Noi gay credenti chiediamo che…

La difesa del popolo – domenica 16 ottobre 2005

Interveniamo a proposito del dibattito apertosi con la presentazione in parlamento del progetto di legge per il riconoscimento delle coppie di fatto. Molto se ne è parlato: ci sono state prese di posizione pubbliche, ad esempio quella del card. Ruini, che non aveva per nulla il profumo del vangelo né il calore dell’attività pastorale o quella di molti politici italiani che hanno posto i valori cristiani a fondamento del loro intervento facendo nascere in molti (tutti?) la sensazione dell’ utilizzo della religione per fini elettorali.

Vorremmo portare la nostra esperienza vissuta nella chiesa padovana, come abbiamo già potuto fare altre volte, accogliendo il suo invito a discutere sull’argomento (editoriale della Difesa del 18 novembre).

La realtà dei gruppi cristiani in Italia esiste ormai da venticinque anni e sta costruendo pian piano dal basso una pastorale per le persone omosessuali. In questo senso, pastorale appunto, notiamo ancora una volta la differenza sostanziale tra i grandi proclami di una gerarchia che sembra così lontana dalla vita della gente e l’azione concreta degli umili servitori della vigna dei Signore, instancabili e appassionati costruttori del Regno che hanno veramente capito cosa significa «la via della chiesa è l’uomo» (Giovanni Paolo II).

Quello della pastorale ad hoc rimane di fatto un cammino non facile, tutto da costruire, proprio perché ancora non percorso da nessuno: era necessario che fossero i gay a fare il primo passo, a venir fuori, a farsi conoscere, a fare comunione con i fratelli, vincere le paure e le diffidenze proprie e del resto della chiesa attraverso il confronto e la messa in discussione di entrambe le posizioni. Ogni volta che ci sentiamo non ascoltati e in qualche modo feriti da una chiesa che “parla dall’alto” senza tenere conto di chi, sulle strade e nelle città sta vivendo, noi ci ripetiamo: «Le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce» (cfr Giovanni 10). Come mettere a frutto i propri talenti, come costruire quel cammino di maturazione nella fede che necessariamente deve coinvolgere la dimensione affettiva della persona, così centrale perché ci permette di entrare in relazione col divino? Le ricette non ci sono, ma abbiamo sperimentato come la relazione, categoria presente in tutta la storia della salvezza, sia lo strumento che ci permette di riconciliarci con noi stessi, di far emergere la verità, di uscire dalle logiche egoistiche del nostro io per aprirci all’ altro e consegnarci nelle sue mani.

Uno dei luoghi dove abbiamo verificato la potenza salvifica della relazione è la coppia, costruita su un amore che ha tutte le caratteristiche dell’amore umano maturo e ablativo, la relazione d’amore tra due persone, che si apre alla società e ne diventa soggetto e suo interlocutore. Il tema della fecondità della coppia vuole proprio essere lo spunto per una conferenza che il nostro gruppo vuole proporre prossimamente alla città di Padova.

Pensiamo quindi che sia un bene che la società e la chiesa riconoscano ed accolgano le coppie di fatto, che riconoscano i loro diritti, senza la paura dei cambiamento o di perdere la propria identità. Non riteniamo sensata e realistica la paura che viene posta alla base della chiusura circa questi temi relativa alla minaccia che tale riconoscimento apporterebbe alla famiglia fondata sul matrimonio. Non si sta chiedendo il matrimonio e tantomeno “piccoli matrimoni” (riteniamo peraltro questa affermazione offensiva e fuori luogo); si chiede siano riconosciuti a tutti gli esseri umani, a tutti i figli di Dio, i diritti basilari e la dignità che spettano alle persone capaci di amare e di impegnarsi in una vita di relazione. Sottolineiamo che le “coppie di fatto” esistono di fatto (per l’appunto…) già da molto tempo collateralmente a persone che, mature nella fede, scelgono di avvicinarsi al matrimonio sacramentale.

Riconosciamo la crisi della famiglia tradizionale, ma ci pare che le cause di questa difficoltà siano da ricercarsi altrove e non certo nell’emancipazione di chi è chiamato a percorsi altri rispetto a quello più consueto. Del resto non abbiamo notizia di giovani eterosessuali credenti che al posto di contrarre matrimonio sacramentale abbiano abbandonato il partner per vivere con una persona dello stesso sesso come coppia di fatto.

Noi siamo pronti a condividere la nostra esperienza con quella delle famiglie vincolate dal sacramento del matrimonio e lo stiamo già facendo nei luoghi in cui viviamo e operiamo arricchendoci reciprocamente e vedendo realizzata la massima secondo cui nella diversità non c’è opposizione o minaccia, ma ricchezza e vita.

Ci permettiamo inoltre di sostenere quanto va facendo l’associazione Arcigay di Padova che per noi credenti è in questo frangente un ammirevole esempio per la pacatezza dei toni e per l’assoluta disponibilità e apertura al dialogo e al confronto.

Atteggiamento che riconosciamo anche nei molti pastori di questa chiesa locale che abbiamo conosciuto o incontrato, chiesa che negli scorsi anni ha riflettuto su “credere insieme e ascoltare” e “credere insieme e incontrare”.

Forse è proprio arrivato il tempo di credere insieme e insieme ascoltare per poterci incontrare, poichè noi ci siamo, conduciamo la nostra vita in questa chiesa locale e spesso la serviamo realizzando anche in essa aspetti della nostra fecondità che esprimiamo poi nei nostri ambiti familiari, sociali e professionali, costruendo insieme quel Regno che desideriamo e invochiamo.

gruppo Emmanuele di Padova

Una lettera che fa pensare e chiede risposte. Ne azzardo qualcuna io, intanto, ma la porta è aperta ad altri interventi.

Ringraziando il gruppo Emmanuele, gay credenti che s’incontrano da tempo a Padova, per la pacatezza e la franchezza delle argomentazioni, non si può non sottoscrivere l’invito all’accoglienza reciproca e al dialogo. E’ questa la strada obbligata per rispondere costruttivamente -anche sotto il profilo pastorale- ai problemi “nuovi” che i tempi moderni portano e accentuano. Meglio se il tutto avviene senza troppe contrapposizioni, spesso artificiose, tra “alto e basso clero”: la chiesa è una, e cresce se, pur nella varietà, cammina insieme.

Entrando in merito, va notato che la categoria della relazione, importante certo, non è sufficiente a dare “oggettività” ai rapporti personali: serve la codificazione giuridica, il riconoscimento sociale… ed è appunto questo il problema che si dibatte. Senza dimenticare che una relazione vera è aperta al confronto con il passato: alla tradizione dunque, e alle “stratificazioni” (culturali, giuridiche, religiose) che la storia ha lasciato.

Nel corpo ecclesiale e nel corpo sociale: non è un caso che il 70 per cento degli italiani (vedi Repubblica del 17 settembre) si dichiari contrario al “matrimonio” e anche alle unioni civili tra gay.

Infatti è ancora difficile pensare la coppia omosessuale “costruita su un amore che ha tutte le caratteristiche dell’amore umano maturo ablativo”: non può generare figli (e non pare pensabile ricorrere all’adozione) né va equiparata al matrimonio “naturale”…

Tanti discorsi aperti, insomma. Che non dovrebbero comunque impedire di discutere soluzioni legislative che possano riconoscere i diritti personali (assistenza, casa, pensione di reversibilità) senza inventare nuove forme giuridiche. Che, a proposito di coppie di fatto, sembrano cercate dagli omosessuali più che dagli eterosessuali e anche questo è un paradosso che fa pensare.

Il direttore risponde (Cesare Contarini)

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