Perché ci si vergogna di chiedere: sei gay?

da Corriere.it del 29 agosto 2012

di Chiara Maffioletti

Immagino sia più o meno capitato a tutti. Si conosce qualcuno, gli si parla un po’ e poi, senza che nemmeno ce ne si renda perfettamente conto, ci si trova a pensare: ma sarà gay? Poi, però, la domanda resta solo latente nella nostra testa e al diretto interessato (o alla diretta interessata)  si finisce per non chiederlo mai. O almeno, io non lo faccio e penso molti altri come me. Credo che per tanti la decisione di non domandarlo possa sembrare la più ovvia, ma invece per quanto mi riguarda apre una serie di interrogativi. Mi spiego:

Essere gay o non esserlo non è un fattore discriminante. Domandarsi se qualcuno lo è può essere una naturale curiosità, al pari del “sei fidanzato?” o del “dove abiti?”. Ma proprio perché è fondamentale considerare l’omosuessualità una normale variabile, perché ci si vergogna di parlarne?

Questione di pudore, mi rispondo da sola. Personalmente a una persona che conosco da poco tempo non chiedo  neppure, appunto, se è fidanzata o sposata e quindi non chiederle se è gay si inserisce in questa scia. Ma basta essere un pochino più sincera con me stessa per rendermi conto che a una persona che conosco a malapena in effetti non domanderei se è fidanzata, ma a qualcuno che magari frequento da un po’, con cui sto diventando amica o semplicemente sono in simpatia, invece sì. Mi sembrerebbe un quesito piuttosto normale man mano che si procede con la frequentazione. Perché invece ci si vergogna di chiedere a una persona con cui abbiamo un rapporto se è gay?

Uno dei miei migliori amici, lo è. Ma nel suo caso non c’è stato bisogno di chiedergli nulla. Ne parla lui, tranquillamente. A suo avviso, la faccenda è molto semplice:

se pensi che non c’è nulla di male nell’essere gay,  allora non c’è nulla di male nemmeno nel chiederlo…al massimo ti dice “no”

Me lo ripete spesso. E in effetti non dovrebbe essere una domanda imbarazzante. Ma forse il punto è che non tutti arrivano a parlare serenamente del proprio orientamento sessuale. Forse se vivessimo in un’epoca in cui i pregiudizi, gli stupidi preconcetti fossero del tutto spariti, ovunque, in ogni città e paesino, in ogni settore e ambiente, ecco allora forse sarebbe davvero una domanda senza implicazioni e un argomento neutro da affrontare. Ma non si può dire che oggi sia così. E quindi a volte ci si ritrova nella condizione ipocrita di domandarsi se una persona è gay oppure no, ma di non chiederglielo direttamente.

Interrogarsi su queste questioni ha valore proprio perché la battaglia dei diritti uguali per tutti non è stata ancora vinta, perché ognuno di noi potrebbe sostenere la causa e schivare ogni forma di omofobia proprio trattando l’omosessualità come fosse un elemento come un altro. Non come un fattore di cui vergognarsi o che va comunque evitato, trattato con le pinze. Perché quando si sentono certi ragionamenti (si fa per dire) su calciatori gay, nazionale e via dicendo, ci si rende conto di quanta strada dobbiamo ancora fare, come società, per essere davvero civili. Perché appartiene ancora al futuro il giorno in cui chiunque, che sia uno sportivo, un attore o un cantante, potrà evitare di essere chi non é per non rischiare di veder incrinarsi la sua carriera. Eppure, anche se è un punto fermo il concetto che una persona è una persona, a prescindere dal suo orientamento sessuale, e ci mancherebbe, esiste appunto questo limite: per quelli che la vivono come me, se qualcuno parla apertamente della sua omosessualità ci sente sollevati ed è tutto come prima; se invece la cosa non viene esplicitata, resta il dubbio, latente e innocente direi, ma inespresso.

Ma perché se si parla di gay c’è dunque sempre la sensazione di camminare sulle uova? Non sarebbe meglio se tutti iniziassimo a considerare l’omosessualità come un fattore davvero neutro e la smettessimo dunque di trattarla come fosse appunto… un uovo?

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