Quando pregare non è «opportuno». A Roma e Palermo la curia dice no alle veglie antiomofobia

da Adista del 4 giugno 2011

ROMA-ADISTA. Sono proseguite e si sono concluse, nelle due settimane successive al 17 maggio (data che a partire dal 2007 segna la giornata mondiale contro l’omofobia), le veglie di preghiera a favore delle persone omosessuali vittime di discriminazione e violenza. Tenutisi in diverse città italiane, ma anche in alcune località spagnole, in Perù e persino in Kirghizistan, alcuni di questi incontri si erano già svolti nella settimana precedente il 17. Particolare risonanza aveva avuto, in quei giorni in Italia, il caso di Palermo, dove, in seguito all’intervento dell’arcivescovo Paolo Romeo, la veglia da tenersi nei locali della parrocchia di Santa Lucia la sera del 12 maggio era stata inizialmente sospesa, per poi svolgersi nel piazzale antistante la chiesa alla presenza di circa 150 fedeli (v. Adista n. 39/11). Luigi Consonni, parroco della comunità ecclesiale situata nei pressi dell’Ucciardone, pur obbedendo alle direttive della Curia, aveva voluto comunque rimarcare il proprio dissenso tenendo aperte le porte della chiesa e illuminando l’interno dell’edificio mentre fuori si teneva il momento di preghiera collettiva. «È un gesto simbolico», aveva dichiarato don Luigi a un cronista dell’edizione locale di Repubblica «la chiesa è illuminata all’interno, perché è legata a Dio, e il Signore è luce. Le porte sono aperte perché è un segnale che guarda al futuro. Peccato che loro non possano entrare. Ma questo purtroppo non l’ho deciso io».

La decisione di Romeo – ribadita ai membri del gruppo Ali d’Aquila, fra gli organizzatori della veglia, anche nel corso di un incontro tenutosi appena due giorni prima che piazza della Pace si riempisse di fedeli – è arrivata in controtendenza rispetto a quanto deciso localmente da altre diocesi e comunità parrocchiali. Sempre il 12 maggio, ad esempio, un incontro in tutto simile a quello del capoluogo siciliano si è tenuto a Firenze presso la chiesa della Madonna della Tosse, organizzato stavolta dal gruppo di omosessuali cristiani Kairos. A Bologna è stata invece la chiesa di San Bartolomeo della Beverara ad ospitare la veglia promossa da Noi Siamo Chiesa Emilia Romagna, e a Genova la Chiesa parrocchiale di San Giovanni Bosco a Sampierdarena. Scelta simile hanno fatto anche altre parrocchie di Milano, Padova, Dosimo (in provincia di Cremona) e Catania.

Nella capitale, dove per il secondo anno consecutivo il gruppo di donne e uomini omosessuali cristiani Nuova Proposta ha chiesto al Vicariato il permesso di svolgere la veglia in una parrocchia romana, si è creata invece una situazione analoga a quella di Palermo. «Al termine di un sereno confronto», si legge nel comunicato emesso dall’associazione, «il Vicariato ci ha comunicato di non ritenere “opportuno” ospitare una veglia con questo tema in un contesto parrocchiale cattolico» (una presa di posizione simile era già venuta da parte del card. Agostino Vallini lo scorso anno, v. Adista n. 44/2010). «Rispettiamo la posizione del Vicariato», prosegue il comunicato, ma «non possiamo condividerla, soprattutto perché il concetto di opportunità per noi non può mai sposarsi ad un intento come quello di una preghiera per affidare a Dio persone che hanno sofferto a causa dell’odio e del pregiudizio. In questo senso una preghiera è sempre, per noi, opportuna».

Scartata l’ipotesi di far svolgere l’incontro «in altri contesti confessionali cristiani o clandestinamente in qualche parrocchia», le due associazioni di omosessuali cattolici capitoline, Nuova Proposta e La Sorgente, hanno infine optato per un momento di preghiera collettiva all’aperto, a piazza Navona, la sera di giovedì 26 maggio. «Siamo qui come cristiani per ricordare delle persone che hanno sofferto», ha spiegato Andrea Rubera, presidente di Nuova Proposta. Durante l’incontro sono state proiettate su uno schermo collocato nei pressi della Fontana dei Fiumi le immagini e i nomi di dieci vittime della violenza e dell’intolleranza omofobica. Storie come quella di Paolo Seganti, torturato e ucciso perché gay nell’estate del 2005 a Roma, nel Parco delle Valli, o come quella di Noxolo Nogwaza, attivista lesbica vittima di uno dei tanti «stupri correttivi» con i quali, nel Sud Africa post-apartheid, uno o più uomini tentano di «estirpare» i comportamenti omosessuali femminili, o ancora come quella di Billy Lucas, quindicenne statunitense suicidatosi dopo una lite con i compagni di scuola scoppiata attorno al tema della sua omosessualità. Il nome e il volto di ogni vittima sono stati associati ad una frase del Padre Nostro e ad una riflessione di uno dei partecipanti.

Due temi, quelli della libertà sessuale e dell’intolleranza omofobica, al centro dell’attenzione dei cittadini romani proprio negli stessi giorni della veglia anche a causa della presa di posizione del sindaco Gianni Alemanno a favore dell’Europride 2011, con annessa campagna «in difesa della famiglia» da parte di organizzazioni dell’estrema destra come Forza Nuova e Militia Christi. I militanti di quest’ultima associazione, in particolare, hanno tappezzato alcune zone del centro con manifesti che riportavano le parole usate dal neobeato Giovanni Paolo II per commentare il Gay Pride del 2000: «A nome della Chiesa di Roma non posso non esprimere amarezza per l’affronto recato». (marco zerbino)

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