Per voi e per tutti. A Boston, messa in sostegno di gay e lesbiche cattolici

da Adista del 30 luglio 2011

BOSTON-ADISTA. Circa 700 persone hanno preso parte, il 10 luglio scorso, ad una messa in sostegno dei gay e delle lesbiche cattolici tenutasi presso la parrocchia di Santa Cecilia a Boston. Fra i convenuti, anche il sindaco della città, il democratico Thomas M. Menino. «State sempre dalla parte degli esclusi. State accanto a coloro che sono stati messi ai margini», ha scandito di fronte ai fedeli il parroco John J. Unni: «Qui non si tratta di prendere una posizione; ma di collocarsi nel posto giusto». La funzione, significativamente intitolata “Tutti sono benvenuti”, ha avuto luogo al termine di cinque settimane di polemiche incentrate sull’opportunità che un evento del genere si svolgesse all’interno di una chiesa cattolica. Veri e propri conflitti hanno infatti opposto la comunità di Santa Cecilia, compatta nel rivendicare il diritto ad ospitare la messa, e l’arcidiocesi di Boston, che in un primo momento ha tentato di impedire la celebrazione.

Stando al programma iniziale, la funzione si sarebbe infatti dovuta svolgere domenica 19 giugno, proprio durante il mese dell’Orgoglio Gay. Questa, perlomeno, era l’intenzione annunciata all’inizio del mese scorso nel bollettino della parrocchia, che parlava esplicitamente di una «liturgia per celebrare il Boston Pride 2011». Non appena il bollettino ha cominciato a circolare, tuttavia, si è scatenato il dibattito su Internet. A dare il via alle polemiche un blogger locale, che firma i propri post con lo pseudonimo di Joe Sacerdo, il quale attaccava l’arcidiocesi per aver permesso una simile scelta, a suo dire segnata dal «relativismo» e da una pericolosa deviazione dalla dottrina ufficiale in tema di matrimonio e di omosessualità. «Celebrare una messa dell’“Orgoglio Gay”», scriveva Sacerdo chiamando in causa direttamente l’arcivescovo Sean P. O’Malley, «significa rinunciare ad esprimere l’insegnamento morale della Chiesa con chiarezza e con fedeltà, equivale ad evitare di dire a queste persone che il loro comportamento è inaccettabile. Al contrario, significa dire loro che fanno bene a fare quello che fanno». Il post si concludeva quindi con l’appello all’arcivescovo perché desse un periodo di congedo al parroco di Santa Cecilia.

Due giorni dopo, il 10 giugno, O’Malley poneva il veto sull’iniziativa, ribadendo però allo stesso tempo a Unni, per bocca del suo portavoce Terrence C. Donilon, la «piena fiducia e il sostegno del cardinale e dell’arcidiocesi». Quest’ultima motivava la cancellazione della funzione calendarizzata per il 19 sostenendo che la sua collocazione temporale «rischierebbe di dare involontariamente l’impressione che la messa è stata voluta in sostegno al Gay Pride: cosa falsa». Donilon evitava di dare una spiegazione dell’evidente contraddizione fra quanto scritto dalla parrocchia nel suo bollettino e quanto da lui stesso affermato in qualità di portavoce ufficiale dell’arcivescovo, aggiungendo infine che in futuro si sarebbe comunque tenuta una messa di accoglienza rivolta a tutti i membri della comunità (dunque non specificamente dedicata ai parrocchiani omosessuali).

Alla decisione della cancellazione faceva seguito tutta una serie di reazioni. «È orribile», dichiarava a caldo Marianne Duddy-Burke, presidente di Dignity-Usa, associazione che difende il diritto degli omosessuali credenti ad essere accolti nella Chiesa cattolica. «Qual è il messaggio che questa decisione manda ai gay e alle lesbiche di Santa Cecilia?». Susan Donnelly, molto attiva nella parrocchia, insisteva invece sul fatto che la decisione di tenere la messa il 19 giugno non aveva creato alcun dibattito in seno alla comunità, mentre tutte le critiche erano venute dall’esterno. «Nessuno vuole rendere omaggio a persone che vivono una vita in opposizione agli insegnamenti della Chiesa, ma rendere omaggio a persone che siedono accanto a noi ogni domenica. Non c’è altro intento da parte nostra». Dal canto suo, lo stesso O’Malley ha sentito il bisogno di intervenire nella discussione, sempre più animata, affidando il proprio pensiero ad un post pubblicato il 17 giugno sul suo blog personale. «Non vogliamo che le persone omosessuali siano oggetto di discriminazione o violenza», scriveva il cardinale. Tuttavia, proseguiva, se è vero che la Chiesa non rifiuta nessuno, «allo stesso tempo è contraria a che venga cambiata la definizione del matrimonio, perché fare ciò equivarrebbe ad indebolire una delle più antiche e sacre istituzioni della società umana».

Ad ogni modo, l’arcivescovo ha fatto una parziale marcia indietro. Domenica 19 giugno, a una folla di circa 250 fedeli riunita per un preghiera sul marciapiede antistante Santa Cecilia, veniva comunicato che la messa “Tutti sono benvenuti” si sarebbe tenuta comunque, con il consenso dell’arcivescovo, il 10 luglio, ovvero in una data non più ricollegabile al Gay Pride. A convincere l’arcivescovo a non insistere nel pretendere una funzione del tutto depurata da qualsiasi connotazione antiomofobica anche l’atteggiamento tenuto da p. Unni – che nei giorni successivi alla cancellazione dell’evento aveva tenuto un’appassionata predica in favore dell’inclusione di tutti parrocchiani – e l’allargarsi della protesta agli ambienti dell’attivismo gay cittadino, nonché la presa di posizione contro la cancellazione di Gene Robinson, il primo vescovo dichiaratamente omosessuale della Chiesa episcopaliana statunitense. (marco zerbino)

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