«Noi famiglie gay cattoliche». Le storie, le paure, i muri

da Repubblica.it del 5 febbraio 2013

di Laura Montanari

Certe frasi sono un taglio, lasciano il segno anche quando la pelle ricresce: “Avevo un po’ più di 10 anni. In chiesa qualcuno dei ragazzini chiese chi erano i gay e il catechista rispose che erano persone tristi che avevano paura delle donne”. Innocenzo oggi di anni ne ha 40, lavora in una casa di riposo e vive a Firenze. Da tre convive con il suo compagno: «Siamo cattolici, andiamo a messa alla Madonna della Tosse dove per fortuna c’è una comunità che ci ha accolto e capiti. C’è come una doppia anima nella chiesa, quella rigida delle gerarchie e quella familiare di chi predica fra la gente e ne accetta le diversità». Certi muri però non si sciolgono facilmente, non con un annuncio sul riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali secondo il codice civile: «Quella dell’arcivescovo Vincenzo Paglia è sicuramente un’apertura, ma io temo che si trasformi in una gabbia, non vorrei fosse la solita voce sola» dice Natascia, 43 anni.

L'associazione Dignity a una parata del Gay Pride.

L’associazione di omosessuali cristiani Dignity a una parata newyorkese del Gay Pride. Il terzo da sinistra è John McNeill, all’epoca gesuita.

Natascia vive a Latina, ha sposato la sua compagna in Spagna: «Ho frequentato le parrocchie da quando ero piccola e come omosessuale non mi sono sentita respinta. I problemi sono cominciati quando con la mia compagna siamo diventati una famiglia e non ci siamo nascoste più». Adesso hanno due figli (di tre anni e di pochi mesi): «Il peccato, e dico peccato tra mille virgolette, è previsto nella chiesa, quella che non viene perdonata è la mancanza di pentimento» racconta Natascia che fa parte delle famiglie Arcobaleno.

Irene ha sentito troppo freddo fra le panche davanti all’altare e ha fatto un passo più lontano: «Non battezzo mio figlio, quando sarà grande deciderà da solo. Fosse per la realtà della chiesa di oggi lui non sarebbe mai nato». Irene ha 41 anni, vive a Prato con la sua compagna e lavora come consulente al Fondo sociale europeo, racconta che ogni tanto va alla comunità di don Alessandro Santoro alle Piagge, estrema periferia di Firenze dove c’è uno dei sacerdoti di frontiera. Irene c’era per esempio in chiesa il giorno in cui il prete fiorentino ha dato la comunione alle coppie gay, ma dice: «io non l’ho fatta, sono cresciuta nella cultura cattolica ed ero presente per solidarietà ma non voglio più sentire quel doppio freddo». C’era invece per ricevere il sacramento della comunione, quella domenica e molte altre prima e dopo, Luciano, 51 anni che da dieci anni vive con Davide: «Ci siamo sposati a New York e abbiamo due gemelli». Sono andati in California: «Per favore non usi il termine utero in affitto, è così orribile. Preferisco, “gestazione di sostegno”, mi sembra meglio. La paternità è un momento unico, incredibile. La viviamo con  consapevolezza e dopo averla a lungo desiderata. Siamo cresciuti nell’educazione cattolica, chiediamo soltanto di rispettare i nostri diritti: perché se il mio compagno si ammala io non posso andare in ospedale e decidere niente di quello che lo riguarda, perché io che ho vissuto per anni con lui e che per anni l’ho amato, ho meno voce di un lontano cugino o di un parente qualsiasi?”.

C’è anche chi, come Innocenzo, ha trovato ascolto e accoglienza: “Feci outing con una suora di clausura e lei mi abbracciò dicendo che non cambiava niente per lei. Altri sacerdoti mi hanno aiutato e con loro ho dialogato. Purtroppo però un conto è chi ti conosce, chi ti frequenta, chi sta fra la gente e ne accetta le diversità. Le gerarchie invece ci tengono distanti”.

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