Per la Chiesa i gay non sono peccatori

da La Stampa di Torino del 23 novembre 2004
Maria Teresa Martinengo.

Le parole di mons. Miglio Vescovo di Ivrea dopo la bocciatura di Buttiglione in Commissione Europea.
Il vescovo di Ivrea: va costruita una cultura della sessualità che risponda ai progetti di Dio.
Ancora una volta gli omosessuali si sono sentiti marchiati e condannati senza appello. L’insegnamento cristiano non divide le persone in base alle loro pulsioni. L’etica è una per tutti, siano eterosessuali oppure no.

NON sarà una rivoluzione, ma è un’importante affermazione di coraggio l’editoriale sull’omosessualità che il vescovo di Ivrea, monsignor Arrigo Miglio, ha proposto ai lettori nell’ultimo numero del settimanale diocesano «Il Risveglio popolare ». Di quelle che nella Chiesa non sono proprio all’ordine del giorno. «Strumentalizzato chi vive la tendenza omosessuale » è il titolo della riflessione che parte dal «caso Buttiglione». E che ha suscitato la reazione favorevole dell’Arcigay. In particolare, del segretario nazionale Aurelio Mancuso e del consigliere Andrea Benedino, assessore al Sistema Educativo proprio nel Comune di Ivrea. Il vescovo ha dunque messo le basi per aprire un dialogo che sta a cuore a tanti, nella Chiesa e fuori. Che può togliere disagio e anche, nei gay cattolici, di sofferenza. «Placatesi in parte le polemiche che hanno accompagnato il “caso” Buttiglione alla Commissione Europea, vorrei richiamare per un momento l’attenzione su coloro che in qualche modo sono stati strumentalizzati e penalizzati, anche se indirettamente, cioè le persone che vivono la tendenza omosessuale», ha scritto monsignor Miglio, ricordando poi la complessità – politica e culturale – della vicenda. «Il caso è esploso con il riferimento all’omosessualità…, lasciando le persone che vivono tale condizione ancora una volta con l’impressione di essere usate o come bandiera o come capro espiatorio… Parlo soprattutto di chi vive nella sua privacy i propri sentimenti, affetti, pulsioni – come tutti gli altri d’altronde -, e che per un corto circuito informativo che ha sintetizzato le dichiarazioni dell’ onorevole Buttiglione nella parola “peccato”, rischia di sentirsi ancora una volta marchiato e condannato senza appello». E’ a questo punto che il vescovo di Ivrea fa una sottolineatura importante: «Va ricordato con forza che l’insegnamento cristiano in materia non definisce le persone come “peccatori” in base alle loro tendenze e pulsioni, le cui origini restano discusse e spesso inspiegabili, e sono fonte di grandi sofferenze. Ciò va tenuto presente, e va pure tenuto presente che l’insegnamento cristiano e i documenti della Chiesa non propongono due etiche diverse, una per omosessuali e una per eterosessuali… Il discorso è un altro: la via della castità matrimoniale per chi è nel matrimonio, e la via della castità celibataria per chi non si sposa, vuoi per scelta vuoi per altre cause. Per tutti e due gli stati di vita la strada insegnata è quella di sempre, senza ammiccamenti nè prematrimoniali nè extramatrimoniali, pur con tutta la misericordia per la debolezza delle persone, e senza dimenticare gli altri comandamenti, come invece un recente passato faceva. Dunque tendenza omosessuale non è uguale a peccato. L’impegno allora è quello di ricostruire una cultura della sessualità che risponda al progetto di Dio: cultura, oggi, diametralmente opposta a quella conclamata da quasi tutti e praticata da molti». Miglio afferma: «Dalla Rivelazione Biblica cristiana non ci viene indicata l’etica dei divieti, ma una proposta di vita piena, che passa anche attraverso la croce, e che se richiede delle rinunce lo fa alla luce della parabola, piccola ma preziosa, dell’uomo che vende tutti i suoi averi perchè ha scoperto un tesoro nel campo». Arcigay risponde con una lettera intitolata «Vorremmo una Chiesa con cui dialogare per combattere assieme contro le discriminazioni, la solitudine e l’emarginazione sociale degli omosessuali». Mancuso e Benedino osservano: «La parola di monsignor Miglio è entrata in noi ponendoci domande e sollecitazioni che ci aprono il cuore, non perché vi siano “concessioni”, ma perché parte da un punto di vista e utilizza uno stile, che ci sono consoni: interrogarsi sulle fragilità umane, individuare percorsi di dialogo, prestare attenzione più alle sofferenze che ai divieti».

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