle forme e con le domande a lei gradite e su terreni non “minati” (esemplare, in questo senso, l’intervista al card. Angelo Scola realizzata da Aldo Cazzullo sul Corriere, il 6 dicembre scorso); dall’altro, evidenzia la cronica difficoltà delle gerarchie ecclesiastiche ad esprimere una classe dirigente con spessore culturale, lucidità di analisi, comprensione del mondo contemporaneo e delle sue dinamiche, sollecitudine pastorale di livello almeno pari a quello della generazione conciliare e postconciliare.

Un limite che, a prescindere dalle posizioni teologiche e culturali che vescovi e cardinali esprimono oggi, impedisce ai vertici della Chiesa di essere autorevoli, a volte addirittura “credibili”, agli occhi di tanta parte dell’opinione pubblica laica.

Il risultato di questo cortocircuito è la presenza a “colonne unificate” dell’ex arcivescovo di Milano, che, pur nella prudenza che impone il suo ruolo, non si è invece mai rifiutato di affrontare, fuori da ogni dogmatismo, i temi più spinosi al centro del difficile rapporto tra credenti e non credenti oggi: fine vita, bioetica, coppie di fatto, divorziati risposati, celibato ecclesiastico, contraccezione.

La vigilia di Natale la voce di Martini si è così espressa sotto tre diverse “vesti”: il dialogo con il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, che lo è andato a trovare nel suo ritiro di Gallarate, alle porte di Milano; l’intervista con il vaticanista della Stampa Andrea Tornielli; la pubblicazione della risposta ad un lettore all’interno della rubrica “Lettere al Cardinal Martini”, ospitata dal Corriere sin dal 2009 ogni ultima domenica del mese, ma anticipata al sabato per la mancata uscita del giornale il giorno di Natale.

Se le risposte del card. Martini alle sollecitazioni di Scalfari e Tornielli sono piuttosto laconiche e generiche, perché generiche e vaghe sono le domande («Che cosa ha significato e che cosa significa per noi» il Natale?; «Possiamo ancora aver fiducia e speranza per il futuro?», chiede Tornielli. «Qualche volta penso che lei speri di convertirmi, di farmi trovare la fede. Questo rientrerebbe nei suoi compiti di padre di anime. È questo che lei si propone?», domanda in maniera decisamente più autoreferenziale Scalfari), di più ampio respiro la replica al lettore di Avellino che chiede lumi sulle conseguenze della crisi economica e sul silenzio della Chiesa su tale drammatica questione: il Natale, risponde il cardinale, «può essere una buona occasione per rilanciare il grido di allarme» che viene dalla condizione di indigenza di tante persone e «per venire incontro alle necessità concrete dei pensionati, dei lavoratori più umili, delle persone che hanno bisogno di cure». «Il ricordo della nascita di Cristo ci spinge anche a rilanciare il grido: “Abbiate a cuore la sorte dei poveri, considerateli come vostri amici, anzi come vostri padroni. Allora le vostre piaghe guariranno presto, sentirete la gioia promessa ad ogni cristiano, vivrete nell’attesa del ritorno di Gesù, così come oggi esultate per il suo Natale”». Sulla “latitanza” della Chiesa nel denunciare gli effetti della crisi sui più poveri, il cardinale respinge invece la provocazione del lettore. Se l’ex arcivescovo di Milano ritiene infatti che «una parola della Chiesa sia necessaria in questi momenti», sostiene però al contempo che di parole del genere «ce ne siano, e anche molto autorevoli». Piuttosto, «leggendo attentamente la sua lettera – incalza il cardinale – mi sono domandato come è mai possibile che si sappia così poco di ciò che nella Chiesa si dice o si fa». La spiegazione stavolta non sfugge però al senso comune cattolico sull’argomento: «Di fatto non si leggono i giornali cattolici, né si fa caso alle notizie che rimangono nell’ambito di casa nostra; molti gesti della Chiesa mancano della risonanza pubblica che dovrebbero avere. Rarissimamente ne parlano i telegiornali, se non per qualche scandalo». (valerio gigante)

 

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