Nozze Gay? Un Sì e un No (2). Intervista a Franco Barbero

da RaiNews del 13 agosto 2012

di Pierluigi Mele

Con questa intervista al biblista Franco Barbero offriamo il secondo approfondimento sul tema delle nozze gay. Don Franco Barbero, sacerdote di Pinerolo, è da sempre impegnato su tematiche di frontiera. Ricca la sua esperienza di accoglienza. Per il suo impegno, e per le sue posizioni teologiche, è un prete scomodo per il Vaticano. Così Il 25 gennaio 2003 viene dimesso dallo stato clericale e “dispensato dagli obblighi del celibato” con decreto (nel gelido burocratichese vaticano è il prot. n. 26/82) di Giovanni Paolo II, promulgato dall’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fedecardinale Joseph Ratzinger. Nonostante tutto questo continua il suo ministero di accoglienza e di predicazione animando la Chiesa di base in Italia e in Europa.

Don Franco, veniamo al nostro tema: Le nozze gay. E qui non si può non partire dalla omosessualità. Per il Magistero cattolico recente “L’inclinazione omosessuale è un male (intrinsecamente disordinato) ma in sé non è un peccato. Mentre gli atti omosessuali sono sempre peccaminosi”. Perché, dice il Magistero, sono atti che violano la legge naturale morale. Non è pesante per un credente gay (o una credente lesbica) sentirsi così definito? I gay e le lesbiche sono figli di un “dio minore”?
Se percorro i documenti del magistero cattolico, in essi trovo a chiare lettere la condanna della esperienza omosessuale, vissuta nella sua pienezza affettiva e sessuale. Non ripeto qui ciò che ho scritto in parecchi miei libri in merito ad un linguaggio della compassione e della misericordia, del rispetto e dell’accoglienza: tale linguaggio tenta inutilmente di coprire la realtà della condanna e suona  oggettivamente offensivo ed ipocrita per gli omosessuali.
Nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica si legge: ”Sono peccati gravemente contrari alla castità l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la pornografia, la prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali. Questi peccati sono espressione del vizio della lussuria” (n. 492).
Le affermazioni del “contro natura”, dell’anomalia e dell’intrinseco disordine appartengono, sul piano dell’antropologia e della psicanalisi, all’area del prescientifico e del pregiudizio. Tali affermazioni non hanno quindi nessun supporto dalle scienze umane.
Voglio dire però che oggi la chiesa- popolo di Dio, nelle sue varie articolazioni, si esprime con accenti molto diversi. Esiste una ricerca esegetica, morale (Piana, Chiavacci…) ed ermeneutica che anche in Italia ci ha liberati da questa prigione del tradizionalismo e del pregiudizio. Moltissimi teologi e teologhe considerano da decenni l’omosessualità una realtà del tutto normale. Sono soprattutto milioni di gay e lesbiche credenti che vivono con profonda serenità la loro condizione, sperimentando che tra esperienza cristiana ed esperienza omoaffettiva non esiste alcuna contraddizione. Questa profezia invita tutta la chiesa alla conversione. Senza questa conversione la gerarchia cattolica dovrà pentirsi di un caso più grave del “caso Galileo”. Si tratta di una vera svolta, non di qualche aggiustamento, ritocco o addolcimento pastorale: conversione significa cambiare strada, ritrattare gli errori. Niente di meno.

Per il Magistero non c’è solo la Tradizione e la teologia speculativa, c’è anche la Parola. Ovvero l’Antico Testamento (gli episodi di Sodoma e Gomorra e le Prescrizioni del Levitico). Ma non è questa una lettura “fondamentalista” della Bibbia? Come si devono intendere invece?
Oggi usare la Bibbia per condannare l’omosessualità costituisce un’operazione ideologica e fondamentalista, in evidente contrasto con tutte le acquisizioni delle scienze bibliche. Il lettore e la lettrice consultino la rivista internazionale di teologia Concilium nel numero 1/2008 su “Le omosessualità” e troveranno quanto venga squalificato questo metodo “citatorio” dei singoli versetti biblici contro o a favore dell’omosessualità. Alla Bibbia vanno poste le domande giuste (Romer – Bonjour, L’omosessualità nella Bibbia e nell’Antico Vicino Oriente; AA.VVBibbia e omosessualità, Ed . Claudiana) . La letteratura teologica e biblica al riguardo è immensa e non posso certo qui segnalarla dettagliatamente.
Essa ci porta a riconoscere che ” spesso non ci accorgiamo che ciò di cui parlava la Bibbia e ciò di cui parliamo noi, sono due cose molto diverse, tanto che sono giunto alla conclusione che la Bibbia non offra in pratica nessun insegnamento diretto sull’omosessualità così come noi la intendiamo oggi” (Jeffrey Siker).
In ogni caso, non possiamo mai prescindere dal contesto storico e culturale in cui la Bibbia venne redatta: ” Occorre ricordare, a mo’ di esempio, che gli autori biblici considerano la schiavitù un dato naturale e non concepiscono l’uguaglianza tra uomo e donna” (Romer -Bonjour pag. 130). Cercare ricette nella Bibbia o risposte morali pronte all’uso è un’operazione che espone la stessa Scrittura al ridicolo. Altro è leggere la Bibbia per ascoltarne il messaggio, altro è fare del testo un prontuario moralistico “immobile”.

E veniamo alle relazioni di amore tra persone dello stesso sesso. Per alcuni teologi invece si deve passare da un approccio “naturalistico” ad un altro di tipo “relazionale”. Ovvero nel cogliere la bontà della relazione nella sua capacità di esprimere in modo profondo il mondo interiore delle persone. Per cui l’amore omosessuale ha un suo fondamento. Se questo è vero allora cosa è stato decisivo per Lei per comprendere in profondità questo amore?
È decisiva la prassi di Gesù, parola vivente di Dio per me come uomo che cerca di seguire le sue tracce. La sua è una prassi inclusiva totale. Consiglio la lettura di due Autori al riguardo: Alberto Maggi (Versetti pericolosi, Fazi Editore)  e James Alison (Fede oltre il risentimento, Transeuropa – Einaudi).
Con stupore, pieno di gratitudine verso Dio, in questi lunghi cinquant’anni di ministero ho tentato ogni giorno di scoprire l’inclusività amorosa di Dio innamorandomi del Gesù storico. Ho imparato, nell’ascolto delle persone omosessuali, a scoprire in loro il dono di Dio e la loro vocazione all’amore. Come ogni vocazione, essa certo deve compiere un cammino di relazione, di stabilità, di fedeltà, di fecondità esistenziale, di testimonianza. La comunità cristiana oggi spesso è così arida perché ha “costretto” l’amore a dirsi entro schemi prestabiliti. Ma gli uomini e le donne che amano hanno rotto gli argini sospinti dal “vento di Dio” che nessun magistero riuscirà ad imbrigliare.

Un’altro aspetto è quello delle adozioni. Qual è la sua idea su questo punto?
Le adozioni costituiscono un punto delicato e controverso sul quale in Italia esiste una letteratura sterminata (Gruppo Arcobaleno, Reti varie, Lingiardi, Lalli, Rigliano….) ed una esperienza in forte crescita. I dati che provengono dalle ricerche internazionali ormai quarantennali confermano che i figli nati o/e cresciuti in famiglie omogenitoriali non evidenziano disagi percentualmente diversi da quelli cresciuti in famiglie eterosessuali. La “garanzia” dell’adozione sta nella stabilità della coppia, nella sua capacità di accudimento amoroso e di buon inserimento nell’ambiente sociale dove si realizzano sanamente e concretamente i processi di identificazione.
In ogni caso,  dire che la volontà di “fare famiglia” degli omosessuali e delle lesbiche rappresenti un attentato al matrimonio e alla famiglia eterosessuale, mi sembra una barzelletta. Il concetto di famiglia è antropologicamente plurale perché esiste una pluralità di forme che trova espressione nei millenni. Si pensi anche solo alle ricerche del professor Remoti negli ultimi vent’anni.

La Chiesa del Vaticano II è la comunità dei credenti sempre aperta ai “segni dei tempi”. Quindi l’accoglienza piena della omosessualità è un “segno dei tempi” che interpella la Chiesa. Qual è la sua esperienza a questo riguardo?
Quando benedico le nozze omosessuali (o meglio, quando annuncio la benedizione di Dio alle coppie omosessuali, come faccio dal 1978) intendo compiere un atto di ministero ecclesiale che esprime l’amore inclusivo di Dio, reso visibile comunitariamente, pubblicamente. Con gioia registro la partecipazione di tanti bimbi e bimbe di famiglie diverse, accompagnati da nonni, genitori, amici e parenti che ringraziano gli sposi o le spose per questa esperienza di apertura umana ed evangelica.
I testi scolastici e il catechismo dovrebbero, a mio avviso, documentare queste situazioni per educare al superamento della ideologia del modello unico di famiglia.
Ovviamente, la benedizione delle nozze omosessuali nella mia esperienza viene vissuta come un vero e proprio matrimonio e viene preparata con incontri personali e di gruppo per almeno un anno.
Concludendo,non posso tacere una mia constatazione che è accompagnata da un grande dolore e da una immensa fiducia.
Soffro nel vedere che la chiesa gerarchica, in larga misura, allontana molte persone, non solo omosessuali (separati, divorziati, donne, bisessuali, transessuali, preti innamorati, preti gay, teologi e teologhe…) per le sue posizioni antievangeliche e ormai fuori dalla storia. Siccome ho conservato sempre un profondo amore verso la mia chiesa, verso taluni pastori e migliaia di donne e di uomini veramente al seguito di Gesù, questa rigidità dogmatica che difende certezze scadute, mi addolora.
Ma resto estremamente fiducioso. Penso che, per amore delle persone, del Vangelo, della propria coscienza e anche per amore della propria chiesa, sia necessario osare la trasgressione delle norme canoniche e celebrare ogni vero amore come un dono di Dio, da viversi sotto il Suo sorriso, con la Sua benedizione. Per tali motivi, né gli sposi né il sottoscritto sentono la necessità di chiedere permesso  alle autorità ecclesiali.
Sono particolarmente contento quando constato che alcuni presbiteri stanno muovendosi nella stessa direzione.
Forse se la chiesa gerarchica imparasse a vedere ed apprezzare le lotte per i diritti che avvengono nella società (vedasi Comune di Milano), la sua “conversione” sarebbe più sollecita.

Un pensiero su “Nozze Gay? Un Sì e un No (2). Intervista a Franco Barbero

  1. 11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società. Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell’Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

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