Palermo: insegnanti di religione “schedati” dai parroci. Per ordine del vescovo.

da Adista del 24 marzo 2012.
di Luca Kocci.

PALERMO-ADISTA. Pare che gli insegnanti di religione cattolica di Palermo, perlomeno così dicono le chiacchiere, siano particolarmente indisciplinati: alcuni convivono, altri sono divorziati, altri ancora sono addirittura omosessuali. E così l’arcivescovo di Palermo, il card. Paolo Romeo – quello che durante un viaggio in Cina “profetizzò” la fine del pontificato di papa Ratzinger entro l’anno –, per mezzo di don Antonio Todaro, del Servizio diocesano per l’insegnamento della religione cattolica, ha ordinato a tutti i 500 docenti di religione di recarsi dal proprio parroco per farsi rilasciare una sorta di certificato di buona condotta: un documento – in busta chiusa, quindi non leggibile dall’interessato – in cui il parroco attesti che l’insegnante sia irreprensibile «per retta dottrina, per testimonianza di vita cristiana e per abilità pedagogica», che si impegni «nella vita della parrocchia, nella catechesi e nella carità», che sia «coerente con la fede professata» e viva in «piena comunione ecclesiale».

Una richiesta illegittima, protestano i docenti, che minacciano di non obbedire al diktat della Curia. La quale però avverte: chi non lo presenterà, oppure riceverà una “nota in condotta” dal parroco, si vedrà ritirata dal vescovo l’idoneità all’insegnamento e scatterà il licenziamento. Tranne per i professori di ruolo che, essendo stati assunti a tempo indeterminato, dovranno necessariamente essere ricollocati in altri incarichi di insegnamento o comunque all’interno dell’amministrazione scolastica.

«Contestiamo tre aspetti», dichiara Orazio Ruscica, segretario nazionale dello Snadir, il sindacato dei docenti di religione: la “testimonianza di vita cristiana” è attestata dall’idoneità di cui già sono in possesso; inoltre don Todaro si rivolge al parroco del luogo di residenza dell’insegnante e non a quello del luogo di domicilio, previsto dal codice di diritto canonico; infine la revoca dell’idoneità non può essere frutto di una decisione estemporanea ma ci vuole una sorta di “processo”.

Sostanziali invece le obiezioni di Augusto Cavadi, insegnante (di storia e filosofia), teologo e scrittore: «I colleghi di religione, in questi anni, mi hanno ripetutamente confidato l’elenco dei requisiti etici che vengono loro richiesti. Devono brillare per puntualità nel lavoro e per spirito di cooperazione? Devono mostrare particolare attenzione agli alunni meno favoriti intellettualmente o socialmente? Devono esercitare senso critico nei riguardi delle eventuali malefatte di politici corrotti? Devono testimoniare netta distanza dalla mentalità e dalla prassi mafiosa? Devono manifestare in parole e opere la sobrietà nell’uso delle ricchezze e la bellezza della condivisione con gli sfruttati della società? Niente di tutto questo, né di altri principi evangelici. Essi sinora sono stati “monitorati” sulla base di altri criteri, più o meno opportuni, ma che certamente non si trovano nel messaggio originario evangelico né nel solco della grande tradizione della santità cristiana: se sono eterosessuali o omosessuali; se vivono da sposati, separati, divorziati o conviventi; se frequentano attività parrocchiali; se partecipano o meno a movimenti di riforma della Chiesa cattolica; se esprimono pubblicamente, sulla fecondazione artificiale o sull’eutanasia, idee in contrasto con la dottrina del papa e dei vescovi e via dicendo». Ma «il quadro complessivo è tre volte paradossale», prosegue: «Porta ad avere insegnanti di religione allineati e coperti con le direttive di un organo istituzionale (la Chiesa) diverso da chi li stipendia (lo Stato). Quando qualche docente non si sente in sintonia con il Magistero ufficiale, per esempio perché convive, deve imparare a camuffarsi e ad attivare strategie ipocrite di mascheramento. Qualora, infine, né si è sinceramente fedeli alle direttive vaticane né si accetta di vivere clandestinamente, si può fare tranquillamente outing: tanto chi perde l’autorizzazione ecclesiastica ad insegnare religione cattolica, purché abbia una laurea di riserva, ha diritto di restare nella scuola come titolare di altra cattedra».

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