Omosessualità, qualcosa di cui (s)parlare

da Corriere.it del 13 marzo 2012
di Maria Serena Natale

A. lavora nel mondo della moda, a Milano ha trovato l’apertura e l’anonimato della grande metropoli che richiama creativi e intreccia esperienze. Anche la sua Napoli era aperta, con le sue storie di mare e quella teatralità viscerale che ti rende subito familiare al gioco dei ruoli e al mescolarsi delle carte. “Ma c’era mio padre…”

“… un professionista, un uomo colto ancora convinto che il primo figlio maschio debba tramandare il nome della famiglia, legato all’idea ancestrale del perpetuarsi del seme attraverso le generazioni. Ci scontriamo ancora adesso che ho trent’anni. Ho imparato a riconoscere le persone per gli strumenti culturali che hanno, per il loro retroterra e le possibilità di capire. Non voglio sentirmi accolto a tutti i costi, va bene anche la ‘tolleranza’ se chi ho di fronte non può dare di più. In fondo in famiglia ci si fa male per molto meno, vai allo scontro anche se scegli solo un lavoro alternativo contro le aspettative dei tuoi genitori. Certo, sull’omosessualità in Italia c’è la Chiesa che complica le cose. Per quanto mi riguarda credo che ognuno abbia il diritto di vivere la propria intimità come crede, personalmente non sono per la militanza urlata”.

“L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale” cantava Lucio Dalla inDisperato Erotico Stomp. La riservatezza, il garbo, la levità di una vita hanno avuto la meglio sull’ipocrisia di chi ha tentato di portare in piazza la sua intimità dopo la morte.

Quando nasce un movimento per il riconoscimento dei diritti è necessario forzare la mano, alzare i toni, esasperare un modo di essere per sfondare il muro del perbenismo e delle convenzioni. Oggi, a più di trent’anni dall’assassinio dell’attivista e politico gay Harvey Milk a San Francisco, l’omosessualità resta un tema caldo della politica: è di questi giorni lo scontro in Gran Bretagna tra i vertici ecclesiastici e la coalizione di governo guidata dai conservatori di David Cameron che vuole legalizzare i matrimoni omosessuali, da noi l’argomento è stato al centro del battibecco elettorale del weekend tra Rosy Bindi e Angelino Alfano che agitava lo spauracchio dei “matrimoni tra uomini” dell’era Zapatero. E tra i ragazzi spopola lo sketch dei Soliti idioti (nella foto sul palco di Sanremo) su un gay che in qualsiasi contesto, persino in un corso pre-parto, continua a scandire “omo-ses-sua-le” come se bisognasse vincere una resistenza anche solo per pronunciare la parola, come se fosse ancora il tempo del coraggio e non della semplice normalità.

Resta l’esempio del grande Lucio, la sua passione per l’arte, per la musica, per l’amicizia, per la vita, quel sottrarsi alle definizioni e alle gabbie che evidenziano differenze e ampliano distanze tra chi definisce e chi viene definito, quel lasciare i dettagli agli altri, quell’essere oltre, “al fresco delle stelle”.

E’ ancora così difficile pronunciare la parola “omosessuale” in famiglia? E con gli amici, all’università, sul posto di lavoro, quanti muri sono ancora da abbattere?

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